Il Primo Giorno d’Indipendenza

L’unica paura che devi avere è di non sapere

MIA COUTO, L’altro lato del mondo

 

All’alba del 26 giugno 1975, il primo giorno d’indipendenza del Mozambico, Manuel si risvegliò incastrato tra le assi di un dhow, fradicio per gli spruzzi d’acqua di mare che scintillavano tutt’attorno. Il dhow era un semplice scafo di legno, con un albero maestro che sosteneva una vela triangolare. Era l’imbarcazione tradizionale con la quale i mwani, popolo di pescatori, si spostavano da un punto all’altro dell’arcipelago delle Quirimbas, le cui isole si allineavano una dietro l’altra lungo il margine del continente, come conchiglie infilate in una collana.

Il ragazzo si sforzava di dormire, con le braccia che si avvolgevano strette attorno alla sua testa per paura che gli esplodesse dal dolore. Quella lama che gli perforava le tempie, e quell’aridità che dalla lingua si propagava verso tutti i suoi organi, potevano essere l’effetto del sole che saliva nel cielo, sempre più alto e rovente, oppure di un attacco di babalaza, quel male di vivere che si manifesta dopo una notte di suicidio alcolico. La seconda ipotesi era più plausibile, dal momento che per i bairros e le strade di Porto Amélia i combattenti della Frelimo (Frente de Libertação de Moçambique) il giorno prima avevano dato inizio ai festeggiamenti per la fine della guerra. Manuel si era intrattenuto con i compagni fino a una certa ora, poi si era precipitato sulla spiaggia di Paquitequete, dove aveva preso accordi con Daúdo, che possedeva un dhow e per questo veniva chiamato capitão, per traghettarlo alla volta dell’isola di Ibo. Aveva dato di volta il cervello al giovane Manuel, che mai si sarebbe tirato indietro quando c’era da combattere o da bere, cantare o ballare, per perdersi quella notte di festa, esecuzione pubblica di una lunga sofferenza? Niente affatto, Manuel era solamente innamorato.

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Qualche settimana prima si trovava insieme ad alcuni compagni in una barraca nel bairro di Paquitequete, a mangiare lula grelhado[1] e bere birra di manioca. Era l’unico bianco in mezzo a muri di bambù e fango secco, e sotto tetti di foglie di palma da cocco. A breve distanza sorgeva la baixa[2] di Porto Amélia, con i porticati coloniali che sfilavano lungo Rua do Comércio, e l’unica bottega della regione a vendere prodotti europei, ma Manuel non sopportava di camminare su quelle strade morte e annusare la mancanza di odore di quelli con le sue stesse origini. La sua famiglia l’aveva messo al mondo in Mozambico venti anni prima, non aveva quindi dubbi su quale fosse la sua Patria amata. Con i compagni di guerriglia si parlava più che altro di amore e politica, che è una forma di amore anch’essa fino a che non si arriva alla divisione dei beni.

All’uscita dalla barraca i giovani si erano incamminati lungo la strada che dalla moschea va verso il mercato del pesce secco. Senza poterlo prevedere, né immaginare, all’improvviso Manuel inciampò in un battito del cuore, e in mezzo agli sguardi speranzosi apparve lei, un beijo de mulata, un fiore dai petali carnosi avvolto in una capulana sgargiante. Lui la salutò alzando il cappello, la ragazza lo ricambiò con un sorriso candido e sudato. Le domandò: “Come ti chiami?”. “Ornilda” rispose. “E dove abiti?” “Sull’isola di Ibo.” “Il mio nome è Manuel, verrò a prenderti alla fine della guerra!”, e si guardarono fino a perdersi di vista.

 

“Avremmo dovuto partire almeno due ore prima!” gridò Daúdo nella testa di Manuel, che rimbombava come una pentola vuota. “Eravamo d’accordo di partire due ore prima dell’alba, ma tu eri impegnato con gli altri soldati a fare festa mentre ti aspettavo sulla spiaggia!”.

Il ragazzo non capiva perché il capitão fosse così infuriato, legato com’era dalla nausea alle assi del dhow. “La marea sta calando, non riusciremo ad entrare in tempo nel porto di Ibo…” riprese Daúdo “Stiamo per incagliarci in una secca!”.

