La Regina Suicida

La mente di un matematico è in perenne navigazione, non si occupa di nient’altro che non sia il suo veleggiare in un oceano cosparso di stranezze, senza mai vedere un porto. Egli non riesce mai a raccapezzarsi, non ricorda mai le strade sulle quali sta passeggiando, non riconosce mai un luogo, ma sa sempre in ogni momento la posizione della sua immaginazione. Ora osserva i palazzi che si affacciano sulle vie, e si convince che nel cosmo l’ordine regni sovrano. Ora attraversa la folla pettegola e operosa del mercato, e non può fare a meno di ricredersi, fantasticando di miliardi di mondi governati dal caos.

Le sue passeggiate si trasformano sempre in viaggi meravigliosi, la città sparisce da davanti ai suoi occhi, che sembrano così montati al contrario. Essi non guardano di fronte a loro, ma fissano il contenuto del cranio, dove l’ambiente risulta infinite volte più interessante. Là dove per logica è possibile capovolgere la realtà, non ha molta importanza se il cielo e la terra s’invertono. È fantastico realizzare quanto sia di poco conto saper distinguere l’alto dal basso, se paragonato all’illimitatezza dell’insieme dei numeri.

Il matematico crede che non vi sia nulla di più importante della ricerca dell’infinito, così essenziale che trascura alle volte di ricordare qualche tabellina. Egli è un matematico: possiede gli strumenti per aprire il cuore dell’Universo, conosce il linguaggio della perfezione, comprende i meccanismi di fenomeni a cui, personalmente, non ha mai nemmeno assistito. Il matematico esiste in assenza di materia. Nel suo illimitato spazio non esistono vincoli al suo perpetuo inseguimento di un concetto, il quale ad ogni deduzione diventa ogni volta più grande e più lontano.

Egli nacque già matematico, da un felice matrimonio, monetariamente assai ben ponderato. Una di quelle belle unioni da cui con facilità si origina una prole creativa. Il padre di una famiglia tanto prospera era il generale Grand, al quale, dopo aver servito lealmente l’imperatore dei francesi nelle sue guerre di conquista, era stato concesso il congedo per convogliare a nozze con una bella dama della buona società milanese.

Presto Alessandro Grand vide i natali, con i migliori auguri e congratulazioni per la lieta notizia giunti direttamente da Parigi. Echi di una guerra lontana, spari di fucili e odore di polvere da sparo portati dal vento, erano fermati dalle montagne, lasciando la pianura intenta nel suo solito sventolarsi accaldata in estate, ed addormentarsi sotto la nebbia in autunno. In un istante così breve da sembrare il trucco di un mago, nient’altro che il tempo di porre una firma in fondo ad una pagina, Milano si ritrovò austro-ungarica. La signora Grand prese Alessandro tra le braccia, per consolarlo di qualcosa che ad egli era ignoto, mentre ella percepiva con intimo dolore. Gli raccontò la storia di suo padre, il generale Grand, che sarebbe presto partito con i suoi soldati verso una terra lontanissima, in un regno sperduto da qualche parte, in Asia, dove il suo eroismo ed il suo coraggio erano necessari per contrastare un crudele tiranno. Questi aveva il potere di dominare le forze della natura ed ammaestrare terribili creature per tenere sotto il suo giogo la popolazione di quei luoghi. Con il padre lontano, essi sarebbero restati a Milano presso la famiglia materna.

‘Quali terribili creature?’ si chiese il giovane Alessandro. Quel giorno il bambino partì con il padre verso mondi incantati. Senza mettere più piede a terra scelse il mestiere del matematico.

Al Teatro Piermarini è in scena il Flauto Magico, di Wolfgang Amadeus Mozart. Il signor Alessandro Grand non mancherà alla sua rappresentazione, giacché per nulla al mondo si perderebbe l’opportunità di godere della sublime bellezza della musica dell’imperituro maestro. In questo secolo si può ancora dire che laddove c’è musica c’è anche uno strumento. Soltanto fra molti decenni si potrà trasportare la musica lontano dal suo esecutore, ma il signor Grand vuole anticipare i tempi. Egli gode del dono di portar le melodie a spasso dentro i suoi pensieri. La sua immaginazione è tanto potente da saper far rivivere l’intera Orchestra Filarmonica della Scala in ogni luogo questi si trovi.

