Rainbow caranguejo

Agli abitanti di Pemba piace ricordare che la loro città sorge sulla terza baia più grande del mondo, una perla di mare dove in settembre vanno a partorire le balene. Ma già sanno che dovranno dar via la loro più grande ricchezza, come prezzo in cambio dello sviluppo economico promesso alla loro terra. Il sole si sta abbassando su una breve domenica di un giugno invernale. Domani comincerà una nuova settimana dedicata a domare un sogno chiamato cooperazione internazionale, la ragione per cui ci troviamo nel nord del Mozambico.

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“Lita e Nina hanno comprato per strada una borsa di caranguejos appena pescati da portare da noi stasera!” annuncia ad un certo punto Teresa, una collega italiana che mi ospita in una stanza presso la sua casa, la Rainbow House, nel bairro di Nanhimbe.

“Che cosa sarebbe un caranguejo?” domando io, che sono arrivato solo da due mesi.

“In italiano si dice granchio!” mi risponde Chin, compagna mozambicana di Teresa.

“Ma qualcuno sa come cucinarlo?”

“Ci penso io.” mi tranquillizza Chin.

“Senti… perché non inviti anche Alastair?” aggiunge Teresa.

Mi faccio coraggio, e mando un messaggio a Alastair, ragazzo britannico che lavora per una fondazione che attua progetti di sviluppo. In fondo invitarlo non costa niente, al massimo risponderà che è impegnato ad allenarsi per una maratona che si svolgerà a fine mese alle Cascate Vittoria. Invece accetta, e chiede se può portare del vino rosso sudafricano.

“Ma basteranno i granchi per tutti?”

“In dispensa abbiamo un pacchetto di quinoa.”

Arrivati alla Rainbow House mi precipito in cucina. Apro il frigorifero cercando gli ingredienti per una zuppa di quinoa, basandomi più sul buon senso che su una ricetta scritta. Trovo prima di tutto una grossa cipolla, poi una zucchina, due carote, un peperone e una patata. Mi appoggio su un ripiano di legno sul quale si trovano due fornelli collegati ad una bombola di gas. Riempio un pentolino di acqua potabile e lo metto da parte. Teresa è molto rigida su questo, dopo che si è beccata una salmonellosi.

Faccio soffriggere la cipolla nell’olio d’oliva, poi una alla volta aggiungo tutte le verdure tagliate a cubetti, e per ultima una cascata di quinoa. Gradualmente, senza smettere di mescolare, verso l’acqua fredda nella pentola, regolando di sale ed insaporendo con del curry, retaggio dei commerci tra le coste del Mozambico e l’India.

Con quindici impeccabili e anglosassoni minuti di anticipo Alastair si presenta alla porta. Mentre assaggio la quinoa per verificarne la cottura cerco di intrattenere il mio ospite raccontando la storia di questo grano donato dagli Dei ai popoli delle Ande, ma dal suo sguardo si intuisce che forse tutti questi sforzi non sono necessari.

Poi Chin si fa largo con un grande pentolone. Uno a uno afferra i granchi vivi e li lava in una bacinella, prestando attenzione a non farsi pizzicare. Piazza il pentolone sulla fiamma e comincia a deporvi gli animali. Lo chiude decisa con un coperchio, e aspetta, fino a che i colpi dati ai bordi d’alluminio da quei carapaci terrorizzati non cessano del tutto. Solo a questo punto, quando i crostacei cominciano a rilasciare il loro sughetto sul fondo della pentola, Chin può versarvi un’intera bottiglia di birra Impala, prodotta a Nampula a partire dalle radici di manioca.

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Ci sediamo così attorno a un tavolo di legno, nella veranda. Le sedie non bastano, così utilizziamo anche un tradizionale letto makwa. Ecco servita una tipica cena pembana, con due italiani (una dei quali per metà è finlandese), tre mozambicane, un inglese, un grano boliviano, il vino del Capo e il caranguejo della nostra bella baia, da aprire con le dita per sentire il vero sapore dell’Africa.

 

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