Manuel si sporse dal parapetto per osservare il fondale di sabbia e roccia sempre più nitido attraverso l’acqua cristallina. Il capitão ordinò al suo secondo di ammainare le vele e gettare l’ancora, da lì in poi sarebbe stato impossibile navigare. Mise una mano sulla spalla del giovane e gli indicò un varco in mezzo alle mangrovie. Gli disse che procedendo a piedi sempre dritto, orientandosi con la posizione del sole, avrebbe raggiunto Ibo in poche ore di marcia.

Si legò stretto un paio di sandali di cuoio, e con la sua borsa sgualcita sopra la testa saltò nell’acqua bassa che gli arrivava fino al ginocchio. Cominciò a marciare lentamente, strizzando gli occhi verso il limitare della foresta di mangrovie, che sembrava vicino ma per quanto camminasse non lo raggiungeva mai. Le fronde verde smeraldo in mezzo alle quali sciamavano gocce di luce dorata lo abbracciarono d’incanto, come nel passaggio da un sogno a un altro. L’acqua trasparente gli arrivava alla caviglia, il letto sabbioso sotto le suole dei suoi sandali era irto di giovani radici, tra le quali si rincorrevano i granchi violinisti. Sopra la sua testa eseguiva il suo programma un coro di richiami, una babele di voci che si raccontavano le cronache della foresta.

Un passo dopo l’altro le mangrovie si diradarono, la terra uscì definitivamente dal mare, e Manuel iniziò a procedere attraverso una macchia di arbusti percorsa da antichi sentieri. Si ritrovò a camminare sulla cima di un terrapieno, lungo il quale sorgevano di tanto in tanto capannine di legno. Il sentiero sopraelevato si intrecciava con altri simili che delimitavano profonde risaie, nelle quali maturavano pannocchie dai grani bruni dopo aver bevuto acqua salata per tutta l’estate e l’autunno. Chine sotto al sole, le donne del popolo mwani dalle capulanas variopinte, rimuovevano le erbe infestanti dal loro campo. Al passaggio di Manuel si alzavano, mostrando i loro visi impiastricciati di terra bianca.

Oltre le risaie, alla boscaglia si alternavano fazzoletti di terra coltivata, nei quali crescevano alcune rachitiche piante di manioca e cespugli di caffè. Manuel aveva sentito parlare del caffè di Ibo, che era di varietà robusta, era stato dimenticato sull’isola dagli arabi chissà quando, e lì era rimasto come un naufrago, godendosi il caldo tropicale e senza impegnarsi troppo per migliorare il proprio aroma.

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Ibo, una città muta ma non sorda. Tutt’altro che povera di qualsiasi genere di suono, l’unico che non si udiva era quello delle parole. Manuel si ritrovò a camminare per una via diritta, lungo la quale si allungavano i porticati di vecchie case dalle colonne scrostate, alberi di mango, anacardo e neem. Nell’ombra dei colonnati si incontravano di tanto in tanto qualche sedia divelta, o un tavolo senza gambe. Le finestre non avevano più i vetri, finiti in frantumi sui pavimenti sventrati dalle radici degli alberi. I rampicanti si insinuavano lenti e inesorabili attraverso i tetti crollati. Le rovine conducevano ad una piazza, dove troneggiava una chiesa dalle sopracciglia moresche a cui avevano cavato gli occhi. A lato dell’edificio si rannicchiava un piccolo cimitero dalle lapidi divelte e i nomi cancellati dal tempo. In mezzo alle tombe un ragazzino magro dallo sguardo inconsapevole teneva d’occhio alcune capre che brucavano le sterpaglie. Manuel gli domandò dove si trovasse Ornilda, e il pastore gli indicò di proseguire lungo quella via.

Di alcune case non era rimasto che il guscio, la foresta ne aveva divorato l’interno. Sotto i portici costruivano il loro grande nido collettivo gli uccelli tessitori, i rapaci si nascondevano nei comignoli, e lungo i muretti le scimmie saettavano impunite, rincorrendosi e schiamazzando. Il ragazzo raggiunse uno spiazzo intorno al quale si raccoglievano le capanne degli abitanti. Erano tipiche palhotas, costruite con ciò che si poteva raccogliere sull’isola. Alcune donne con la faccia imbiancata sedevano all’ombra delle palme da cocco che crescevano nei loro cortili, simulando una vendita di cipolle, mango e pesce secco. Manuel sapeva quanto fosse importante la palma da cocco, della quale non si buttava via niente. I frutti erano un’importante fonte di nutrimento, con le foglie intrecciate si realizzava il macuti, con cui si ricoprivano le palhotas, e le radici avevano il potere di curare il mal di testa e altri dolori.