IMG_0537

Senza accorgersene, il signor Grand ha iniziato ad intonare fischiettando un’aria dal Flauto Magico. Le sue labbra si stringono attorno al suo respiro rendendolo stridulo, ma melodico. È come se riuscisse a sentire ogni strumento fare il proprio ingresso nell’esatto istante a cui l’autore l’ha destinato.

Per diventar un gran personaggio, famoso e osannato, sempre in vista ed alla ribalta, è necessario possedere un cappello a cilindro. Attraversa la piazza un ragazzo con il volto gioviale, probabilmente nuovo in città. Prima ancora che il suo talento sia riconosciuto e applaudito dal mondo intero, ha già provveduto a farsi confezionare un bel vestito borghese, rosicchiando da quei pochi soldi di cui dispone, ed ha speso il suo ultimo salasso in un cappello con la fodera di raso, nero e a cilindro. È stato rimesso in sesto dalla portiera dello stabile dove abita, ed è sfoggiato come una corona.

Appoggiandosi al pomo del suo bastone si pavoneggia agli occhi delle belle fanciulle che si dilettano nel passeggiargli attorno. La maggior parte dei suoi occhi, però, è per il teatro, quel maestoso edificio pubblico che ammaestra gli altri palazzi con il suo volto severo e inflessibile. Il giovane vede le sue colonne come costole, che sostengono un architrave che non è altro che il suo cuore, su cui si dispongono tutti i suoi sogni. Questi sono numerosi e multiformi come le figure che adornano il timpano della facciata. Raccontano del futuro, di come il loro sognatore desidera siano plasmati gli eventi dalle mani del tempo.

Tra quelle figure scorge se stesso salire sul palco della Scala, dapprima con passo lento e solenne, poi più incalzato dall’emozione, per essere travolto infine da piogge di applausi, fiori e baci dalla platea, dal loggione e dall’intera orchestra. Tutti ringraziano il suo genio per le magnifiche sensazioni ed il superbo crescendo di emozioni che ha regalato loro. Magicamente i cartelloni iniziano a mutare. Le lettere sulla carta rompono i ranghi, si liberano dal giogo che le tiene allineate e prendono a danzare sulle note di un’aria che il giovane ha già in mente, ed un giorno non lontano sarà celebre. Il nome del compositore austriaco, tanto compianto ora che è defunto, si sgretola sotto i colpi di una fantasia impetuosa, pronta come un’armata a marciare in direzione della gloria, abbattendo ogni ostacolo. Si può vedere ora il nome del ragazzo, in cui si agita tanto entusiasmo di conquistare la vetta della celebrità grazie alla forza delle proprie passioni. Quando tutto questo accadrà, si spera che sarà la bandiera del Regno d’Italia a sventolare sopra il maestoso ingresso del teatro.

Ad ingrandire i suoi sogni gli arriva all’orecchio il sottile fischiettare di Alessandro Grand, che sta proseguendo le sue speculazioni davanti al portico tramite il quale si accede al Teatro della Scala, sovrastato dalla balaustra della grande balconata. Il motivetto mozartiano aguzza i suoi viaggi onirici, fino ad un tempo non lontano, quando i milanesi passeggeranno per le strade fischiettando solo le sue arie, che diventeranno così celebri da scavalcare le Alpi, portando il romanticismo dei giovani ideali di un artista ovunque esiste un teatro.

Silenzioso come l’invenzione di un sognatore, un viso candido si sporge dalla balconata. Appoggia le sue mani leggere sul granito della balaustra lasciandosi irradiare dalla luce laminare di un mattino d’inverno. Anche il sole si sporge tristemente attraverso una finestra ricavata nel tetto di nubi che ricopre la città nei suoi mesi più malinconici. Ha il mento sollevato, dal portamento regale, esposto in avanti come per rompere l’aria. Avanza con il petto e le spalle, scopre il collo al mondo, per sorprenderlo con il suo inaudito coraggio. La sua forza è non temere quale sarà la direzione del vento.

Si mostra in tutto il suo essere, lo sguardo dei passanti non deve tralasciarne nessun aspetto. Non si è mai vista a Milano una simile messa in mostra di ciò che si è e si ha, da parte di nessuno, tanto che si crede che in città sia arrivata nientemeno che la Regina, forse la sola dotata di un simile ardire.

