Melanzana Arbëreshë

Era una limpida giornata d’agosto, io e mia sorella stavamo trascorrendo le vacanze a zonzo attorno al massiccio del Monte Pollino, senza un piano né una destinazione, solo con un’automobile, un pieno di benzina e qualche risparmio nella cassa comune.

All’agriturismo ci avevano parlato di alcuni paesi della zona dove, in barba ai secoli e all’economia globale, sopravviveva la cultura Arbëreshë, tramandata dai discendenti degli Albanesi i quali, a partire dal XV secolo, avevano dovuto abbandonare le loro terre per scampare all’invasione dei Turchi, rifugiandosi nei più remoti anfratti dell’Italia Meridionale. Con la loro lingua arcaica, il rito greco-ortodosso, i costumi tradizionali portati dall’Est, e i tessuti di filo di ginestra, gli Arbëreshë si ritrovano oggi disseminati in decine di comunità lungo l’Appennino, dall’Abruzzo alla Sicilia. I loro insediamenti sorgono in alto, arroccati sui crinali, saldi su contrafforti montuosi, come isole che emergono dal fiume dei secoli resistendo alla forza della corrente.

Avevamo parcheggiato nel paese di San Costantino, un borgo di una certa importanza nella valle del Sarmento. Cominciammo la visita, e ci ritrovammo in una piazzetta dalla forma irregolare, sulla quale si affacciavano alcune vecchie case assonnate, con le imposte socchiuse come palpebre su un meritato riposo. Sotto alle finestre e presso le porte vi erano muretti bassi, dall’aspetto molto spartano. Più importanti persino di un pulpito, sopra questi la gente usa sedersi la sera per riposarsi, rigenerarsi al soffio della brezza che scende dai monti, ma soprattutto chiacchierare.

Stavamo leggendo alcune notizie sulla guida, quando udimmo avvicinarsi lo sciabattare sgraziato di passi corti e rapidi. D’un tratto si fermarono, il rumore scomparve, alzammo lo sguardo dalla pagina e fummo acchiappati da due occhi sguerci, sbarrati, di un azzurro sbiadito per gli anni che non ci lasciava via di scampo. Eravamo prigionieri di un paio di lenti progressive, con le stanghette nascoste da un sottobosco arruffato di capelli grigi. Una mappa di rughe si disegnava ordinata attorno a una bocca che dopo tanti decenni trascorsi a respirare poteva permettersi bene di sorridere a suo totale piacimento. Il suo collo si protendeva in avanti, curioso di quasi tutto ciò che capitasse nello spazio attorno, partendo da spalle fragili dalle quali pendeva una vestaglia a fiori. Portava nelle mani una fondina, coperta da un piatto piano rovesciato e avvolta in uno straccio a quadretti rossi.

“Scusate se vi guardo così da vicino…” ci disse arricciando le consonanti attorno alla lingua prima di liberarle, “Ma non ci vedo tanto bene.”

Le rispondemmo di non preoccuparsi, comprendevamo, così riprese:

“Da dove arrivate voi?”

“Da Milano!”

“Ah, bene!” e porgendoci il fagotto che aveva in mano continuò: “Le volete due melanzane che mi sono avanzate? Le stavo portando alla mia vicina, ma non era in casa, sarà andata dalla figlia.”

“Lei è molto gentile, ma abbiamo già mangiato…”

“Le ho cotte stamattina, sono fresche! Avrei dovuto farne di meno, che fastidio mi dà buttare via la roba da mangiare… ma è stata una giornata proprio strana, sapete? Ah! Scusatemi, mi chiamo Delmina, e abito in quella casa là, con il balconcino davanti alla porta d’ingresso e i vasi con i tagete e la lavanda. Che cosa vi volevo dire? Ecco… io mi sveglio molto presto di mattina, non riesco a dormire tante ore, ma dicono che a una certa età sia normale, chi lo sa? Insomma, comincia ad intravedersi l’alba attraverso le fessure delle imposte, ed io sono seduta sulla mia poltrona alla luce di una lampada, a leggere il mio libro albanese. Non è proprio uguale alla lingua Arbëreshë, ma si assomigliano e riesco a comprendere tutto bene con una certa fluidità. Mi serve per tenere il cervello in esercizio e non perdere la grammatica e il lessico.

