Gerundo

Madre della mia carne/ aiutami a ricordare il mio nome/ Padre del mio spirito/ difendimi dalle ferite/ Indicami la direzione/ per il sentiero che porta all’amore/ tienilo libero dai cespugli/ nascondilo dagli occhi degli uccelli.

Se non troverò l’inizio/ mi lascerò guidare dal drago/ pregherò che la sua fiamma/ possa illuminare la notte.

Figlio della Terra e di Dio/ Signore che governa il Lago/ che viaggia su un carro di nebbia/ e ha un cuore profondo come l’uomo…

“Figlio della Terra e di Dio… Signore che governa il lago…” tutta quella gente chiusa nel recinto cantava questa preghiera, per tranquillizzare i bambini. Era notte fonda, non saprei dire l’ora precisa. Era autunno, periodo dell’anno in cui nella pianura le giornate sono corte e sbiadite, e il buio cala presto, lento e impercettibile e la luce si affievolisce in silenzio, man mano che i grigi si fanno più scuri fino a sparire. In cielo non brillava nemmeno una stella, se non qualche scintilla scappata dai fuochi che avevano invaso il villaggio. Tuttavia questo non ci preoccupava, dalle nostre parti è raro che la foschia non nasconda dalla vista e dal cuore le luci notturne, gettando sopra di noi una volta bassa, uniforme e incomprensibile. Quel che non era normale erano le fiaccole sparse tra le capanne, che rischiaravano i vicoli di fango con un chiarore bruno, tremolante come raggi di un sole morente.

Avrei voluto essere là con loro, invece ero stato messo da parte, legato ad un palo. Più però passa il tempo, e i ricordi si astraggono dentro di me, rimanendovi impressi come bassorilievi, più mi domando se invece non avessi dovuto trovarmi in quel recinto, insieme ai miei compagni. Ritornano in continuazione nei miei pensieri i loro sguardi, decine e decine di volti che all’improvviso non ho mai più visto. Se ne sono andati tutti in una volta, senza che riuscissi a salutarli uno per uno. Tutte le volte che prego chiedo il loro perdono, malgrado la natura della mia colpa sia alquanto vaga. Da quella notte non ho mai più smesso di sentirmi in debito verso tutto, verso la felicità, verso la tristezza, verso i sogni e verso gli incubi. In definitiva, verso di loro.

Non appena le tenebre furono complete arrivarono i soldati. Il villaggio era rischiarato soltanto da solitari lumini che il nostro popolo è solito lasciare accesi dentro le lanterne appese alle porte. È un messaggio rivolto ai viandanti notturni, per segnalare una casa pronta a dare ospitalità allo straniero, chiunque egli sia. Questo insegnamento ci è stato trasmesso dai nostri antenati, e tra tutti quelli che abbiamo ricevuto è il più sacro, poiché ogni estraneo che si presenti alla nostra porta può rivelarsi un bandito, ma può anche essere Dio in uno dei suoi travestimenti venuto a ricompensarci per la nostra fede. Saranno anche tempi difficili, ma come si fa a riconoscere un giusto da un malintenzionato prima di averlo conosciuto?

Quegli uomini ricoperti di ferro, i pugni chiusi sull’elsa di grosse spade dalle lame affilatissime, sguardi ciechi che si sporgevano da barbe folte, fecero irruzione in ogni abitazione e cominciarono a spaccare tutto ciò che trovavano brandendo le loro armi. Non fecero nemmeno una domanda, non chiesero il nome a nessuno, non vollero parlare con il rappresentante di alcuna famiglia, tanto sapevano che a Palatium c’eravamo solo noi. Eravamo un villaggio di soli – come usavano chiamarci – pagani. Non è che non fossimo cristiani, anzi, ci eravamo procurati un Vangelo e l’avevamo letto con molta attenzione trovandolo di grande interesse, ma non comprendevamo tutta questa urgenza nel doverci battezzare in massa e farci registrare in parrocchia.

Tutti coloro che non riuscirono a mettersi in salvo furono minacciati con le armi, e costretti ad incamminarsi verso uno slargo in mezzo alle case, dove si trovava il pozzo. Il nostro villaggio era formato da costruzioni piccole e molto semplici, le pareti erano di pali di legno e mattoni di fango secco. I tetti erano di paglia, bisognava sostituirli spesso, ma ci tenevano tutti al caldo. Pure in una tale povertà, la devastazione che i soldati portarono fu inimmaginabile. Le braccia di quegli uomini colpirono vasi di terracotta, bottiglie di vetro, pentole di rame, che cadendo sul pavimento di terra battuta si rompevano facendo molto rumore. Come gli abitanti venivano trascinati fuori dalle loro case, i soldati accendevano le fiaccole e le avvicinavano ai tavoli di legno e ai tetti di paglia, che nonostante fossero impregnati dell’umidità della pianura si accendevano in un batter d’occhio. Le persone venivano costrette a seguire i militari con i modi più brutali. Dove la minaccia di essere trapassati da una spada falliva, giungevano le parole urlate contro quelle famiglie inermi, che ghermivano la loro dignità fino a farla a brandelli. Chi schiacciato dalla paura non riusciva a rimanere in piedi, e tenere il passo con le meste file di prigionieri che venivano concentrati vicino al pozzo, era costretto a rialzarsi a forza di calci. I calzari che portavano i soldati erano rinforzati con pesanti punte di ferro.

Tutti gli abitanti di Palatium che, non riuscendo a nascondersi o a scappare, furono rastrellati, vennero condotti all’interno di un recinto di pali di legno dove si radunava il bestiame da vendere nei giorni di mercato. Il perimetro di quell’area di concentramento era sorvegliato da una ventina di uomini armati con lunghe picche e spade possenti legate ai cinturoni, che non cessavano un istante di percorrerlo avanti e indietro sorvegliando strettamente i prigionieri. Altri soldati avevano riempito un carro con tutta la paglia che erano riusciti a salvare dalle fiamme. Il bue che lo trainava muggiva con il cuore spezzato dal terrore. Vedevo dalla mia posizione appartata, ma ideale per avere uno sguardo completo su quel che accadeva nello spiazzo, un gruppo di uomini di diverse origini, da quel che si poteva valutare dall’abbigliamento, intenti a lavorare attorno al recinto. Alcuni di loro indossavano l’armatura, altri avevano tutta l’aria di essere gente comune, e lavoravano in concerto per accumulare la paglia lungo i margini della prigione improvvisata, spargendone il più possibile anche al suo interno.

Le mie mani e i miei piedi erano legati stretti al fusto di un pioppo, che nell’urgenza di ricavare in fretta uno strumento di supplizio non era neanche stato privato della corteccia. I pochi oggetti che avevo con me al momento della mia cattura erano ammonticchiati lì accanto, appoggiati al muro di una capanna. Non li perdevo di vista nemmeno un momento, tra loro si trovava la mia cetra. Avrei sopportato qualsiasi tortura piuttosto che separarmene.