Addentrandosi nell’aldeia[3], Manuel ritrovò Ornilda all’ombra di una tettoia di bambù, accovacciata davanti a una pentola posta sopra una stufa a carbonella, intenta a rimestare la xima, una polenta bianca ottenuta mescolando farina di manioca e acqua. Anche il suo viso era ricoperto di terra bianca, ma questo non negava alla sua bocca la libertà di chiamare Manuel. Non potendo interrompere il suo lavoro, lo salutò con una scintilla accesasi nei suoi occhi in quell’istante, si inumidì le labbra e chiamò il padre perché uscisse ad accogliere l’ospite. Il senhor Abudu uscì dalla porta della palhota trascinando i piedi nella polvere. Indossava soltanto un gonnellino, un paio di sandali e per l’occasione un braccialetto d’argento. Con l’età gli era cresciuta una barba ispida e i capelli si erano diradati. Invitò l’ospite a sedersi su un letto di corde intrecciate, e gli chiese da dove arrivasse.

“Il mio nome è Manuel, mio padre, Afonso, è nato a Timor Leste, per trasferirsi in seguito a Lourenço Marques[4], dove ancora vive. Ho studiato scienze agrarie all’università, e ho combattuto con la Frelimo e il presidente Machel nella Guerra di Liberazione, che finalmente si è conclusa.” Raccontò il giovane. Il senhor Abudu rimase un po’ a pensare a quelle notizie incredibili, e disse:

“Interessante, non sapevo che ci fosse una guerra.”

“Non direte sul serio!” ribatté Manuel incredulo “È stata una lunga guerra, durata più di dieci anni, con la quale siamo riusciti a liberare il Mozambico dagli oppressori portoghesi…”

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“Vi chiedo scusa, ma qui sull’isola non è arrivata alcuna notizia di nessuna guerra. Raramente Ornilda si reca a Porto Amélia a vendere il pesce secco, quando è strettamente necessario, ma sa che per noi di Ibo quel che avviene da altre parti è tabù. Lei non si informa e noi non chiediamo.”

“Sono senza parole… questa città è stata un avamposto portoghese per almeno tre secoli, lo testimoniano le rovine degli edifici, è la Storia che parla!”

“Spiacente, ma non ne so nulla. Non so di nessun portoghese passato per quest’isola.”

“Non conoscete niente del vostro passato?”

“Nascita, vita, morte, è questo che conosciamo, nient’altro ci hanno insegnato i nostri antenati.”

Poco prima del tramonto la famiglia si riunì davanti all’ingresso della palhota per consumare il pasto. Si prendeva con le dita, direttamente dalla pentola posta al centro della famiglia seduta a terra in cerchio, un boccone di xima, lo si impastava con il carril di pesce cotto insieme ai noccioli di mango, e alla matapa, una salsa di foglie di manioca e anacardi. L’arrivo dello straniero era motivo di festa nella palhota, Ornilda e le sue sorelle avevano cucinato tutto il pomeriggio, mentre Manuel discorreva con il senhor Abudu seduti sui letti di corde. Alla fine del pasto la madre di Ornilda, dona Carminda, servì all’ospite un bicchiere di caffè di Ibo che coltivava lei stessa nella sua machamba[5].

Il mattino seguente al sorgere del sole, la bella Ornilda svegliò Manuel, che dormiva nell’angolo più fresco del cortile. Gli sussurrò di seguirla, l’avrebbe condotto in un posto magico, e il ragazzo si alzò eccitato pronto a partire. Si lasciarono l’aldeia alle spalle, e come si trovarono abbastanza lontani lei gli prese la mano, e camminando più spedita lo trascinò lungo un sentiero stretto attraverso una macchia di arbusti. Procedendo lungo quel tracciato, con l’orizzonte nascosto dalle fronde, si cominciò a sentire sempre più vicino il frastuono dell’oceano che si infrangeva sugli scogli.

