R000 | Grave incidente lungo la Sp. 415

Quella notte di settembre, all’incirca fra le tre e le quattro, un camion bestiame trasportava dodici vacche vecchie lungo la Strada Provinciale 415. Alla guida il bravo Antonio, un giovane allevatore sulla cinquantina con la barba ispida, i capelli radi e la camicia a quadri, che fissava la strada canticchiando lontani successi degli anni ’90 e di tanto in tanto buttava l’occhio sul sedile del passeggero, dove aveva appoggiato una confezione di lattine di Red Bull, pensando a quale sarebbe stato il momento migliore per scolarsi la prima. Nel cassone del camion, una grande gabbia cosparsa di paglia per assorbire eventuali deiezioni ed altri prodotti metabolici, viaggiavano dodici vacche a fine carriera, che avendo ormai passato gli anni più produttivi della loro esistenza, erano dirette al macello dove sarebbero rientrate in qualche modo nella catena alimentare. La strada provinciale manifestava la sua presenza, esprimendosi in lente frenate ed improvvisi sobbalzi. Era meglio conosciuta con il nome di Paullese e conduceva dalle fertili pianure del Cremasco verso l’industrioso capoluogo della regione.

All’interno dell’abitacolo del camion, dai rivestimenti di tessuto lisi ed il permanente odore di stalla, l’Antonio pensava e ripensava a quanti anni aveva, li contava, sommava e divideva, cercando di scoprire il punto preciso in cui la gioventù era sfumata in qualcosa di diverso. Alla guida notturna si alternava con suo fratello, sin dal giorno in cui il loro padre, andando in pensione, aveva ceduto a loro la mandria da latte con tutte le attività annesse e connesse. Dentro di sé era anche arrabbiato con suo figlio, ma non osava ammetterlo; quella sera erano usciti di casa alla stessa ora, nel salutarsi il ragazzo gli aveva simpaticamente offerto di tenere la sua scorta di Red Bull nell’abitacolo del camion. Era il suo segreto per rimanere sveglio tutta la notte.

Dal canto loro le dodici vacche barcollavano, muggivano e defecavano, non avevano altra scelta. Si domandavano l’una con l’altra, attraverso sguardi inquieti, dove le stessero portando, nessuna però sapeva dare una risposta precisa. Stavano intraprendendo lo stesso viaggio delle loro compagne, giunte a fine carriera prima di loro, per non parlare dei vitellini nati maschi che di latte non ne avrebbero mai prodotto, dei quali nessuno era mai tornato. Poco ma sicuro, non si trattava di niente di buono e le povere signore se la stavano letteralmente facendo sotto.

Che cosa dire dell’altra grande protagonista di questa narrazione, la Strada Provinciale? Con il calar delle tenebre si accendevano i fuochi lungo i suoi margini. Si bruciavano i rifiuti per generare luce e calore, laddove essi mancavano. E dove poteva mancare la luce lungo una strada importante, anche molto trafficata? Negli angoli nascosti, avvolti dall’ombra perenne dell’animo umano. Là dove si vendeva il piacere a costo di un po’ di dolore. Una sofferenza profonda e devastante, ma marginale, che vista da fuori tutto sommato non faceva così tanto male.

Quanti sobbalzi, quanti scossoni… mai possibile che l’Antonio non riuscisse ad evitare una buca ogni tanto? Perché il dannato ente provinciale non si decideva a sistemare l’asfalto, spianare i dossi e lisciare la carreggiata? Le dodici povere vacche erano decisamente di malumore, e si lamentavano più del solito. Quando trascorri tutta la vita in una stalla sempre con lo stesso centinaio di bovine dal mantello pezzato, dopo qualche tempo si cominciano ad esaurire gli argomenti di conversazione. In principio si annusavano l’una con l’altra per conoscersi, poi si scendeva più nel dettaglio e si imparava a memoria il disegno del pelo delle compagne. Già alla fine della prima lattazione la noia era conclamata, si lamentavano in continuazione del caldo, si facevano battute sulle mani del mungitore e si contavano le mastiti a vicenda. La più acculturata fra loro, la Bartolomea, stanca di intavolare monologhi di letteratura e di cinema in una stalla dove veniva diffusa in loop sempre la solita playlist anni ’90, era la più ottimista di tutte: “Speriamo che ci portino in una stalla con la musica classica!”.

Lungo un monotono rettilineo i pensieri dell’Antonio cominciarono a galleggiare e a disperdersi. Le connessioni logiche tra gli elementi che lo circondano si scomposero e si disorganizzarono come particelle in moto browniano. Era l’inizio di un sogno. Le luci della strada si dissolsero come i fari di un teatro all’inizio dello spettacolo. L’Antonio si risvegliò di soprassalto in preda allo spavento, stava ancora guidando il camion lungo il rettilineo ma aveva leggermente sbandato e non si ricordava più niente delle ultime centinaia di metri. Allungò la mano sul sedile del passeggero e si aprì una lattina di Red Bull.