A un certo punto, nella foschia che circondava gli alberi e le case, mutandoli in indefinite presenze, si figurò l’ombra di un cavaliere che procedeva al passo verso il recinto. Ogni uomo interruppe il suo lavoro, per voltarsi al suo passaggio e reclinare la testa in segno di ossequio al nobile Signore. Questi percorse lo spiazzo dove sorgeva il pozzo, apparentemente senza curarsi di ciò che stava avvenendo attorno a lui. Le sue palpebre erano chiuse sui suoi alti pensieri, assisteva al sottomettersi dei suoi sottoposti come alla caduta delle foglie in autunno. Avviene e si ripete, perché così vuole l’ordine del mondo. Gli elementi metallici che ornavano la sua uniforme da guerra luccicavano del sangue emanato dall’incendio che stava divorando il villaggio. Dalle sue spalle scendeva un mantello di lana color porpora, appesantito da una preziosa pelliccia d’ermellino con cui era foderato il lato interno. Era talmente ampio da coprire anche il dorso del cavallo. I suoi capelli erano ricci e neri e portati legati dietro la nuca. Le sue mascelle si contraevano sotto una barba dello stesso colore, aspirando l’aria dentro le guance, e inghiottendo le labbra.

“È arrivato…”

Uno dei due soldati che stavano di guardia al palo dov’ero legato, fece all’altro:

“Già, questo poveraccio qua sta per vedersela brutta!”

“Hai voluto fare di testa tua? Adesso ci pensa lui a spiegarti due cose!”

“Il Cavalier Cristoforo…”

“Se fa fuori qualche altro eretico vedrai che lo fanno santo ancora prima che schiatti.”

“Se va avanti così, poco ma sicuro!”

“Se poi riesce a seccare anche il drago… il vescovo Fredenzone farà cambiare nome alla basilica immediatamente, senza pensarci due volte! Venerabile chiesa di San Cristoforo, sede della Diocesi di Lodi…”

“Speriamo che il Signore gliela faccia acchiappare presto quella bestia maledetta, così ce lo leviamo dai piedi!”

“Chi… il Cavaliere?”

“Proprio lui, sì! Non se ne può più delle sue trovate, ne pensa sempre una nuova! È preso solo nella sua caccia al drago, sembra che non abbia mai bisogno di riposare! Giorno e notte ha in testa solo Tarantasio, il mostro che infesta il lago Gerundo. Il problema è che poi tocca a noi poveri cristiani fare il lavoro sporco!”

“Non si può dire che non prenda il suo incarico con serietà…”

“Puoi dirlo, anche questa una bella trovata del vecchio Fredenzone… chiamare un esperto per liberare le terre della Diocesi da un tremendo flagello. Non metto in dubbio l’utilità dell’operazione, ma è evidente che sta diventando un bel po’ costosa.”

“E tu che ne sai delle finanze del Vescovado?”

“Perché? Tu credi che quelli famosi come il Cavaliere vengano gratis? Ma in che mondo vivi? Questo si è fatto un nome in Terra Santa, e per non farsi mancare nulla adesso fa fuori gli eretici di qui… una palude puzzolente che neanche il Signore si ricorda di averla creata!”

“Può essere arrivato qua perché ha riconosciuto la gravità della situazione, oppure è amico del Vescovo…”

“Scusa, ma ne dubito. Il Cavaliere è della Bitinia, che sta da qualche parte in Oriente, ed era santo già prima che gli spuntasse la barba. Quand’era ragazzo quasi ci lasciò le penne nel salvare un bambino che stava per affogare in un fiume. Il parroco della chiesa locale disse che in realtà quel bambino era Gesù, e fece rinchiudere Cristoforo in un monastero della Cappadocia, da dove uscì con una cotta di maglia e una spada inguainata che non vedeva l’ora di gettarsi in qualche crociata.”

Non potevo fare a meno di sentire la discussione tra i due soldati, che si erano disposti ai miei fianchi, uno a destra e uno a sinistra, con un braccio sempre piegato, pronto a squartarmi ad un mio minimo tentativo di sottrarmi al loro controllo. Con gli occhi e con il cuore, almeno, mi era permesso di stare insieme ai miei compagni nel recinto. Cominciai a pronunciare attraverso una fessura nella mia paura i loro nomi, mano a mano che li riconoscevo in mezzo al fumo. Notai che tra loro non c’erano né Sturione, il nostro sacerdote, né Sterlenda, sua nipote. Realizzai così che un piccolo gruppo di loro era riuscito a mettersi in salvo, e si accese nelle tenebre della mia angoscia una scintilla di speranza.

Cristoforo arrestò il suo cavallo dal manto di un bianco puro e immacolato a breve distanza dal palo al quale ero trattenuto. Un soldato afferrò le briglie del destriero non appena il Cavaliere le mollò al vento per dirigersi nella mia direzione, e le assicurò ai rami spogli di un nocciolo lì in disparte. Quell’uomo impressionante più per la fama che deteneva tra la mia gente che per il suo aspetto, membro di un’aristocrazia divina e santo per vocazione, avvicinò il suo sguardo al mio con una decisione che pareva quasi sbrigativa. Sembrava che desiderasse esaurire la faccenda alla svelta, come se il suo tempo fosse tanto poco quanto prezioso.

“Sei tu il cantastorie? O il bardo… o come lo chiamate.”

Il soldato alla mia destra sferrò un calcio dalla punta ferrata nella mia gamba, così con il dolore in esplosione tra le mie tempie rispondere diventò uno sforzo massacrante, malgrado la semplicità della domanda.

“Sono… io…”

“E quella è la tua cetra, presumo. Originale. Il tuo nome qual è?”

“Dano, signore…”

“Vedi Dano, questo atto di Giustizia Divina che si sta compiendo sotto i tuoi occhi, in questa piazza, potrebbe essere espletato in assoluta tranquillità in locali appositamente allestiti nelle prigioni vescovili, entro le mura della città di Lodi. In tal caso potremmo trarre informazioni di enorme utilità dagli interrogatori, ed approfittare anche per organizzare un momento di catechesi altamente educativo per i nostri cittadini. Per di più non sarebbe necessario coinvolgere anche i bambini, che potrebbero semplicemente essere affidati a famiglie cristiane e sottratti così al sottosviluppo.

“Invece voglio che il fuoco venga acceso qui, al centro della palude lungo le rive del Gerundo, perché il drago lo possa vedere.

“Il tuo posto, Dano, dovrebbe essere insieme ai tuoi compagni, nel recinto, non credere di valere più di loro. Il fatto è che le voci che girano sul tuo conto ti mettono in una posizione diversa, e fanno di te un villico particolare, da tenere sotto sorveglianza. Senza contare che con il tuo aiuto potresti contribuire a risolvere al meglio i problemi che… questo villaggio sta attraversando.”

Molti uomini, quando si trovano al cospetto di un’eccellenza con un nome di tal peso perdono la parola, non sono più capaci di articolare la voce perché strozzati dalla paura o dal senso di sottomissione. Non stento a credere che i potenti sfruttino questa debolezza della maggioranza degli esseri umani per ammutolirli, e poter così dedurre facilmente conclusioni arbitrarie e favorevoli ai loro intenti. Io, che come aveva sottolineato lo stesso Cristoforo, ero un cantastorie, ero uno di quelli che al contrario non perdono mai la forza di rispondere, così dissi:

“Chiedetemi qualsiasi cosa, purché ai miei fratelli non venga fatto del male.”

O almeno non più di quanto gliene abbiate già fatto! Fortunatamente avevo conservato un briciolo d’animo per saper scegliere le parole da pronunciare. Ad un cenno del Cavaliere, un soldato si mosse verso il mucchietto delle poche cose che mi appartenevano. Con una mano lurida del fango della palude afferrò uno dei bracci della mia cetra, e con un gesto rozzo e pieno di disgusto me la gettò tra le braccia.