Sbucarono in una spianata ricoperta di sabbia, sopra la quale incombeva un’imponente muraglia grigia con al centro un grande portone. I battenti di legno vecchio erano socchiusi, così i due ragazzi poterono sgattaiolare all’interno. Si ritrovarono in un atrio scuro, cosparso di pezzi di legno appartenuti a panche, tavoli, e altri frammenti di una vita quotidiana svanita, polverizzata. Da lì, attraverso un grande arco, si accedeva alla piazza d’armi.

Dall’enorme spazio partiva una scala che portava in alto ai camminamenti. Il forte aveva la forma di una stella, e dalle sue torrette era possibile sorvegliare tutta l’isola e il tratto di mare circostante. Le possenti mura si appoggiavano su un’antica barriera corallina, le cui rocce erano taglienti come rasoi. Manuel si aggirò esterrefatto lungo i camminamenti, sbirciando attraverso ogni feritoia l’ignoranza dell’abbandono. Notò ad un tratto che Ornilda si era allontanata, ridiscendendo le scale verso la piazza, così la seguì.

La ritrovò in una stanza dal tetto a volta, il pavimento ricoperto di polvere e due lame di luce che penetravano attraverso due finestrelle ai lati della porta d’ingresso. Ornilda si era slacciata la capulana, l’aveva adagiata a terra e su di essa si era distesa, nuda in attesa di Manuel, con una mano nascosta in mezzo alle cosce strette l’una all’altra. Per sua formazione politica il giovane non credeva in Dio, ma lo ringraziò ugualmente per avergli permesso di sopravvivere alla guerra. Fecero l’amore fino a che non cominciò ad essere troppo caldo, momento in cui si addormentarono.

Verso la fine del pomeriggio il ragazzo si risvegliò, alzò lo sguardo appoggiandosi sui gomiti, e prese a guardarsi attorno. Vide che a lato della stanza si apriva un porta che prima non aveva notato… Si infilò i pantaloni per dirigersi verso quel passaggio, per scoprire che cosa celasse.

Entrò in una nuova stanza dalle pareti graffiate dai messaggi lasciati da tante altre anime transitate di lì, e impregnate di un pungente odore di muffa. Tutt’attorno, a ridosso dei muri, si allineavano vecchi scaffali di legno che stavano per cedere sotto il peso di cumuli di carta ingiallita, dalla quale si staccava un nevischio di frammenti che di anno in anno venivano soffiati via dall’oblio. La ragazza fece il suo ingresso nella stanza stringendosi la capulana al petto, e con parole assonnate domandò a Manuel: “Che cos’è questo posto?” Egli sorrise fissandola negli occhi: “La nostra storia… il nostro passato è tutto qui. Non eri mai entrata in questa stanza?” “Mille volte, ma nessuno di noi è capace di leggere.”

Il combattente si mise ad esaminare le carte, e dopo essersi accorto di ciò che contenevano, con le pupille ancora perse in mezzo ai fogli, disse: “Guarda, Ornilda, questi sono tutti documenti che servivano ai portoghesi per amministrare le loro colonie in Mozambico. Un pezzettino alla volta raccontano di come sono andate le cose. Nei secoli passati Ibo era il capoluogo della regione, dal momento che aveva una posizione strategica lungo le rotte commerciali, ed era perfetta come luogo per il mercato degli schiavi. Le persone venivano prelevate nei villaggi nel centro dell’Africa, incatenate e costrette con la forza a marciare fino alla costa. Gli uomini e le donne abbastanza forti da sopravvivere alla tratta venivano venduti all’asta ai mercanti di esseri umani. Rinchiusi in questa fortezza trascorrevano gli ultimi giorni prima di essere deportati per nave, lontano, al di là dell’oceano. Ad un certo punto del secolo scorso fu abolita la schiavitù in tutto il mondo, e tale commercio cominciò a rivelarsi meno redditizio, così

Ibo fu gradualmente abbandonata e il centro amministrativo della regione fu trasferito sul continente, a Porto Amélia. I colonizzatori si portarono via tutto, non lasciarono altro che le ossa spolpate del loro impero. Solo allora, in un’isola ormai deserta e cosparsa di rovine, i mwani poterono ritornare a vivere nella loro terra d’origine, e dedicarsi alle loro attività tradizionali fuori dalla linea del tempo, orfani di un principio e ignoranti del destino, in un perpetuo ritorno dei monsoni e della siccità.” Quando, terminato il suo racconto, Manuel si voltò, trovò Ornilda distesa nella polvere priva di sensi.