Come una regina si concede al pianto, impedendo che una sola lacrima sia trattenuta. Allarga le braccia liberandosi di ogni riguardo, prendendosi così tutto lo spazio di cui abbisogna per espandersi in tutta la sua grandezza. Apre la bocca, affinché nulla possa essere fermato dalle sue labbra. Si solleva sulla punta dei piedi, perché non importa se gli altri si lamentano che qualcuno si dimena per poter vedere più in là di quanto essi si azzardino a guardare. La presunta regina si espone alla piazza, così che tutti possano ammirare lo sfarzo del suo vestito, senza ignorare come è fatto l’essere umano che lo indossa.

I suoi occhi sono chiusi, le sue ciglia riposano come le ali di una farfalla che ha terminato il suo volo, o forse sta per iniziarlo. Tanto già conosce il paesaggio che si estende oltre le sue palpebre, e non ha bisogno di rammentarlo. Vuole soltanto essere protagonista di quel paesaggio, come può esserlo una fragorosa cascata, la cui corsa è tanto potente, che la sua bellezza può essere gridata con rumore, senza riguardo, udita anche molto lontano, e che nessun uomo oserebbe giudicare. Dalla loro sede, accolti nelle loro orbite, osservano un orizzonte rapito e nascosto in una fossa in mezzo alle campagne, forse con una richiesta di riscatto in cambio della sua restituzione. Vedono i cuori della gente appesi a dei fili, come marionette, ma non importa chi sia il manovratore.

Ha provato ad assurgere al ruolo della fata che li avrebbe incantati e liberati da quei fili che li trattengono, pesanti come catene. Tutto inutile, sembra che siano soddisfatti tutti quegli altri del loro essere burattini, malgrado la regina non sappia spiegarselo.

Allora alza una gamba, portandola al di sopra del parapetto di pietra che separa dalla piazza. La superficie scabra graffia la sua pelle, e qualche goccia del suo sangue rimane sul luogo, che più della sua stessa volontà ha deciso il suo suicidio. Il giovane con quel vecchio cappello a cilindro, quello che sogna di diventare il più grande compositore del suo tempo osserva la scena e richiama tutti i concetti e le idee che ha in testa per recuperare quello migliore, che gli permetterà di compiere l’azione giusta, ma nel frattempo la regina si è alzata in piedi sul parapetto e passeggia senza vergogna, concedendo al vento di accarezzar le sue gambe. Questo è il giorno in cui il suo sogno è finito, e il destino ha decretato che un’alba così infausta, da interrompere l’immaginazione dei suoi desideri, debba essere l’ultima.

Avvalendosi del suo diritto regale dà ordine alle gambe di smettere di sorreggere tutto il resto, lasciando questo compito soltanto al vento. L’aria l’accoglie tra le sue braccia, e comincia quel fragile istante di felicità assoluta, che segna il distacco dei suoi vincoli dal mezzo materiale sul quale si è originato tutto.

Alessandro Grand nota appena che si è formata un’ombra sul lastricato ai suoi piedi. La strada non è affatto interessante, e stabilisce di alzare gli occhi al cielo, dove è certo di riscontrare maggiore soddisfazione. L’aria, però, è solcata da un lungo vestito candido che ondeggia come le ali di un angelo. Oppone le sue braccia al sole con la convinzione che scintillino più dei suoi raggi. L’uomo socchiude la bocca, rapito dalla breve immagine di un corpo che pretende di essere considerato per un istante, frapponendosi tra il mondo e la sua fonte di vita.

Senza annunciarsi, la regina finisce il suo salto liberatorio tra le braccia di Alessandro Grand, che proprio in quel momento stava passeggiando sotto la balconata del Teatro della Scala, come sempre ignaro di ciò che gli accade intorno. Questi cerca di restare in piedi, ma è inevitabilmente sopraffatto, travolto, sbatacchiato, ma perché? Egli non lo desiderava, non l’aveva previsto, non se lo aspettava. Conduceva un’esistenza tranquilla, fino a questo momento, quando per la prima volta fa il suo incontro con la terra.

