Aspettando Giak dietro al culo della Vallisa

Forse perché da quando sono partito per la prima volta non ho niente da fare, mi sono messo a scrivere, seduto su un muretto dietro ad un abside dalle tre piccole tonde navate, che mi è stato indicato come il culo della Vallisa. È domenica mattina, e febbraio o non febbraio il sole è accecante, il cielo di pura luce azzurra, il mattino caldo del dolce abbraccio del Mediterraneo e l’aria fredda, profuga dai vicini Balcani. Tutta Bari si incontra in questa grande piazza, nei larghi viali e nei vicoli stretti della Città Vecchia per il fatto che oggi è festa, ed è libera di guardare in faccia il sole. Sono in attesa di Giak, un amico attore e barese, conosciuto a Milano al termine di uno spettacolo, che sta per arrivare, mi ha confermato di essere già salito sulla sua Ferrari, che siccome è Carnevale, si è travestita da Fiat Panda color verde acqua.

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L’abside della chiesa della Vallisa a Bari, una domenica mattina (Davide Cinquanta 07/02/2016)

Sono arrivato a Bari ieri, nel tardo pomeriggio, ma Giak non ha potuto passare con me la serata, poiché impegnato con la sua compagnia teatrale, così mi ha affidato alle gentili cure della sua migliore amica, Flo.

Ci siamo dati appuntamento alle nove di sera davanti al Teatro Piccinni, così ho tempo per riposarmi dal viaggio, e dal lavoro dei giorni precedenti, nella mia stanza in un bed and breakfast in via San Francesco della Scarpa, nel cuore di Bari Vecchia. Tutta la struttura si sviluppa in verticale, come se non ci fosse modo di farsi spazio da un lato o dall’altro senza sgomitare. Le quattro stanze sono disposte l’una sopra l’altra, collegate da una scala lunga e stretta. La mia camera è naturalmente quella più in alto, nel sottotetto.

E così, dopo una breve passeggiata d’ambientamento, mi presento nel luogo dell’incontro con Flo – devo trattenermi dal chiamarla la Flo: non siamo a Milano, quindi via gli articoli dai nomi propri di persona, e un po’ di tolleranza se uscire e scendere sono utilizzati in modo transitivo… Il Teatro Piccinni ha una facciata neoclassica, rossa con le colonne bianche. Mi fermo sotto il colonnato in ingresso all’edificio, la sera è fresca, il vento calmo, due signori discutono animatamente da una parte, dall’altra una ragazza si è rinchiusa nel cappuccio della giacca e nel suo smartphone come in un bozzolo. Proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino, “Io sono arrivata!”, alziamo entrambi gli occhi e ci riconosciamo.

Come prendendomi per mano, Flo mi conduce dall’altro lato del viale, Corso Vittorio Emanuele II, ampio, alberato, dritto e luminoso, portandomi all’ingresso di Bari Vecchia, a cui si accede attraversando una loggia ad archi. Lasciamo l’asfalto, da lì in poi sarà solo pietra. Scendiamo insieme in un labirinto dalle infinite alternative, dove le epoche non lasciano mai il posto ad altre, semmai si stringono per fare spazio a quelle nuove, ma non se ne vanno.

Flo cammina velocemente senza curarsi di dove stia andando. Ha i capelli lunghi e neri, il mento appuntito e gli occhi sinceri. Mi domanda subito di che cosa mi occupo, per rompere il ghiaccio: io sono un agronomo, lei un’assistente sociale. Si comincia sempre a chiacchierare di lavoro, quando si conosce qualcuno, poi non appena esaurito l’argomento si passa all’amore, e mentre ci si scambia storie d’amore si parla di viaggi.

Mentre parliamo di lavoro, la cento per cento barese Flo si perde tra i vicoli. Non importa, ci soffermeremo ad osservare le case senza tempo schiacciate l’una contro l’altra, le luci d’ambra emanate dai lampioni che ne accentuano le rughe, e gli appartamenti senza porta, ambienti domestici che si aprono direttamente sui vicoli dai quali sono separati da poco più che una tenda a fantasia floreale. Dopo aver girato un numero imprecisato di volte attorno ad un isolato eccoci in Largo dell’Albicocca.

Un assembramento di gente insolito, vista la tranquillità che di sera stagna nei vicoli, annuncia la presenza della pizzeria di Cosimo, dove la pizza è molto buona e altrettanto economica. Bisogna pagare alla cassa, consegnare lo scontrino al bancone e aspettare. Con un colpo di fortuna io e Flo riusciamo a trovare posto in uno dei tavoli di plastica che sono sparpagliati nella piazzetta di fronte alla pizzeria. Scopro che dopo varie peripezie Flo crede di aver trovato la persona giusta, io confesso di essere stato convinto più volte di averla trovata. Per fortuna i vicoli di Bari Vecchia si intrecciano per un numero incalcolabile di volte, dando la possibilità di scendere in profondità nel racconto. Accanto alla pizzeria un’anziana signora ha sistemato un banchetto che comunica direttamente con la sua casa, ed è attrezzato con tutto l’indispensabile per friggere le sgagliozze, rettangolini di polenta, e le popizze, frittelle preparate semplicemente con farina, acqua e lievito di birra. Mentre frigge conversa in saraceno, albanese, italiano, normanno, bizantino, che tutte insieme fanno il barese stretto.

Dopo la pizza Flo mi vuole accompagnare al Reverso, ma si perde di nuovo. Mi fa notare incantata gli enormi blocchi di pietra bianca con cui è costruita la romanica abbazia di San Nicola, mi indica le tenebre dietro le quali il mare sussurra, e la piazza del Ferrarese, a cui la Vallisa mostra il culo.

Il Reverso è un bar Gay-friendly che appare come scavato dentro le mura millenarie di una casa di roccia. Le due ragazze che lo gestiscono, una bionda e una mora, lasciano che siano le vecchie volte di mattoni a dire tutto quel che c’è da dire. È tutto molto sobrio, informale, normale… sembra di trovarsi dall’altro lato del mondo, rispetto agli eccessi di Milano, con i suoi specchi abbaglianti e le ombre indecifrabili.

Non so se ho davvero finito di scrivere, ma è arrivato Giak. È di nuovo domenica mattina, è una bella giornata, e noi ce ne andiamo al mare.

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