La ragazza si risvegliò alla fine di un sonno tormentato, avvelenato dalla febbre e soffocato dal sudore. Riaprì gli occhi nel cuore della notte, sdraiata su un letto di corde all’interno dell’unico locale della palhota, vegliata dal senhor Abudu, dona Carminda e Manuel. Il padre la guardava nel modo inespressivo di chi ha affidato la propria esistenza ad uno spirito inintelligibile che regna sulla vita e la morte. Quando la figlia gli rivolse lo sguardo, alzò un ringraziamento al cielo, e le domandò se stesse bene.

“Sto bene,” confermò Ornilda “ma il mio sonno è stato pieno di sogni.”

“Quali sogni?” domandò Manuel allarmato.

“Ho visto in sogno cose mai conosciute prima, inspiegabili… che non sono ancora accadute. L’ultimo ricordo che ho è di quando nell’archivio abbandonato hai finito di raccontare del passato. Dopo quel momento sono cominciate le visioni…”

“E che cosa hai visto?”

“Mi è rimasta impressa un’immagine, come un’esperienza che non ho mai avuto. So che presto arriverà una lettera.”

“Una lettera? Da chi? E da dove?”

“Una lettera dal futuro…”

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Nei giorni seguenti Ornilda proseguì ad avere visioni ogni volta che si addormentava. Al suo risveglio, rimanevano impresse dietro ai suoi occhi le immagini di ciò che sarebbe successo, e si recava alla palhota delle persone coinvolte in quei sogni, per portare loro predizioni del futuro. Dopo qualche tempo la ragazza cominciò a ricevere qualche compenso per l’attività svolta. Non fu difficile verificare la veridicità delle sue premonizioni. A quattro donne dell’aldeia aveva annunciato l’arrivo di figli, e in breve tempo tutte queste erano rimaste incinte. Si era raccomandata con un pescatore di avvertire i suoi figli di prestare attenzione nell’uscire in mare. Di lì a pochi giorni, una sera in cui si era alzato un forte vento, uno di loro cadde dal dhow durante una battuta di pesca, rimase impigliato in una rete incastrata tra i coralli e morì affogato, per quanto i fratelli tentassero di portarlo in salvo.

L’amore con Manuel diventò quasi rituale. Da quel giorno all’archivio dimenticato nella fortezza la sua vita non era stata più la stessa. Si univa allo straniero con la devozione di una preghiera per onorare l’arrivo di un messaggero da un altro luogo, che aveva aperto gli occhi alla gente, svelando loro la verità e liberandoli dall’oblio. Ornilda sperava che da quegli amplessi si generasse prima o poi un figlio, perché sentendosi ormai irrimediabilmente diversa dalle altre donne di Ibo, non era certa che qualcuno in futuro l’avrebbe chiesta in moglie.

“Qui a Ibo non avevamo mai avuto un’indovina prima d’ora, è segno che qualcosa sta cambiando.” Sentenziò il senhor Abudu con gli occhi fissi davanti a sé.

“Molte cose sul continente sono già cambiate.” Fu la risposta di Manuel.

“Dove andremo a finire?”

“Non lo so, e temo che nemmeno Ornilda possa sognare tanto in là.”

“Un futuro misterioso e imperscrutabile incombe su di noi, e non sappiamo che cosa fare. Il tempo dei nostri antenati si è dissolto, non siamo più noi a governarlo, ora il tempo ci viene dettato da qualcuno che sta là fuori.”

Manuel guardò quell’uomo dal profondo del suo giovane cuore invecchiato, e gli disse: “Abbiamo combattuto e sofferto tanti anni perché sognavamo di essere noi a scrivere le nostre regole. Ora che il Mozambico è indipendente è libero di essere ciò che desidera, ma per sognare in modo saggio deve conoscere il proprio passato. Solo partendo dalla propria storia sarà in grado di costruirsi un futuro.”