IMG_0538

Prima di ora non gli è importato molto della sua esistenza. Cadendo riceve un colpo abbastanza forte alla schiena, oltre a ferirsi le punte dei gomiti, sfregare le braccia e le gambe contro la pavimentazione della piazza, ed infine sentire tutto un carico sullo stomaco, come se gli fosse assestato un bel pugno nella pancia. In principio la sua testa è invasa dal dolore, la voce del suo corpo che urla nel cervello richiamando su di sé tutta l’attenzione, ed è impossibile provare a non ascoltarla, è un grido intenso e persistente, fino ad essere assordante. E poi ecco comparire il sangue, quando le sue ferite stanno urlando così forte da scoppiare in pianto, e profondere le loro rosse lacrime.

‘Quello è il fluido che tiene in piedi la tua carne, caro ragazzo. Sentiti fortunato ad averlo, significa che sei vivo.’ La regina pronuncia queste parole dimenticandosi di spostarsi dal ventre del malcapitato che ha attutito la sua caduta. Il suo suicidio per quel giorno è sfumato, ma per il momento anche la disperazione che ha condotto il suo cervello a concepire un così insano intento. Non può negare di aver trovato divertimento nel recente volo, in minima parte, e sembra che come esperienza sia stata sufficiente a restituire un poco di voglia di vivere. Probabilmente in quel breve istante trascorso a mezz’aria ha visto molto di più di quanto non si veda normalmente con i piedi per terra. Di solito quando si è in dirittura d’arrivo durante una risolutiva caduta verso il suolo la fine è praticamente inesorabile. Oggi la regina, grazie alla provvidenziale ed inconsapevole presenza di Alessandro Grand, ha avuto la concessione a ripensarci prima di ripetere simili tentativi.

Appena ha realizzato di essere ancora in vita ha subito desiderato assicurarsi sulla salute del suo salvatore, temendo di dover addossarsi la responsabilità di una tragedia solo per quel suo attimo di follia. Invece ecco il volto di Alessandro Grand sbiancare mentre constata le varie ferite che si è procurato, e ciò è un elemento sufficiente a dichiarare il passante travolto dalla sua furia suicida sano e salvo.

‘Mi creda, non sa quanto sono spiacente per l’accaduto, mi dica che va tutto bene, o questo brutto affare si aggiungerà alla lunga lista di elementi che compongono la mia innata fragilità interiore, ed avrò le ragioni per compiere altri di questi tentativi. La prossima volta le assicuro che farò più attenzione e sceglierò un precipizio dove nessuno stia passeggiando, e… non finirò mai di scusarmi per l’accaduto.’ La voce della regina sembra compiere due passi di danza prima di uscire dalla sua gola. Alla fine di questo lieve roteare risulta bassa e profonda, certamente la voce che non ci si aspetterebbe da una regina. Il suo lungo e sfarzoso vestito, lacerandosi in alcuni punti lascia intravedere fasci di solidi muscoli, che inevitabilmente pesano sull’esile pancia di Alessandro Grand, ancora stordito da quel primo contatto con la terra.

È difficile che la terra riesca a mantenere qualche segreto, perché le mani la possono toccare. Il braccio della regina è incredibilmente massiccio, e le tracce lasciate da una folta peluria pizzicano le dita. I suoi occhi si nascondono dietro una circostanziale vergogna, aspettano un epilogo già conosciuto, e le mani toccano il loro stesso corpo come se fossa l’ultima volta.

‘È forse un delitto,’ mormora dal profondo dei suoi bronchi baritonali, ‘per un uomo desiderare più di ogni altra cosa interpretare la parte della Regina della Notte nel Flauto Magico? I sogni ti scelgono secondo il loro piacere, e nella loro ingenuità non badano alla materia di cui si è fatti. Il mio cuore, la mia carne, sono fatti con la terra: un artigiano ha modellato questo vaso, che ben serra nel buio del suo ventre, la mia anima ed il mio fiato. La terra è una materia senza voce e senza udito, ben conosce, perché li tocca, il male, il bene e l’infinito, ma per spargere menzogne non ha sguardi e non ha bocca. La terra si presenta con il suo vero nome, appare solo come se stessa attraverso ogni sensazione, ma solo quando ogni vergogna è soppressa.’