“Suonala.”

Mi impose Cristoforo, e io gli restituii uno sguardo incredulo.

“Ho sentito dire che la musica che esce dalla tua cetra è un potente richiamo per Tarantasio, pare che la bestia proprio non sappia resisterle… e io credo a tutte queste voci. Perciò quanto ti chiedo è questo, cantaci qualcosa, tira il drago fuori dalla sua tana, e i tuoi amici saranno risparmiati.”

Il Cavaliere mi voltò le spalle, e puntò lo sguardo al profondo niente che si frapponeva tra noi e il cielo. Minacciato dalle lame affilate dei soldati non potei fare altro che suonare la mia cetra, pregando che quello sforzo inumano che stavo compiendo per cantare con il peso della disperazione sul cuore servisse davvero a salvare la gente di Palatium. Pregai fortemente che Tarantasio non mi sentisse, oppure che capisse il pericolo a cui sarebbe andato incontro se si fosse presentato nel villaggio, oppure ancora che questi arrivasse e che combattesse al nostro fianco per cacciare gli invasori.

Il suono che produceva il mio strumento era secco, fragile, triste e lontano, a differenza di tante altre cetre. Non produceva certo ciò che si definisce la musica più melodiosa e celestiale del mondo, ma nonostante ciò il drago amava ascoltarla, forse perché lo commuoveva la sua storia. Ero stato io stesso a costruire la mia cetra, usando le ossa della mia amata Adenora per l’intelaiatura, e i suoi capelli bruni per le corde. Le avevo promesso che l’avrei amata per tutta la vita, e così è stato. È il mio modo per vivere la sua morte.

Quando alla fine di una canzone riaprii gli occhi e il fuoco tornò a bruciarmi le pupille, scorsi dall’altro lato dello spiazzo un uomo che si dirigeva verso di noi al galoppo. Gridò di farsi largo, mentre i soldati si facevano precipitosamente da parte abbandonando il loro lavoro attorno al recinto. Il cavallo si arrestò bruscamente a pochi passi da Cristoforo, nitrendo per il dolore. L’uomo che in fretta e furia smontò di lì era un messaggero con una comunicazione della massima urgenza.

“Cavalier Cristoforo! Il drago! Alcuni pescatori l’hanno catturato questa notte, è richiesta la Vostra presenza in riva al Gerundo…”

Cristoforo non si scompose, e mantenendo lo sguardo impresso nel buio, sicuro che qualcuno tra i suoi sottoposti lo stava ascoltando e avrebbe tramutato le sue parole in fatti, disse:

“Allora muoviamoci e dirigiamoci senza perder tempo al Gerundo. Legate il cantastorie alla sella di un cavallo, lo porteremo con noi. Voglio che tutti gli operai siano immediatamente allontanati dal villaggio, e che una squadra di dodici uomini armati resti qui nel villaggio. Non appena ce ne saremo andati dovranno dare fuoco al recinto, e assicurarsi che nessun villico ne esca finché non sarà rimasto altro che cenere. Signori, muoviamoci!”

…tienimi al riparo/ sotto l’ombra delle tue ali/ ravviva il mio coraggio/ con la forza del tuo respiro.

Il mio popolo non ha soldati/ perché il sangue scorre via/ la terra non lo trattiene/ una volta versato è perduto.

 

Il Gerundo era un lago tanto grande da essere chiamato mare. Le sue acque basse e grigie si spandevano per un’enorme parte di pianura, invadendola con le sue nebbie insidiose e i suoi vapori dall’odore pungente di lente decomposizioni.

Il fiume Adda, nella sua scintillante parata in discesa dai ghiacciai alpini, giunto nella Bassa e oltrepassata la linea delle risorgive a valle della città di Cassano, rallentava, si disperdeva e s’impaludava. Questo suo paesaggio freddo, piatto e monotono, con le sue onde infide e le sue febbri, lambiva la città vescovile di Lodi, sbatteva contro le mura di Pizzighettone e circondava l’Insula Fulcheria, su cui sorgeva Crema.

Al sicuro dietro il parapetto di una loggia di pietra, in posizione rialzata e dominante sul territorio circostante, Fredenzone, vescovo di Lodi, camminava avanti e indietro con lo sguardo rivolto oltre le cime dei pioppi, verso le prime propaggini del lago. Lungo le sue sponde, a breve distanza dalla sede vescovile, sorgevano alcuni villaggi di pescatori cristiani, che pur tra mille pericoli svolgevano il loro onesto lavoro e rifornivano i mercati dei loro prodotti. Vi erano ancora, però, zone del Gerundo che erano rimaste inaccessibili e non erano state raggiunte dai missionari della Diocesi, fermati ora dai pericolosi mulinelli del lago, ora dalla nebbia, ora dalle febbri portate dalle zanzare, oppure uccisi dall’orribile drago che infestava queste acque.

Poteva sembrare inconcepibile che nelle terre dell’Impero, che persino nel nome era Sacro e Romano, ci fossero ancora terre di frontiera. La foschia che si levava dalle acque del lago, laggiù oltre i filari e i boschi ripari, dove si spingeva lo sguardo di Fredenzone, segnava il confine di luoghi rimasti inesplorati, dove l’asprezza della natura aveva fermato l’avanzata della civiltà. Oltre quella fluida muraglia vivevano genti che adoravano dei pagani, praticavano la magia e ogni altra forma di peccato, inconsapevoli della corruzione che imperversava nelle loro anime. Quale genere di peccato, il vescovo lo poteva solo immaginare, e contestualmente inorridire. I due popoli che coabitavano le paludi del lago Gerundo assai raramente entravano in contatto, e come si sa, i buchi che si formano nella conoscenza sono sempre riempiti dall’ignoranza. Alcuni pescatori raccontavano nelle osterie di aver assistito a banchetti a base di carne umana e ad accoppiamenti di ogni sorta. Il vescovo sapeva bene che non bisogna mai eccedere nel dar credito alle storie, soprattutto quando fluiscono libere dalle parole di un ubriaco di quel vino che servono nelle bettole della zona, che notoriamente è di pessima qualità. Restava però quella faccenda del drago… Fredenzone era più che convinto della sua esistenza, perché non poteva essere altrimenti. Che fosse Tarantasio la causa dei ripetuti flagelli che colpivano la Diocesi, era tanto vero quanto è certo che esiste il Demonio.

Quel mostro spietato era specializzato in particolare nelle pestilenze, su questo il vescovo non aveva alcun dubbio. Il drago arrivava di notte, volando, oppure strisciando nell’acqua bassa, senza farsi sentire si avventava su un vitello o una pecora che incautamente erano stati lasciati al di fuori del ricovero e se li portava via. Se ciò non bastasse, si rotolava nel fieno, o pisciava negli abbeveratoi, così dal mattino successivo gli animali cominciavano a morire, e dopo di loro anche la gente. In questo modo Tarantasio spargeva per i villaggi un morbo incurabile, se non con acqua santa e veglie di preghiera, che riempiva i corpi di malvagità che poi esalava fuori attraverso piaghe ripugnanti aperte nella pelle.