“Come vedo che si fa giorno spengo la lampada e mi alzo per andare ad aprire le imposte. Esco sul balconcino per vedere che tempo fa, guardo i miei fiori, guardo le finestre delle vicine, guardo la piazzetta… e per poco non mi viene un accidenti. Sarà che non vivo più in città da alcuni anni e non sono più abituata, ma mi sale qualcosa che non vi so descrivere. Spavento o rabbia, mi scoccio non poco. Proprio qui, dove siete seduti voi adesso, ci trovo un uomo sdraiato, tutto avvolto in una felpa con il cappuccio e la testa appoggiata ad uno zaino sudicio da buttar via. Ma il bello è che non è qualcuno del paese, è un negro!

“Non me ne frega niente che non si dica… ho studiato anch’io alle scuole magistrali, non sono un’ignorante, ma ai miei tempi si diceva negro, e ormai vado avanti così. Comunque, non si può venire nel nostro paese e dormire per strada, non mi interessa se voi giovani la pensate diversamente, non si fa. E allora infilo i piedi in un paio di zoccoli, mi metto uno scialle sulle spalle, scendo le scale e vado verso di lui. Intanto gli grido Signore! Scusi lei! Non può stare qui, si alzi, per favore!

“Nel vederlo più da vicino mi piange il cuore, non è che un ragazzo, è difficile dare un’età a questa gente, ma secondo me non ha più di vent’anni. Maria Santissima se puzza… Gli ripeto di alzarsi, ma questo mi guarda intontito. Gli domando di dove sia, e mi risponde: Nigeria. Trattandosi di un Paese anglofono mi metto a parlargli in inglese, e lui mi dice di chiamarsi John.

“Lo invito a salire in casa mia, che cosa avrei dovuto fare secondo voi? Gli dico di sedersi su una sedia e di appoggiarsi al tavolo della cucina, intanto penso a che cosa dargli da mangiare. Mi viene in mente che nel frigorifero ho alcune melanzane rosse di Rotonda, che sono tipiche delle nostre parti, e decido di preparargliele in una vecchia maniera Arbëreshë.

“Così, per conversare, chiedo a John di raccontarmi qualcosa di sé, innanzitutto il motivo per il quale ha lasciato il suo Paese. Mi risponde che gli integralisti religiosi hanno attaccato la sua casa, perché la sua famiglia era di fede diversa, hanno torturato e ucciso tutti, tranne lui che è riuscito a scappare. Ha attraversato territori di guerra con una condanna a morte sulla testa, il deserto del Sahara, le prigioni libiche, e il mar Mediterraneo. Ha lavorato come uno schiavo nei campi di pomodori, poi è riuscito a liberarsi anche da questo giogo e ha cominciato a risalire la Penisola a piedi, diretto verso nord. Rimango così colpita dalla storia terribile di John che sbadatamente afferro il barattolo del sale e lo apro, dimenticandomi che io il sale lo tengo al posto dello zucchero. Utilizzo questo stratagemma per nascondere un centinaio di Euro in contanti, per le emergenze.

“Prendo il coltello, il tagliere, e comincio ad affettare le melanzane. Preparo anche un soffritto di olio extravergine d’oliva e aglio. John ha smesso di parlare, forse si è stancato troppo nel raccontare il suo viaggio, così cerco di intrattenerlo io con qualche chiacchiera. Gli racconto di quando ero ragazza, ed ero stata costretta a lasciare il mio paese, prima per studiare, poi per lavorare come insegnante, a Modena. Gli parlo di mio marito, e della sua morte, dopo la quale sono tornata qui a San Costantino, e ho ritrovato le mie radici. Metto le melanzane a cuocere nella padella insieme al soffritto, alla fine aggiungo il sale, il basilico e le molliche di pane. Riempio un piatto e lo servo al povero John. Lo lascio solo qualche minuto, dovendo andare in bagno, che cosa avrà mai potuto combinare in quel poco tempo?

“Al mio ritorno in cucina… il ragazzo si è volatilizzato, portandosi dietro tutta la sua roba. Le melanzane sono rimaste nel piatto, con l’eccezione di qualche cucchiaiata. Avrebbe voluto mangiarle, ma troppa era la fretta. Guardo dentro al barattolo del sale, e constato che i soldi non ci sono più, se li è portati via.

“Non fate quelle facce, non me la sono affatto presa per il denaro. Che cosa volete che vi dica, ragazzi? Tra di noi dobbiamo sforzarci di capirci, nel Mediterraneo siamo tutti profughi.”

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