Alessandro Grand sente all’improvviso una nube di voci addensarsi alle sue spalle. Con un inusuale senso della realtà da parte sua, appena acquisito con il recente incontro, comincia a ragionare sulla bizzarra situazione in cui si trova. È impossibile che un suicidio non susciti l’interesse smanioso di tutta quella gente che in un particolare istante si ritrova ad attraversare una frequentata piazza del centro di Milano. Presto tutti quegli sbigottiti passanti giungeranno lì, nei pressi del luogo ove il fatto è avvenuto, e gareggeranno su chi sarà il più sollecito nel prestare soccorso. In men che non si dica tenteranno di sollevare i loro corpi da terra, abbracciandoli, e tutta la verità potrà fiorire in un rosario di espressioni diverse, ma animate dello stesso timore, generato dalla sorpresa.

Il giovane matematico, non senza stupirsi della propria prontezza, afferra alcuni lembi del vestito della regina e cerca di avvolgerli alla bene e meglio attorno alle sue braccia ed alle sue gambe che sono rimasti scoperti. Vuole coprire ogni indizio dell’identità della regina suicida, per compassione, per un irrazionale senso d’affetto, forse solo per istinto, o magari per solidarietà con un potenziale bersaglio del malcontento popolare.

‘Ti prego, quando la gente ci avrà circondati, non parlare!’ disse alla regina Alessandro Grand ‘Nasconditi nelle pieghe del tuo vestito, cerca di coprire il viso, fingi uno svenimento!’

E così la piazza arrivò a portare le proprie cure a quelle povere vittime di una simile disgrazia. Giunge una donna semplicemente vestita, ordinata nelle poche cose con cui si copre, con un ampio grembiule, tuttavia, spennellato con i colori persistenti del suo lavoro. È intenta a urlare in mezzo alla piazza quanto i suoi prodotti siano i migliori mai visti in città. Spinge un carretto in cui sprofonda un cumulo di tronchetti di legna secca, pronta da ardere, una merce tra le più richieste in questo periodo dell’anno. Ai lati sono appese corone d’aglio, alcuni peperoncini rossi e qualche fila di salami. È una villana, e porta i profumi della campagna, ma solo quelli più gradevoli ai preziosi olfatti milanesi, i quali non devono essere turbati dai miasmi peggiori che si possono diffondere per i campi, o non sarebbero più buoni clienti.

Come si avvicina constata che si tratta di un gentiluomo con le ginocchia sbucciate, al massimo qualche frattura, sul cui viso si legge chiaramente la costernazione per essersi piegato così in basso fino a poter palpeggiare la pelle ruvida e poco gentile della terra. La donna svenuta sulle sue gambe respira con regolarità, senza dare segni di sofferenza. Deve fare proprio male vedere la terra così da vicino per un damerino come quello. La terra è sempre stata molto bassa per la gente che non raccoglie il proprio pane, il quale viene loro servito su tavole apparecchiate, ad un’altezza sufficiente a ridurre al minimo la fatica.

La villana, la terra, l’armento, averne uno è già una fortuna. Buono il raccolto, il padrùn è contento, nei suoi occhi di vetro nessuno digiuna. Bacia la mano di chi dà lavoro con le sue labbra sporche di terra. Si allaccia le scarpe per proprio decoro, giù là nei campi la zappa poi afferra. Sorte cattiva o divino disegno, fino alla morte è nata villana. La terra fornisce alla vita sostegno, volendo in cambio fatica umana. La terra è tenace e non le appartiene, per domandarle del pane si china, sperando che il frutto delle sue pene venga su, stando alla terra vicina. I figli non sono che pance vuote; solo la terra sa quanti vedranno le nevi lontane, ad alte quote, ed i giorni corti del nuovo anno.

Poiché la terra è una compagna silenziosa, la villana non è abituata a far uso di parole per comunicare l’amore. Ogni sentimento spunta in lei spontaneo, puro ed inconfondibile con altra sensazione. La donna con gran fatica riesce a nascondere quanto trovi detestabili i cittadini ed i loro assurdi comportamenti. D’altronde essi vivono in palazzi molto alti, così lontani dal suolo, che dai loro ragionamenti risulta evidente quanto i loro pensieri siano influenzati dai venti che soffiano più intensi a quelle altezze. Questi due cittadini, però, sembrano tanto sofferenti per l’accidente che è loro capitato, che la villana non riesce a trattenersi dal provare nei loro confronti chiara e semplice compassione, fino a tralasciare l’attività che stava svolgendo per inginocchiarsi accanto ad essi per portare, se non un aiuto concreto, almeno conforto.