La lettera arrivò, portata dal dhow di Daúdo, che azzeccando la marea giusta era riuscito a gettare l’ancora davanti alle rovine del porto di Ibo. Manuel si fece largo tra la folla che si era radunata sulla spiaggia. La gente si faceva da parte lasciandolo passare, con la muta consapevolezza che solo lui con le sue competenze avrebbe potuto svelare l’arcano di quella lettera tanto attesa. Manuel era infatti l’unico sull’isola a saper leggere. Il senhor Abudu e Ornilda lo seguirono per restargli vicino, e per non perdersi neanche un sospiro di quegli eventi cruciali.

Daúdo consegnò nelle mani di Manuel una busta bianca, con il nuovo stemma della Repubblica del Mozambico, agricoltura, istruzione e lotta armata. Il capitão aveva ricevuto l’ordine di portare la lettera nelle mani del capo dell’aldeia, solo che gli abitanti di Ibo non si erano mai preoccupati di nominarne uno. Così il giovane combattente aprì la busta, dispiegò il foglio in essa contenuto e a voce alta proclamò:

“Lourenço Marques, 26 giugno 1975. Questa lettera proviene dal Governo, dice che in conseguenza alla riforma della pubblica amministrazione, seguita alla formalizzazione dell’indipendenza della Repubblica dal Portogallo… La città di Ibo è stata dichiarata capoluogo dell’omonimo distretto, che comprenderà la nostra isola e quelle più prossime… A breve giungerà a Ibo il capo-distretto, nominato dal Governo centrale, insieme ad alcuni membri del personale tecnico-amministrativo… i primi compiti del governo locale saranno l’organizzazione e la razionalizzazione delle attività economiche, agricoltura e pesca in primo luogo; la costruzione della rete elettrica e idrica; la costruzione di una scuola e di un centro di assistenza medica; la riscossione di imposte… Un futuro di prosperità attende i nostri figli nella nuova Repubblica del Mozambico, siamo un popolo meraviglioso, costruiamo uniti il futuro della nostra Patria Amata!”

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Da quel giorno gli abitanti di Ibo cominciarono ad attendere che le promesse di un futuro migliore si realizzassero. Così, in seguito alla firma che sancì il loro ingresso ufficiale nel corso degli eventi, si resero conto di essere poveri. Fu insegnato loro che dopo la morte c’è qualcos’altro, impossibile dire che cosa, ma certamente non si tratta di vita, perché nel nuovo sistema tutto si trasforma, nulla si rigenera.

Il mare grosso dell’inverno australe ritardò di alcune settimane l’arrivo del capo-distretto. Il dhow che lo accompagnava nella sua nuova sede gettò l’ancora davanti alle rovine di Ibo una sera di settembre, con solo il canto delle balene riunitesi lì per partorire ad accoglierlo.

Quella notte la bella indovina sognò Manuel, che dopo averla amata le diceva:

“Ornilda, il nuovo capo del distretto ha portato una lettera indirizzata a me, spedita dal comandante del battaglione con il quale ho combattuto durante la Guerra di Liberazione. Mi informa che è scoppiata la guerra civile, e sono quindi richiamato alle armi per difendere la Patria dai ribelli, sostenuti dai nostri nemici imperialisti. Se ti lascio è per amore, perché questa terra io l’amo con tutta la mia anima, e difendendola proteggo anche te, che sei il fiore più bello dell’Africa e sei la mia sposa. Addio Ornilda, spero di rimanere vivo per poter ritornare a riprendermi il cuore che lascio con te, su quest’isola, nel futuro…”

Quando si risvegliò, il cambiamento si era portato via Manuel, la sua borsa e il suo cappello.

Che sia maledetta la guerra, e anche la pace.

Siano maledetti la Patria, l’Unione Sovietica, l’apartheid e gli imperialisti.

E sia maledetta Ibo.

[1] Calamaro grigliato

[2] Quartiere centrale di Porto Amélia – che dopo l’indipendenza assunse il nome di Pemba – costruito dai coloni portoghesi

[3] Villaggio

[4] Capitale del Mozambico, che dopo l’indipendenza cambiò il nome in Maputo

[5] Campo dove le famiglie contadine praticano un’agricoltura di sussistenza

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2 pensieri su “Il Primo Giorno d’Indipendenza

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