Due o tre estati prima, il Papa aveva scritto una lettera al vescovo Fredenzone, per esprimere la sua preoccupazione per la situazione in cui versavano le terre del Gerundo. Inutile ribadire a un servitore fedele, scrupoloso e dalla salda fede in Cristo, quale il vescovo di Lodi, l’assoluta priorità da dare alla guerra contro il paganesimo, l’eresia e la stregoneria, ancora però non si spiegava la tenace resistenza che queste sacche di arretratezza erano in grado di opporre. La spiegazione a tale rallentamento nell’opera di evangelizzazione non poteva che essere la presenza nella zona di un mostro, una creatura demoniaca alleata con gli eretici e in guerra aperta contro la Chiesa.

Un drago è una calamità da considerare con la massima serietà, ma è anche una faccenda estremamente complicata da affrontare senza l’intervento di qualcuno che abbia le adeguate competenze. Fu così il Papa stesso a consigliare Fredenzone circa l’assunzione di un esperto in questo genere di esorcismi. La fama di Cristoforo, un monaco soldato di grande rigore ed esperto nella conversione degli infedeli, nonché maestro d’armi, aveva ormai viaggiato in lungo e in largo, dalla Terra Santa fino a Roma. Quest’uomo è stato benedetto dalla luce divina, scriveva il Pontefice nella sua lettera, il Signore ha manifestato il segno della sua predilezione per il Cavalier Cristoforo fin da quando questi era un giovinetto. Anni fa, Cristoforo era solo un umile pastore in una regione remota dell’Oriente, la Bitinia. Un mattino, mentre stava conducendo il suo gregge di pecore al pascolo, sentì delle grida strazianti provenire da un fiumiciattolo poco lontano, dove gli animali erano soliti abbeverarsi. Le piogge dei giorni precedenti l’avevano rigonfiato d’acqua, facendolo diventare un torrente tumultuoso, nel quale il ragazzo scorse un corpicino che si dimenava per non essere trascinato via. Senza pensarci due volte Cristoforo assicurò saldamente la propria vita ad un tronco lungo la riva con una corda, e si gettò in acqua. Afferrò il bambino, e trattenendolo stretto a sé lo portò in salvo. In quel momento le acque si placarono, il bambino fu avvolto da una luce dorata ed una schiera di angeli scese dal cielo per prenderlo e riportarlo al cospetto del Padre. Quel bambino, che altri non era se non il Cristo, benedisse Cristoforo e gli annunciò un futuro di gloria e onore…  Non v’era dunque alcun dubbio che si trattasse dell’uomo giusto, da impiegare nel posto giusto e al momento giusto.

Verso Est, la foschia assorbiva l’alba tingendosi di rosa. Fredenzone, sentendosi circondato di luce Divina, come se egli stesso vivesse un miracolo, spinse l’immaginazione oltre il limite dove arrivava lo sguardo, sperando che quella fosse una mattina decisiva, l’annuncio di un giorno nuovo. Poco prima era stato svegliato all’improvviso da un messaggero, che portava la notizia della cattura di un mostro, sulle rive del Gerundo, che per dimensioni e aspetto non poteva essere che Tarantasio. Nel messaggio veniva assicurato che il Cavalier Cristoforo era già in viaggio per supervisionare sull’avvenimento.

 

Un nuovo giorno si formò attorno a noi mentre procedevamo al galoppo lungo un sentiero di terra fangosa, nel mezzo di un bosco fitto. Tronchi neri spuntavano sopra un letto di foglie secche e protendevano in alto i loro rami nudi e contorti, che imploravano il cielo come ossa dannate. Una corda rozza di canapa legava strette le mie braccia, così che per riuscire a restare in groppa ad un cavallo in corsa era necessario montare insieme ad uno dei soldati della guarnigione del Cavalier Cristoforo. Sentivo l’umidità dell’aria trapassarmi la pelle, ma forse non era la vicinanza del lago, alla quale dovevo essere abituato dopo una vita trascorsa lungo le sue rive, bensì il dolore che mi comprimeva il corpo e da ogni pezzo della mia carne spremeva lacrime. Con una gamba riuscivo a sentire l’intelaiatura della mia cetra, che era stata assicurata alla sella ed era l’unica sensazione che riuscisse a trattenere la mia testa dall’impazzire.

Passata l’alba, i tronchi degli alberi cominciarono a diradarsi ed il manipolo si addentrò in un folto canneto. Quelle aste brune si ergevano ben oltre la testa dei cavalieri, e non facevano che ondeggiare e frusciare, mosse da chissà quale vento, visto che la mattinata pareva di pietra, fredda e immobile. Eravamo guidati solo dal fantasma del sole che si riusciva a scorgere al di sopra della cima delle canne, e indicava l’est.

Avanzammo in quella direzione, finché le canne non terminarono e lo spazio ricomparve davanti ai nostri occhi. Ci sporgemmo oltre una piccola fila di salici e la distesa grigia e lenta del lago si spalancò al nostro sguardo, plumbea e infinita come un secondo cielo, interrotta qua e là da alberi sommersi a metà, e i corpi neri e immobili degli uccelli acquatici.

Un ordine breve provenne dalla testa del manipolo, e tutti ci fermammo. Sporgendo in fuori la testa riuscii a scorgere Cristoforo staccarsi dal gruppo dei soldati, e procedere solo e impassibile attraverso la spiaggia. La riva del Gerundo era un cumulo incoerente di ghiaia e fango, di sabbia e limo mescolate con l’acqua torbida, su cui il lago e la terraferma erano incapaci di stabilire un limite netto che li separasse. Tutto ciò che la natura ammucchiava sulle sue sponde era provvisorio. Le piene stagionali che ogni anno si ripresentavano spostavano banchi di terra, ne sommergevano altri, creavano e distruggevano isole.

Quella mattina, la spiaggia aveva cominciato a riempirsi di gente non appena il sole aveva cominciato ad alzarsi. La notizia della cattura del mostro aveva svegliato tutti i villaggi circostanti ancora nel cuore della notte, così intere famiglie si erano incamminate verso le rive del lago per poter assistere al miracolo. Le donne e gli uomini stazionavano in piedi con gli occhi puntati sulla sponda, parlando a bassa voce tra di loro, all’interno di piccoli gruppi, producendo un mormorio disordinato che tuttavia cessò di colpo non appena si palesò la figura del Cavalier Cristoforo. Al contrario i bambini non riuscivano a contenere l’eccitazione, e per una volta erano lasciati liberi di scorrazzare in mezzo alla folla, purché non osassero avvicinarsi troppo al lago, dove sarebbero potute capitar loro le cose più terribili.

Un corpo grigio e gigantesco giaceva disteso sulla riva, con l’acqua del lago che ancora lambiva la sua coda. Le sue dimensioni erano mostruose, di certo nessuno aveva mai visto una bestia di quelle proporzioni. Attorno alla preda alcuni pescatori si muovevano frenetici, colmi di eccitazione per gli avvenimenti di quella notte. Erano occupati nel tirare le canoe a riva e assicurarle a dei pali piantati nel terreno, a piegare e riporre le reti, tenendo da parte quelle che bisognava rammendare. Questa attività però si interrompeva di continuo, perché i loro sguardi non facevano che ricadere su un ragazzo che faceva parte del loro gruppo, sedeva sul bordo di un’imbarcazione ed aveva dipinta sul volto un’espressione paonazza, come se avesse appena scavato una buca in terra e dato un’occhiata all’inferno. La pelle del suo viso era liscia, macchiata solo dalla fanghiglia del lago, i capelli bruni gli ricadevano sulla fronte, ancora bagnati e sporchi dopo la notte avventurosa appena trascorsa.

