La mia vita prima dei tempi

Ogni settimana, di martedì, mi dedicavo alla manutenzione della macchina del tempo. Eseguivo tutti i controlli prescritti dal manuale d’utilizzo con scrupolosità, prassi necessaria per mantenere il veicolo in buono stato dopo dieci anni dal suo ultimo utilizzo. Svolgere tale sequenza di operazioni si era col tempo trasformato in una sana abitudine, che mi aiutava a rimanere concentrato sul mio presente. I controlli da compiere erano tuttavia pochi e semplici, e non si può certo dire che impararli a menadito mi abbia reso un discreto meccanico. Controllavo il livello dell’olio, smontavo i filtri e li pulivo con una spazzola, avviavo il motore per verificare la funzionalità dell’impianto elettrico e mi accertavo che non vi fossero perdite nel serbatoio della miscela combustibile all’acido cronico.

La macchina si trovava assicurata a due robusti rami che si inserivano orizzontali nell’enorme tronco di un vecchio Ginkgo biloba, a trenta metri e più da terra. Ad un paio di rami di distanza era fissata una tenda triangolare dotata di tutta l’attrezzatura necessaria a garantire la mia esule sopravvivenza, a cominciare da un sacco a pelo termico fino ad un fornelletto a energia solare. Soltanto così, sospeso tra le fronde inaccessibili, potevo sentirmi al sicuro.

Ultimata la manutenzione, mi accucciavo nel mio alloggio con i pensieri rivolti a sud, riempivo d’acqua un pentolino di alluminio per prepararmi una tazza di tè ed attendevo la sera. Ripensavo a quanto strana fosse questa mia personale specie d’esilio. Rimuginavo sulla sua definizione e su quali aspetti della mia lontananza vi rientrassero e quali no. Ero certamente più lontano da casa di quanto si potesse mai immaginare, ed esisteva una ragione importante fuori o dentro di me, conosciuta o sconosciuta, per cui non potevo farvi ritorno. Sapevo di dover rimanere lì.

Era quello il momento per prendere il taccuino e scrivere. Annotavo di tutto, gli scarsi avvenimenti, l’avvistamento di animali, le condizioni meteorologiche. I primi tempi trascorsi in quella foresta, attorno a me vedevo solo verde e non udivo altro che vento. A poco a poco scrutando in mezzo alle foglie, imparai ad osservare il tempo che passava, si fermava, spariva e ritornava. Tutto il mondo lì attorno viveva, comunicava e parlava con me al punto che talvolta non era neppure necessario governare le ore con un libro. Leggevo poco, ma scrivevo molto, per paura di dimenticare la mia lingua.

Scrivevo ripetutamente il mio nome, professor Pietraviva, per non scordarlo nell’eventualità che un futuristico Stanley fosse capitato sotto al mio Ginkgo, gridando “Mr. Livingstone, I presume?”.

Da quando ero arrivato godevo di un privilegio rimasto esclusivo di pochi esploratori nella storia del pianeta. Annidato nel folto della chioma di un albero potevo assistere alla formazione dei boccioli delle prime magnolie e redigere la cronaca della loro fioritura. Il volo degli uccelli da un ramo all’altro era ancora alquanto inesperto e il loro canto selvaggio e stonato. Si sarebbero armonizzati col tempo alle sinfonie sempre più elaborate del loro ecosistema. Nel tardo pomeriggio allo smorzarsi del grande caldo mi sporgevo dal mio ramo e scrutavo il sottobosco, in attesa del passaggio quotidiano del branco degli Edmontosaurus. Erano dinosauri pacifici, dall’avanzare placido carico di preistorica saggezza, avevano lo sguardo mite ed un grosso becco d’anatra con cui brucare. Durante il giorno pascolavano in prossimità della laguna al limitare della foresta, verso sera migravano verso l’interno. Nel corso dell’ultimo decennio avevamo allacciato una forma di amicizia, onestamente alquanto sbilanciata a mio vantaggio. Come li avvistavo scendevo dal Ginkgo e mi mischiavo al loro branco; in questo modo camminavo per la foresta ed esploravo i dintorni, raccogliendo qua e là qualche provvista. Mi univo a loro anche per una forma di sicurezza personale, confidavo infatti che i dinosauri carnivori avrebbero preferito un saporito erbivoro ad uno smilzo accademico.

Con questo ed altri piccoli accorgimenti finalizzati a conservarmi in vita, mi ritenevo sufficientemente scaltro tanto da essermela cavata fino a quel punto. Mi domandavo spesso se anche gli altri scienziati, partiti per il tardo Cretaceo come me per studiare la grande estinzione, fossero stati in grado di sopravvivere nelle lande preistoriche con la mia stessa facilità. Sebbene con tutto il cuore sperassi nella loro buona sorte in una missione tanto speciale quanto impegnativa, fino al momento in cui avevo lasciato l’Antropocene non avevo avuto notizia che nessuno di loro avesse fatto ritorno.