“Rimanete calme…” muggì la Piera, che delle dodici vacche era la più autorevole. “È stata soltanto una lieve sbandata per evitare una buca, sono certa che l’Antonio ha in mano la situazione. “

Un dolore improvviso al braccio sinistro, il camion sbandò di nuovo. L’Antonio sentiva il cuore gonfiarsi contro le pareti del torace, come se volesse farlo esplodere per fuggire libero. Si accorse di ciò che gli stava succedendo, e quanto un eccesso di caffeina non avesse giovato alla sua ipertensione, quando ormai era troppo tardi per voltarsi indietro. Imboccò il tunnel con la luce in fondo e cominciò a percorrerlo. Purtroppo non c’era nessuno a trattenere la sua anima sulla terra, quella notte lungo la Strada Provinciale. Il camion rimase senza controllo e cominciò a procedere lungo il rettilineo come un ubriaco, inclinandosi a destra e a sinistra.

Incapace di mantenere la retta via, il camion si diresse verso destra, sfondando con la sua mole il guard-rail che delimitava la carreggiata. A una velocità troppo folle per quel terreno accidentato si inoltrò nella campagna per alcuni metri, attraversò un campo di stoppie perdendo gradualmente velocità. le dodici vacche nel cassone del camion muggivano come dissennate, terrorizzate fino al midollo, roba da non emettere più una goccia di latte per il resto della loro vita, tanta era la paura. “Moriremo tutte!!!” Strillavano impazzite. Alla fine avvertirono un forte schianto e si ritrovarono tutte ammassate nella parte anteriore del cassone, ammaccate e contuse, chi più e chi meno, ma vive e vegete. Il camion era ora completamente fermo, incastrato fra i tronchi di due pioppi secolari sulla sponda di un fosso. Con quel flebile barlume di ragione che era loro rimasto le dodici vacche videro il portellone posteriore che si apriva, non avendo retto all’urto.

Poco lontano dal luogo dell’incidente si trovava un furgoncino, fermo e a luci spente, nascosto in una radura buia di un boschetto di robinie. Dentro al suo ventre metallico una donna stava ferma, sdraiata su un lurido materasso, con le gambe divaricate. Quattro uomini attorno a lei a turno si inginocchiavano e la violentavano alla luce di una lampada da campeggio. Lei aveva gli occhi aperti, ma le immagini che vedeva attraverso le lacrime si squagliavano come gli orologi dei quadri di Dalì.

La ragazza era molto più giovane di quanto desse a vedere, si chiamava Svetlana ed era originaria della Podlachia, un Paese lontano nello sconosciuto oriente dell’Europa. Tutte le sere faceva il turno di notte in una piazzola lungo la Strada Provinciale, poco lontano da lì. Di giorno era talmente esausta che trascorreva tutto il suo tempo a dormire in un sudicio appartamento chissà dove. Tranne quella mattina, in cui si era armata di coraggio ed aveva preso l’autobus fino a Milano, dove si trovava un’associazione che poteva fornirle assistenza.

Era ritornata al suo appartamento per radunare le sue cose e scappare, ma non era stata abbastanza veloce. Gli aguzzini che la costringevano tutte le notti a prostituirsi l’avevano presa, e ora l’avrebbero punita per il suo tradimento finché fosse stata viva.

Chissà quando sarebbe finita la sua vita? Quanto sarebbe ancora durata la punizione? Difficile a dirsi, forse fino al mattino? Forse ancora nelle notti successive? O in realtà pochi minuti. I furgoncino fu colpito da qualcosa di molto pesante, che lasciò un’impronta nella lamiera. A quell’impatto ne seguì subito un altro e poi un altro ancora. I quattro uomini si sollevarono dal materasso e si guardarono inebetiti, si ricomposero alla bene e meglio e aprirono il portellone posteriore del furgoncino. Grida terrorizzate di animali si mescolarono con i versi bestiali di quei quattro che come videro ciò che stava succedendo là fuori si precipitarono giù dal mezzo e si misero a correre come forsennati.

Svetlana giaceva priva di forze e senza speranza di rialzarsi. Forse grazie all’ultima scintilla di vita che le era rimasta sollevò la testa e le spalle, appoggiandosi ad un gomito. Con l’altra mano riuscì a strofinarsi gli occhi e a distinguere meglio la scena che la circondava. Riuscì a scorgere la campagna, che si estendeva muta oltre il portellone del furgoncino. Scura, fredda, avvolta nel vapore del suo stesso sudore. Incredula scorse in fondo al campo di stoppie le sagome di dodici vacche, che correvano libere verso il giorno seguente. Mise a fuoco il loro mantello pezzato e le loro corna tozze e sorrise. Con la speranza di riuscire a sognare di nuovo si lasciò andare sul materasso, e si addormentò.

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