Un pescatore più anziano gli si avvicinò e assestando una pacca vigorosa sulla sua spalla gli disse:

“Animo ragazzo! Oggi è la tua giornata! Hai ucciso la bestia!”

Non senza un certo sforzo il giovane sollevò gli occhi e porse un sorriso al suo compare, e rispose:

“Ancora non ci credo…”

“Perché hai il cuore che corre a mille! È normale, non c’è niente di cui preoccuparsi. Ah, Eginaldo, dovevi vedere come l’hai preso quel mostro! Io stesso ancora non ci credo, nonostante fossi lì a tentare di salvarti le chiappe, non saprei nemmeno da dove cominciare a raccontare!”

“Da quel che ricordo, eravamo fermi al largo, il lago era tranquillo, piatto, immobile, e la notte senza stelle. A un tratto abbiamo sentito un colpo che ha fatto ondeggiare la nostra barca, io non sono riuscito a tenermi saldo e sono caduto in acqua. Quanti eravamo a bordo? Tre o quattro?”

“C’eravamo io, te, Diotisalvi e Graziadeo. Quando ti abbiamo visto sparire in basso abbiamo davvero temuto il peggio, oltre a prenderci uno di quegli spaventi da farci perdere dieci anni di vita ciascuno. Non ti puoi immaginare la paura non appena abbiamo visto la schiena del drago affiorare dall’acqua! Abbiamo capito subito che era lui, prima di tutto perché l’abbiamo visto veramente enorme, e poi perché quale altra bestia del lago ha degli scudi simili sul dorso?”

“Mi dispiace, non avrei mai voluto darvi un simile spavento!”

“Taci giovanotto, è stata la Divina Provvidenza a farti cadere da quella barca! Dopo pochi istanti grazie a Dio sei riemerso, e annaspando per tenerti a galla hai spalancato la bocca per prendere una grossa boccata d’aria. Il mostro era lì, a poche braccia da te, e nuotava lento, tramando chissà quale malvagio tranello per ucciderci e maledire le nostre anime. Allora senza pensarci due volte ho preso un grosso pugnale che tenevamo sulla barca, e l’ho avvolto in un sacco perché tu non ti ferissi con la lama. Te l’ho lanciato, e in un attimo, come l’hai afferrato, hai colto al volo la mia idea. Hai nuotato verso la schiena del mostro. Consapevole di trovarti appeso ad un filo tra la vita e la morte, sei salito in groppa al drago, tenendoti saldo agli scudi sulla sua schiena sei arrivato fino alla sua testa, ed è stato lì che hai ficcato il coltello nel suo cervello, colpendolo a morte!”

“È andata proprio così, non riesco ancora a capacitarmene… ma adesso? Che cosa devo fare?”

“La bella vita, ragazzo! Il Vescovo ti darà certamente una ricompensa.”

“Una ricompensa? In che senso? Una ricompensa…”

“Una dote, figlio mio! Un bel mucchio di grano con cui pigliarti una ragazza di buona famiglia, e non una semplice contadina. Segui i nostri consigli, e vedrai che vai a star bene!”

“Speriamo di trovarne una bella, che mi piaccia…”

“Potrai avere tutte le donne che desideri, ma io stavo parlando di economia. Devi pensare a combinare un buon matrimonio, per il divertimento c’è sempre tempo!”

“Il divertimento?”

“Sì ragazzo, e ti copriranno di così tanti soldi che potrai avere donne bellissime, molto meglio della Gradella.”

“La Gradella? La prostituta?”

“Bravo, figliolo, la zoccola del nostro villaggio. La vedi lì? In mezzo alla gente? Non ti ha tolto gli occhi di dosso un solo secondo da quando è arrivata, perché ha già fiutato l’affare. Ma non penserà certo che un uomo del tuo valore si possa abbassare a servirsi da una puttana di campagna! Puoi permetterti ben altre cortigiane ora.”

“Non ho mai pensato neanche un momento di andare con la Gradella, e men che meno con qualunque altra donna che vende il suo corpo per denaro…”

“Molto meglio per te e per la tua anima. Anche se mi viene difficile credere che alla tua età tu sia ancora vergine. Quanti anni hai, ragazzo?”

“Venti, tra poco. Non ho mica detto di essere vergine, cioè… insomma, non ho molta esperienza, non ho ancora avuto la fortuna di trovare la ragazza giusta.”

“Non nasconderti dietro il romanticismo, un ragazzo giovane come te… non si è mai sentito, credimi! Mi sa che tu hai qualche problema, è meglio che ne parli con il parroco, spero che tu non… abbia addosso qualcosa!”

“Non ho niente che non va.”

“Magari sei solo un po’ mentecatto… è proprio vero che le vie del Signore sono infinite. Guarda te se doveva essere un giovane minorato ad acchiappare il terribile drago Tarantasio! È proprio incomprensibile il Disegno Divino!”

All’improvviso il pescatore interruppe la sua chiacchierata didattica con il giovane Eginaldo, poiché a pochi passi da loro era arrivato lui, il Cavaliere temuto come l’imprevedibilità della grandine in tutti i villaggi e le città della regione. Colui che aveva votato la sua spada alla Fede e da molto tempo non aveva in animo altro che la sconfitta del mostro che infestava il lago Gerundo. Il vecchio pescatore si voltò immediatamente, inchinando la fronte davanti al nobile guerriero. Senza produrre alcuna parola cominciò ad indietreggiare a piccoli passi, cercando di sparire nel più breve tempo possibile senza che nessuno se ne accorgesse.

Eginaldo si ritrovò così solo e in piedi davanti a Cristoforo, con il suo corpo mingherlino che sembrava ancora più piccolo e indifeso al cospetto della figura imponente del Cavaliere, ingigantita ancora di più dai pesanti armamenti che indossava, e dalla terribile fama che lo circondava. Senza dire una parola Cristoforo cominciò a scrutare il giovane, analizzando la sua personalità e cercando i suoi punti deboli scritti nelle vene dei suoi occhi. Pochi istanti dopo spostò lo sguardo verso la riva, dove giaceva la carcassa del mostro, da cui la vita defluiva lenta.

I suoi occhi corsero da un capo all’altro di un lungo corpo grigio, ricoperto da una pelle liscia, lievemente rosea sul ventre e attorno alla bocca. Il muso era allungato come lo sperone di una nave da guerra, e portava baffi sensibili, capaci di percepire odori e presenze di vita per grandi di stanze attraverso le torbide acque del lago. Ciò che più incuteva terrore erano le sue cinque file di placche ossee che ricoprivano il suo dorso, per una lunghezza di almeno una dozzina di passi umani, e confermavano la natura mostruosa, arcaica e straordinaria di quella bestia.

L’intera folla si era nel frattempo radunata attorno al cavaliere, formando un ampio cerchio in modo da non avvicinarsi troppo ad un Signore di tale lignaggio, ma abbastanza prossimi da sentire le sue parole. I soldati al servizio del Cavaliere si sparpagliarono in vari punti del cerchio in modo da sorvegliare meglio la situazione, e garantire la sicurezza del loro capitano. Appena in disparte v’ero io, legato alla sella di un cavallo, con un’ottima visuale sulla scena.

“Qual è il tuo nome ragazzo?”

“Eginaldo, Signore.”

“Sei un pescatore?”

“Sì, Signore.”

“Sei stato tu ad uccidere questo mostro?”