Attorno al luogo dell’incidente si sta formano un folto gruppo di persone, tutte curiose in vario modo di scoprire quale razza d’evento abbia sconvolto fino ad un simil punto il tranquillo procedere delle loro abitudini. Tra questi si fa largo il giovane col cilindro, che preso dal suo fantasticare ha assistito proprio a tutta la scena, fin dal suo principio.

Questi domanda a gran voce se va tutto bene, se ci sono feriti, o peggio! Se qualcuno non è sopravvissuto, accidenti, al brutto scontro che è avvenuto. La villana lo studia attentamente, e scuote impercettibilmente la testa, credendo già un poco matto il nuovo arrivato.

L’aspirante musicista si dirige verso un ufficiale dell’esercito, anch’egli accorso a constatare la gravità del fatto, e con l’intento preciso di risolvere la situazione, in virtù della carica che riveste.

‘Signor ufficiale! Ho assistito a tutta la scena, dall’inizio alla fine, desidero essere d’aiuto per questi due poveri malcapitati, mi dica se c’è qualcosa che posso fare, ed eseguirò con gioia!’

L’ufficiale squadra il ragazzo con un già riscontrato sguardo interrogativo, e con il suo inconfondibile accento austriaco gli si rivolge nei seguenti toni:

‘La prego, cittadino, la situazione non è grave, mi lasci svolgere il mio mestiere in santa pace.’

‘Perbacco, non riesco proprio a starmene qui con le mani in mano, sento un civico bisogno di essere d’aiuto ai miei connazionali!’

‘Cittadino, voi state intralciando il mio lavoro, ditemi il vostro nome!’

Il ragazzo gonfia il petto per l’offesa, si caccia all’indietro la sciarpetta di seta con una mano, e con l’altra si aggiusta il cilindro sulla testa, ben sapendo di dover contenere le proprie emozioni nel rivolgersi ad un ufficiale dell’esercito austro-ungarico. Così risponde:

‘Mi chiamo Giuseppe Verdi, signore.’

‘Vi ringrazio, signor Verdi, voi siete senza dubbio un cittadino esemplare, che siate d’esempio a tutti gli altri. Ora lasciatemi svolgere il mio compito.’

IMG_0541

La villana sente di essersi divertita nell’osservare il dialogo tra i due uomini, e non riesce a trattenersi dall’emettere un risolino malizioso. ‘E chi sarà mai questo Giuseppe Verdi? E chi si crede di essere, vestito in un modo così ridicolo, che si vede lontano mille miglia che è un altro spiantato della provincia che è arrivato in città in cerca di successo. Avrà anch’egli la sua buona dose di sfortuna.

Giuseppe Verdi, accortosi dell’impudenza della donna, pensa: ‘Villica meschina, ignora il bel pensare, l’invidia la rovina, e non sa giudicare. Dal mio punto di vista non v’è maggior onore, in quest’Italia trista, che far l’agricoltore. La terra è un ideale, un sogno smisurato; che il mio suolo natale sia un giorno liberato! Della mia terra sono figlio, vederla saccheggiata è come nascere in esilio da una donna abbandonata. Tu, solo amor sincero, sei terra, madre schiava, in pugno allo straniero che il tuo petto ricco scava. L’amor che mi denota, tra tante facce arrese, fa di me un patriota per questo bel Paese. Nel lodarti stringo i denti, Paese mio natìo: che mai non si presenti il momento dell’addio!’

L’ufficiale Von Herzen comincia a sbraitare ordini ed a governare la folla con ampi movimenti delle sue lunghe braccia. Nel suo cuore, che trotta a passo di marcia sotto la sua divisa, non si è ancora abituato a non essere ben accetto dalle persone che lo circondano, come desidera invece il suo animo fondamentalmente cordiale. A Milano il suo disagio è fortemente accentuato dalla generale antipatia che i cittadini manifestano nei confronti degli austriaci. Von Herzen, bonario di natura, in una situazione di tal genere non riesce proprio a trovarsi a suo agio, tanto che come uno specchio tende a riflettere tutto il disprezzo che gli viene rivolto.

Finisce così che l’ufficiale dell’esercito occupante odia coloro che lo odiano, e nei loro confronti si dimostra brutale, lunatico ed arrogante. Il personaggio che più di tutti non riesce a sopportare è proprio quel giovane che si fa chiamare Giuseppe Verdi con tanta spavalderia. Come tutti gli italiani andrebbe seriamente messo in riga, coercizzato, fino a quando ogni traccia della sua spavalderia non risulti estinta, cancellata, spazzata via.

