Killa Pacchuri – Il Figlio della Luna

La mia amica Maria Valdez, dell’associazione Un Nuevo Mundo, mi ha invitato all’inaugurazione della mostra dell’artista ecuatoriano Juan Caiza, Killa Pacchuri – Il Figlio della Luna, che si tiene presso la Hernandez Art Gallery, a Milano in via Copernico 8, dal 13 maggio al primo di giugno. Che cosa mi aspetto? Che i colori e i calori del Sudamerica squarcino la monotonia di una giornata di pioggia, in una metropoli in conflitto eterno con il grigio che la opprime.

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Particolare del quadro Calcolatore del Tempo (Davide Cinquanta 12/05/2016)

Mi ritrovo invece in un paesaggio irreale, magico e desolato. L’artista ha preferito rappresentare l’Ecuador delle alte quote, le vette delle Ande, dove il paesaggio è arido e spettrale, lontanissimo dall’opulenza della foresta e dal luccichio dell’Oceano Pacifico. Ci accompagna in un viaggio interiore ed esteriore per questi spazi solitari, che tra tutte le regioni della Terra sono quelle che per la loro altezza più si avvicinano alla Luna, la sua musa ispiratrice. La Luna appare in ognuno dei dipinti esposti, volto dell’autrice e narratrice delle antiche storie raccontate.

Sono miti che arrivano da lontano, nello spazio e nel tempo, la sensazione di non riuscire a comprendere un linguaggio così distante e diverso, non abbandona mai. Le vibrazioni emotive che si propagano dai colori, sono però universali. Il cammino procede nell’ignoto, fino a che…

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Particolare del quadro Caccia al Cervo (Davide Cinquanta 12/05/2015)

Il percorso artistico si fa così astratto da diventare concreto, compaiono dei peperoncini. Il loro colore e la loro forma sono inconfondibili – e Maria che se ne intende più di me lo conferma – si tratta di Ají Amarillo.

L’anno scorso ad un convegno citai l’Ají Amarillo come una delle colture tipiche delle Ande, e guardai verso alcuni rappresentanti originari di quella zona, sperando di non aver detto nulla di errato. A dirla tutta non è che sapessi molto su questo ortaggio, infatti non era questo il principale argomento del mio intervento. Con mio grande sollievo essi annuirono con approvazione, confermando: “Praticamente hai detto tutto!”. La cultura andina che ha un legame particolare con la mia città, Milano – le comunità originarie di questi Paesi sono numerose e attive, abbiamo conosciuto gli Inti Illimani tanto che sembrava di vederlo el condor pasa, siamo concittadini dell’esploratore e botanico Antonio Raimondi, e andiamo pazzi per la Quinoa – non esisterebbe senza l’Ají.

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Particolare del quadro Mondo Sconosciuto (Davide Cinquanta 12/05/2016)

L’Ajì è così importante che mi soffermo a lungo a guardare l’arancione vivido della sua buccia, la sua tendenza ad arricciarsi in infiniti modi mai uguali a se stessi, ed il loro disporsi a corona, come in un piatto ideale, attorno a un pesce. Il sapore di una spezia è il carattere del popolo che la utilizza. Il tono piccante richiama il calore del fuoco – o dei vulcani – ed emozioni intense, erotiche, irrazionali, ma anche la salute e la salvezza, per il suo potere di sanificare il cibo e proteggere il corpo da eventuali germi presenti.

Vengo distolto solo da Stefano Belloni, che come omaggio all’amico Juan Caiza sta cantando Gracias a la vida, degna conclusione di un viaggio, una preghiera innalzata alla vita declinatrice di bellezza, reale, immaginaria, vicina, lontana, lunare.

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