“Sì… Signore.”

“Bene, meriti la gratitudine e l’elogio della Diocesi, della Città, e della Chiesa tutta, per aver combattuto nella guerra contro il male. Il nostro generoso Vescovo non mancherà di darti la giusta ricompensa.”

Affrontato il giovane Eginaldo, e valutato il suo livello di pericolosità, l’attenzione di Cristoforo tornò a concentrarsi su Tarantasio. Ora che il suo corpo era lì, disteso e inerme sulla riva del lago, sembrava che insieme al drago fosse morto anche il domani. Il cuore del Cavaliere batteva con un senso di soddisfazione incerta, bloccata in un inspiegabile presente.

Se non fosse stato per il disprezzo totale che provavo per quell’uomo, sarei sceso da cavallo e sarei andato verso di lui per rassicurarlo, sussurrargli che non doveva lasciarsi vincere dal senso di svuotamento per la conclusione di una caccia durata lungo tempo, alla quale aveva dedicato tutto se stesso. Gli avrei detto Cristoforo, è inutile che ti affliggi, su con la vita, non è ancora finita! Il povero animale arenato qui sulla riva, non somiglia nemmeno lontanamente a Tarantasio…

Ammetto che non era per niente comune riuscire a catturare un pesce di tali dimensioni nel lago Gerundo, ma non era affatto impossibile. La mia gente conosceva bene animali di quella specie, poiché quando se ne pescava uno era occasione di grande festa nel villaggio, con quelle sue carni prelibate. Se capitava di prendere una femmina, poi… difficile descrivere il sapore unico delle uova argentate che uscivano dal suo ventre. Lo chiamavamo ladano, ed era un grosso pesce grigio, normalmente grande come un uomo. Sapevamo tuttavia che gli esemplari più vecchi potevano raggiungere proporzioni mostruose, ma non eravamo mai riusciti a pescarne uno. Questi animali hanno un muso appuntito, da cui spuntano lunghi e sensibili baffi, che servono loro per assaggiare la fanghiglia in fondo al lago, e scovare i piccoli vermi di cui si nutrono. La loro bocca è rotonda, dai bordi rosa, e non ha nemmeno un dente.

“Segate via la testa dal corpo del mostro…” Gridò Cristoforo al vento e ai salici, mentre i suoi uomini si drizzavano sulla schiena per eseguire l’ordine “e staccate gli scudi dalla sua schiena, così che se ne ricavino dei trofei! Il resto del corpo lasciatelo ai villici, che si sfamino.”

Poi si voltò verso Eginaldo “Giovane, presentati domenica in Basilica, il Vescovo ti riceverà e benedirà la tua impresa.”

 

Quella sera sia la città sia il contado erano ubriachi, tanto era il passato doloroso da cancellare. Tutti, uomini e donne, lavavano via le sofferenze riempiendosi il corpo di vino, come se, ora che il male era sconfitto, questa fosse la strada più breve verso la purificazione. Le bettole erano quindi piene, e le riserve stavano rapidamente finendo, così gli osti erano costretti ad aprire anche le botti del vino più giovane, non ancora maturo e di basso grado. Ma la sete era tremenda, come fosse appena passata la siccità. Non vi era una donna che non avesse perduto qualche bambino, nato o meno, per colpa di qualche morbo, o pastore con la mandria ancora intatta, agricoltori a cui non fossero mai falliti svariati raccolti, mogli che non fossero rimaste vedove dopo che i mariti si erano imbarcati nel Gerundo, e mai più tornati.

Persino io avevo ricevuto la grazia, la cattura di quell’animale nel lago doveva aver sconvolto a tal punto Cristoforo che sembrava avesse perso interesse per qualunque cosa, anche per le torture. Un soldato aveva condotto il cavallo al quale ero legato in mezzo al bosco, aveva tagliato le corde con un coltello, facendomi cadere sul terreno fangoso. Lì, aveva buttato per terra la mia sacca con la preziosa cetra, e se ne era andato via. Non persi nemmeno un istante, raccogliendo ciò che mi apparteneva mi ero messo prontamente in cammino alla ricerca dei pochi superstiti alla distruzione di Palatium. Li ritrovai a notte fonda, riuniti su un’isola melmosa abbastanza remota da passare inosservata, protetta dalla nebbia e da una fitta macchia di salici e pioppi. Li riabbracciai e potei finalmente riposarmi. Per questo motivo, quindi, ciò che accadde quella sera sulla sponda cristiana del Gerundo lo venni a scoprire tramite racconti, non essendo lì di persona.

Nei grandi festeggiamenti che raggiunsero il culmine appena dopo il tramonto, una persona in particolare brillava per la sua assenza, Eginaldo, l’eroe del giorno. I pescatori suoi compagni non perdevano occasione per constatare con assennata disapprovazione quanto il ragazzo fosse strano.

“Speriamo almeno che se la stia godendo…”

“Insisto che quello lì è un idiota, non riesce a distinguere la notte dal giorno. Per quanto mi riguarda, ha soltanto avuto una gigantesca fottutissima botta di culo!”

“Stanotte scenderà in barca con noi?”

“Sembra di sì… infatti che vi dicevo? È proprio scemo.”

“Magari non vuole perdersi la più grande battuta di pesca che il Gerundo abbia mai visto! Tarantasio è stato sconfitto, viva la libertà!”

Mentre l’oste si chiudeva in muti pensieri, cercando di indovinare se sarebbe finito prima il vino, o l’olio per le lampade, e quindi predire quale buio avrebbe preceduto l’altro, la Gradella si chiuse una porta dietro le spalle, e andò a sedersi ad un tavolaccio in mezzo alla bettola, dove prese in mano il primo bicchiere che le capitò a tiro, e ignorando completamente di chi fosse lo svuotò in un sorso. Poco dopo da quella medesima porticina uscì un uomo, che senza farsi troppo notare andò a bere in disparte. Il vecchio pescatore andò a sedersi accanto alla donna, e le disse:

“Ehi, Gradella, hai visto quel cretino di Eginaldo, in giro?”

La donna lo fissò con occhi stanchi, e gli rispose:

“No, non l’ho più visto dopo stamattina.”

Poi qualcosa si ribellò dentro di lei, e con un sottile disgusto aggiunse:

“Comunque quel ragazzo non è stupido, è solo innamorato. Non so di chi, ma neanche lui lo sa. Fortuna, o forse peccato, che come lui ne nascono pochi, o dovrei cambiare mestiere.”

Quella sera la luce della luna piena si infondeva nella foschia, rendendo visibili, anche senza una lanterna, i ricordi di alberi, dei canneti, della riva ghiaiosa e del lago piatto, il cui potere su quel mondo era appena sussurrato. Eginaldo stava seduto a terra, con gli occhi perduti da qualche parte laggiù dove lo spettro lunare tremolava sopra le acque. Non era colpa sua se nelle osterie si era sempre sentito a disagio. Il vino gli faceva venire mal di testa, e in alcuni discorsi dei suoi compagni proprio non riusciva a partecipare, soprattutto quando si parlava di donne. Va bene, non era mai stato con una di loro, in senso intimo, per fare quelle cose lì, insomma, non perché fosse strano, ma soltanto perché era un tipo tranquillo. Ebbene sì, Eginaldo era anche un ragazzo timido, aveva sempre una paura nera di dire una parola sbagliata o di sembrare goffo nei gesti, così i suoi pensieri turbinavano e lo facevano diventare rigido come un morto quando una ragazza gli piaceva. I suoi compagni parlavano sempre di sesso, atteggiandosi a consumati veterani, per il giovane invece tutto ciò continuava a restare imperscrutabile. Nessuna delle sue coetanee si sarebbe mai concessa a lui, perché erano anime molto cristiane, temevano le conseguenze del peccato e dovevano arrivare vergini al matrimonio. Quelle che vivevano la faccenda con meno ritrosia erano normalmente le orfane, a cui tutto era stato negato, e il loro corpo era l’unico bene materiale che fosse loro rimasto da poter scambiare.