Tutti questi patrioti, così entusiasti del loro essere borghesi, sufficientemente arricchiti per poter elaborare discorsi romantici e complessi. Che bell’età la loro! Agli occhi dell’ufficiale Von Herzen si tratta nient’altro che dell’ultimo ritrovato del bel mondo, attenti alla cultura, alla scienza ed alla politica, perché ormai è di moda preoccuparsi di come vanno le cose. L’unico loro pensiero è l’apparire meno provinciali possibile, dopo essere cresciuti per vent’anni nelle loro ville sontuose, fuori città.

‘Credono che la loro terra si trovi sopra le loro teste, invece che sotto i loro piedi!’ rimugina l’ufficiale Von Herzen ‘La terra è un oggetto e si può quantificare, con estimo diretto è un bene da acquistare. Ma c’è chi si accanisce a non ceder la sua terra, e lo Stato stabilisce di dichiarargli guerra! Accade che oggigiorno la terra non sia molta, ed ai popoli d’attorno bisogna che sia tolta. Lo sancisce una legge, assai più conveniente al sovran che regge la nazione più potente. Ed io, se avrò valore, combattendo questa battaglia, lo stesso mio signore mi donerà una medaglia. Come voialtri anch’io dalla terra traggo vita, perché, pregando Iddìo, la mia famiglia sia nutrita. Qual è la differenza, se sei un lavoratore, che vuol l’indipendenza, o sta con l’oppressore?’

Ad un certo punto la regina riapre gli occhi, riscoprendo il puro piacere di contemplare il cielo standosene sdraiati per terra. Da questo punto d’osservazione ci si sente l’unico personaggio rinchiuso entro una cupola di vetro. I visi curiosi dei passanti sono confinati al di fuori del suo campo visivo, e la regina richiuderebbe gli occhi, piuttosto che lasciarli entrare nel suo fragile stato di assoluto benessere.

Allora china la testa, concentrandosi solo sulle punte dei suoi piedi, e cerca con i gomiti di liberare il povero Alessandro Grand dal suo peso. Cerca di alzarsi, e molti si impegnano e si adoperano per essere d’aiuto. Non allontana mai gli occhi dalla terra, è troppo pericoloso offrirli al mondo, ora.

La regina sa che, essendo la terra la materia di cui si costituisce, non potrà mai nascondere il suo vero modo di essere, ma ci prova ugualmente, così che possa salvarsi almeno in questa circostanza. Ora è in piedi, ed ha molta fretta di andarsene. Vorrebbe ringraziare Alessandro Grand, perché oggi è l’unico amico che ha al mondo. Pur di non tradirsi tiene gli occhi a terra, e facendosi largo tra la folla se ne va.

Guardando quel vestito sontuoso svolazzare via lentamente per le strade della città Alessandro Grand sa di vedere la terra. Guardando la regina si sa esattamente che cosa si sta vedendo, gli appare chiara e limpida l’identità di tutte le cose, ovvero un uomo ed il suo sogno assurdo, capitatogli per l’ingratitudine del destino.

La villana riesce solo a pensare a quanto sia cretina la gente, che si inventa modi balzani e stravaganti per avvicinarsi di più alla terra. Per quel che la riguarda, è meglio starsene più lontani possibile dalla terra, lo dice per esperienza. A lei, comunque, dell’identità non gliene può proprio importare un fico secco.

Giuseppe Verdi è confuso da quanto sia imprevedibile la vita dell’artista. Il giorno in cui una donna si è quasi suicidata ai suoi piedi, ha accolto con entusiasmo il sogno di poter costruire con la sua musica l’identità della sua terra. Speriamo proprio che ci riesca, per questo gli facciamo tanti auguri.

L’ufficiale Von Herzen partecipa alla costernazione per tutto quel che è appena accaduto, all’unisono con i milanesi che lo circondano. Per una volta si sente in sintonia con il popolo presso il quale vive, e ne è felice. Più che mai sente la nostalgia della su gente e della sua terra lontana, e pur di non concedere agli italiani lo spettacolo di un ufficiale austro-ungarico in preda alla commozione, silenzioso si allontana.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...