Il ragazzo si stringeva in un mantello di lana, ed aspettava che arrivassero gli altri pescatori per calare le barche nel lago, e portare a casa la più grande quantità di pesce mai vista. Le barche, nulla più che rozzi scafi di legno, attendevano inanimate, come se si riposassero prima della faticosa nottata che le attendeva. Le reti erano già pronte a bordo. La nuova vita che sarebbe cominciata da quel giorno sulle rive del Gerundo sarebbe guizzata fuori proprio dalle loro maglie, Tarantasio era morto ed ora anche la fame e la sofferenza facevano parte della leggenda. Eginaldo sentiva di avere dentro di sé una forza invincibile, per aver mangiato carne di drago quella sera.

Un semplice fruscio in mezzo alle canne secche fece tremare il giovane come un soffio d’aria fredda che fa fermare il cuore. Non sono molti gli animali che si aggirano per le pianure nelle notti d’autunno senza vento, sono tutti rintanati da qualche parte in attesa che i colori ritornino.

Eginaldo tirò il mantello fino a coprirsi la testa, portandosi le ginocchia al petto nascose il viso nella coppa delle sue mani, e chiuse gli occhi. Le orecchie tese si misero a pregare che giungessero presto i passi dei suoi compagni, spezzando quella solitudine terrificante. Che idiota era stato a scendere solo sulla riva del Gerundo, in una sera così agghiacciante. Tutti gli spiriti maligni della regione dovevano essere infuriati, ora che il loro signore era stato ucciso, ed erano certamente assetati di vendetta. E lui non era una semplice anima cristiana, era colui che con la propria mano aveva inflitto la morte al grande drago, non c’era quindi da stupirsi se ora le forze del male gli davano la caccia. Ma si poteva essere così deficienti?

“Ma brutto rincoglionito, cosa credevi di fare? Sta per accadere qualcosa di terribile, me lo sento, e te la sei cercata tutta, razza di babbeo che non sei altro!” Sussurrava Eginaldo a se stesso, per restare avvinghiato alla realtà e non essere trascinato via dalla paura in piena.

Alcuni passi cominciarono a muoversi verso di lui, ma tremendamente lenti, troppo per provenire da una brigata di allegri pescatori appena usciti da una bettola. Si appoggiavano con leggerezza sulla ghiaia, uno dopo l’altro, con un rumore inconsistente, come se si stesse avvicinando uno spirito. Eginaldo restò chiuso nel suo bozzolo, terrorizzato di vederne il volto. Chi altri poteva procedere con quel passo regolare e interminabile, se non un’anima dell’aldilà che aveva a disposizione tutto il tempo dell’eternità? La punta di una mano toccò il giovane su una spalla, e questi divenne di ghiaccio. “Non farmi del male, ti prego!” sibilò il ragazzo con lo sforzo di un urlo che si estinse tutto nella sua gola, tanto da fargli temere di essere già morto.

Si udirono altri passi. Sembrava che si stessero piano piano allontanando. Eginaldo pensò che assai difficilmente una creatura malvagia avrebbe potuto impietosirsi dopo una sua goffa supplica, e rinunciare a trascinarlo all’Inferno, ma questa era soltanto una stupida deduzione. Non sapeva chi si stesse aggirando in quell’inquietante silenzio attorno a lui, né quali fossero le sue intenzioni. Così, con un dito aprì uno spiragli attraverso i lembi del mantello che lo avvolgeva, e lasciò che una pupilla vi spiasse attraverso, per vedere l’aspetto della sua paura.

Con davanti la riva deserta e l’orizzonte piatto del lago, su cui la luna sbavava il suo incerto chiarore, il suo sguardo fu immediatamente catturato da un altro, del colore di un cielo che da queste parti si vede soltanto poche volte all’anno, tra la primavera e l’estate. Era una creatura a cui non sapeva dare un nome, non corrispondeva a nessuna descrizione a lui conosciuta. Dalla sua fronte partivano lunghi capelli lisci del colore dei fiori, che viaggiavano lungo le sue spalle per arrivare da qualche parte, non si sa dove. Sotto un mantello di lana portava una tunica bianca legata in vita con una cordicella di foglie intrecciate, con una cura che faceva immaginare mani sottili, che si nascondevano ora sotto il mantello per proteggersi dal freddo. Le sue labbra chiuse non erano diverse da quelle di tante giovani donne, erano morbide e umide, e agli occhi di Eginaldo avevano la forma di un bacio.

“Eginaldo?” disse lei socchiudendo la bocca.

“Sì…” Il ragazzo non era più spaventato, o almeno così gli sembrava, ma non riusciva ugualmente a smettere di tremare “Come lo sai?”

“Me l’ha detto Tarantasio, è stato lui a parlarmi di te.”

“Tu sei una pagana e non dici altro che falsità… il drago è morto! Accidenti… l’ho ucciso io!”

Eginaldo si alzò in piedi, non aveva con sé né una corda, né un’arma, nulla che gli potesse servire per costringere quella donna a seguirlo al villaggio e… essere consegnata alle autorità, così gli avevano insegnato.

“No, forse non sei Eginaldo. Scusami, mi sono sbagliata.” La ragazza si voltò, e con il suo passo lento cominciò a dirigersi verso il folto del canneto.

“Ehi, un momento!” Il ragazzo la fermò, per un motivo taciuto, ma reale. “Sono io Eginaldo.”

“Tarantasio mi aveva detto che eri un giovane gentile, pacato, diverso dagli altri, ed io gli credo perché il drago non dice menzogne. Tu invece mi sembri uguale agli altri tuoi compari, lo stesso terrore che vi attanaglia tutti. Ma di che cosa avete paura?”

“Del… del male. Del peccato. Del dolore.”

“Paura di vivere.”

“Non è questa la vera vita!”

“Può essere, ma per quanto ne sappiamo ora è l’unica che abbiamo…”

“Ma che cosa vuoi saperne tu che vieni da un luogo non civilizzato? Per prima cosa io sono Eginaldo, e hai ragione, sono perfettamente uguale a tutti gli altri. Secondo, ma non meno importante, il drago è morto, ce lo siamo mangiato stasera, e non era niente male… fattene una ragione.”

“Su una cosa sono d’accordo con te, il pesce che vi siete pappati è veramente delizioso, ne vado matta anch’io. Tarantasio è vivo, e si nasconde ancora in fondo al Gerundo.”

“Ma tu… che cosa ne sai?”

“Lo so, perché mi ha parlato, niente di più semplice. In tempi antichi nessuno si sarebbe sorpreso di questo, i draghi erano amati e rispettati, in quanto creature predilette da Dio, poi si è diffusa la credenza che fossero esseri maligni, ed è cominciata la persecuzione, finita in un massacro.”

Eginaldo sapeva di non doverle credere, ma il suo cuore aveva voglia di ascoltarla, così le disse:

“Tu chi sei? Come ti chiami?”

“Il mio nome è Sterlenda, figlia di Lia, nipote di Sturione, il sacerdote. Mio padre è Bragiola, un folletto che vive nei boschi e pratica la magia, per questo sono tra coloro che possono parlare con il drago.”

In quel momento il ragazzo udì nuovamente dei passi avvicinarsi, ma questa volta erano pesanti e disordinati, e non camminavano sul silenzio, ma dentro una nuvola di voci. I pescatori erano arrivati, e si stavano dirigendo verso le barche per la battuta di pesca notturna. Il cuore di Eginaldo cominciò a battere tumultuosamente, si sentì improvvisamente vulnerabile e allo scoperto, per via della presenza di quella ragazza, i cui capelli stavano facendo traballare tutta l’impalcatura che sorreggeva le convinzioni del giovane. Grazie ad un’idea fulminea Eginaldo appoggiò una mano sulla spalla di Sterlenda, bisbigliandole “Vieni con me dentro il canneto, non farti vedere!”.

Quando furono al riparo, il ragazzo le sussurrò:

“Scappa via di qui, cercando di restare nascosta, non farti vedere da nessuno!”

“D’accordo, ma tu vieni con me.”

“Come… come faccio? Non posso! I miei compagni mi aspettano per andare a pesca, ho assicurato loro che sarei andato…”

“Eginaldo, ascoltami, non salire su quelle barche… sono venuta qui su questa riva, stasera, apposta per avvertirti e… non lasciarti andare.”

“Ma che cosa dici?”

“Tarantasio uscirà dal suo nascondiglio questa notte, ed attaccherà le barche dei pescatori. Il lago Gerundo è in guerra, ed una delle sue creature più nobili, il grande ladano, è stata uccisa. Cristoforo ha avuto la sua vittoria, questa mattina, ma non la sua preda, e andrà avanti ad attaccare i villaggi, per convertirli e placare la sua frustrazione. In qualche modo il drago ci deve proteggere…”

“Sterlenda, perché mi vuoi salvare la vita, se sono stato proprio io a dare il colpo di grazia a quell’animale?”

Indicami la direzione per il sentiero che porta all’amore, tienilo libero dai cespugli, nascondilo dagli occhi degli uccelli…

“Che cosa significa?”

“Nelle nostre preghiere chiediamo sempre di aiutarci a trovare la strada dell’amore, di fare in modo che sia facile percorrerla, ma allo stesso tempo rimanga segreta, personale, unica per ognuno di noi. Vieni con me, ti porterò da Tarantasio e potrai chiedere il suo perdono per lo sbaglio che hai commesso, e tutto andrà bene.”

“Mi piacerebbe percorrere questo sentiero, ma mi dispiace, devo proprio lasciarti qui…”

Sterlenda afferrò allora Eginaldo per i capelli, lo tirò a sé fino a raggiungere la sua bocca. Non poté fare altrimenti, poiché attimo dopo attimo il ragazzo era sempre più lontano, trascinato da una forza profonda, come il legame tra un albero e la sua terra, stava fuggendo via.

Assuefatto dal sapore della sua saliva, Eginaldo sentì i piedi che si incollavano al suolo. L’odore di quella pelle era una forza ancora più potente di quella che spingeva il giovane a seguire il destino che gli era stato affidato, su quella precisa sponda del lago Gerundo. Sterlenda cominciò a sprofondare in mezzo alle altissime canne, si lasciò abbracciare dall’erba alta finché queste non si richiusero sopra di loro, nascondendoli dagli occhi degli uccelli. Eginaldo la seguì, non riuscendo a resistere alla calda consistenza di quelle labbra. Unirono i loro mantelli, abbracciandosi lì dentro, protetti da tutto ciò che potesse muoversi, parlare o pensare là fuori.

La mano di Sterlenda smise di trattenere la nuca di Eginaldo, e seguendo la linea della sua spina dorsale si mise a lisciarne la pelle, infilandosi sotto i vestiti. Seguì quel percorso antico fino alla fine della schiena, dove cominciò con forza a trattenerlo a sé. I loro corpi si toccarono, si strofinarono in più punti di quanti la mente riuscisse a controllare in una volta. Eginaldo lasciò allora la bocca della ragazza, proseguendo a delineare con la lingua il profilo dei suoi muscoli del collo, delle clavicole, per risalire il dolce pendio del seno e sorprendersi di quel capezzolo che più si induriva, più il respiro si trasformava in musica.

Sterlenda sgusciò via dalla sua veste, così mentre le palpebre chiuse di Eginaldo sprofondavano tra le sue gambe, in quel mistero umido che si trova all’inizio di tutto, le barche dei pescatori lasciavano la riva.

 

Cristoforo non era riuscito a chiudere occhio quella notte, ora che non v’era più nulla a togliergli il sonno. Era rimasto per ore a fissare le ombre proiettate sul soffitto della sua stanza dalle braci morenti del camino. L’ambiente era arredato in modo molto semplice, il Cavaliere era un uomo dall’intimità ridotta all’essenziale, convinto che esistesse sempre qualcosa di più importante di se stesso di cui occuparsi. Per questo potevano vedersi giusto due finestre a bifora affacciate sul cortile interno, un letto a baldacchino, uno scrittoio, un inginocchiatoio e un crocifisso.

A un certo punto le ultime braci si spensero, ma poco dopo cominciò a strisciare attraverso i vetri il primo sibilo dell’alba. Cristoforo si preparava a scrivere una lettera indirizzata al Vescovo Fredenzone, per riportare in dettaglio i fatti accaduti il giorno precedente. La storia dell’uccisione del drago Tarantasio per mano del giovane Eginaldo ormai si era sparsa in ogni direzione, ed era nota dal Po alle Prealpi. Il compito sul quale Cristoforo si arrovellava era ora come raccontare l’intera successione dei fatti in modo tale che sembrasse che l’intera operazione fosse stata diretta dal Cavaliere in persona, che non era importante chi fosse stato ad infliggere il colpo fatale, quanto la mano lucida e devota che aveva fatto sì che un così lieto giorno arrivasse.

Una volta terminata la lettera, sarebbe sorto un problema ancor di più ardua soluzione, ovvero dove andare una volta lasciata la città di Lodi. Ancora troppi anni separavano l’oggi dal giorno della sua morte e santificazione, un arco di tempo più buio delle profondità dell’inferno che tanto si era figurato ogni volta che si era trovato di fronte al peccato.

All’improvviso sembrò che i battiti del suo cuore diventassero colpi di bastone. Si risvegliò dal torpore e disse “Avanti!”.

Un soldato del suo plotone aprì la porta, entrò nella stanza e si fermò sull’attenti in attesa del permesso di entrare. Quando questo gli fu accordato disse:

“Domando scusa, Cavalier Cristoforo, non avrei osato disturbarla se il messaggio non fosse della massima importanza!”

“Di che si tratta, per l’amor del Cielo?”

“Tarantasio, signore…”

Cristoforo spalancò gli occhi, e fu come se fosse scivolato e stesse precipitando in quel nero che si era immaginato poco prima.

“Un gruppo di barche di pescatori è affondato questa notte nel lago Gerundo. Soltanto due di loro non ce l’hanno fatta, risultano annegati. Quelli che si sono salvati affermano di avere visto il drago…”

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...