Era cominciato tutto a Milano dieci anni prima, con la pubblicazione di un mio pezzo su un giornale indipendente. Se si fosse trattato del mio solito articolo di fisiologia vegetale, nessuno vi avrebbe dedicato così tanta attenzione. Con quella misera cartella dattiloscritta denunciavo la recente soppressione di un corso di studi in storiografia, seguito da molti studenti delle facoltà umanistiche, perché giudicato “non rilevante ai fini della formazione del laureato”. La mia argomentazione era stata ritenuta troppo critica nei confronti del nuovo rettore dell’università nominato direttamente dal prefetto locale. Ero stato così convocato nell’ufficio del direttore del mio dipartimento, con insolita urgenza. Discutemmo con la porta chiusa, senza la presenza di testimoni. Tenuto conto del ragguardevole prestigio accademico delle mie attività di ricerca, ero stato selezionato per una missione sul campo dalla massima rilevanza scientifica.

Mi ritrovai così recluso dentro al sogno del professor Marlowe, un eccentrico geologo che aveva ereditato un’importante catena di alberghi e resort. Le sue pubblicazioni trattavano principalmente delle grandi estinzioni di massa, con lo scopo ultimo di approfondire le dinamiche di quella in atto, la sesta in ordine cronologico, innescata dalle attività umane e dal cambiamento climatico da esse provocato. Il professor Marlowe aveva così cominciato a finanziare spedizioni negli ultimi secoli del Cretaceo, sessantacinque milioni di anni prima, per documentare la catastrofe che provocò la quinta grande estinzione. Poche ore fatali che avevano cambiato il mondo. Naturalmente non si conoscevano le coordinate spazio-temporali di tale evento. Si sapeva solo che poteva essere avvenuto in un momento imprecisato nell’arco di cinquecentomila anni.

Una sera ritornai tra le fronde del Ginkgo con un piccolo tesoro nel mio fagotto, due uova di dinosauro. Non era un evento comune scoprire un nido incustodito, i genitori di quasi tutte le specie presidiavano le loro covate difendendole con inaudita ferocia, dal più docile degli erbivori ai terrificanti Albertosaurus, nei quali mi ero imbattuto fortunatamente una volta sola.

Nelle ultime settimane non ero riuscito a dormire bene. Le notti si facevano una dopo l’altra sempre meno buie, era comparso nel cielo un nuovo lume. Dapprima fioco e quasi indistinguibile dalle altre stelle, in seguito sempre più preponderante e mostruoso, fino a prevaricare la vecchia Luna e la maggioranza degli altri astri. Il presagio di uno sconvolgimento tanto sovrumano era in verità quel barlume di speranza che per tanti anni avevo sperato si accendesse prima o poi. Quel sole notturno, come una divinità dell’altro mondo, aveva destato dentro di me una fede prima sconosciuta. Non avevo mai creduto in nessun dio, fino a che esso non mi si era manifestato. Un fuoco nel deserto, sebbene privo di parola, a rivelarmi che il mio destino era sempre stato con me e si sarebbe presto compiuto.

Posi le uova di dinosauro a bollire nel pentolino, unica possibilità che avevo per cuocere il cibo. Il respiro della laguna al limitare della foresta, poco prima che iniziasse l’orizzonte, mi increspò la peluria del collo e mi lasciai così sedurre dal suo fresco invito alla pace. Il mio sguardo tuttavia era sempre rivolto verso sud, non avevo né tempo né attenzione per lasciarmi trastullare. Avevo collocato il mio piccolo insediamento ai margini di un mare poco profondo, su una terra che sarebbe stata modellata molti milioni di anni dopo dal lento scorrere del Mississipi. Se le teorie si fossero dimostrate esatte, l’impatto si sarebbe verificato nella penisola dello Yucatán; mi ero dunque scelto un punto d’osservazione abbastanza lontano da non venirne bruciato.

La brezza cessò all’improvviso, come se fosse stata aspirata via, le foglie ammutolirono senza più il vento a dar loro voce, una luce abbagliante congelò la foresta tramutando tutto in freddo e immobile cristallo. Avevo a portata di mano un paio di occhiali protettivi. Li indossai.

Mi slacciai l’orologio dal polso, nell’istante in cui udii l’immenso boato lo schiacciai contro il tronco per romperci dentro quel devastante secondo. Assordato dall’esplosione ed accecato dal bagliore, persi il senso dell’orientamento nello spazio e nel tempo, mi accoccolai dentro la mia tenda e attesi lì, nascosto, che la furia del disastro passasse. Mi risvegliai sotto una pioggia di cenere, in un mondo che dopo quella notte non aveva più visto sorgere il sole.

L’impatto del meteorite era avvenuto il 26 aprile, alle ore 23:31, nell’anno 65.124.816 a.C.

Impacchettai tutti i miei averi, i miei resoconti, i gusci delle uova di dinosauro e i miei ricordi, legai tutto saldamente al portapacchi della macchina del tempo. Mi sistemai al posto di guida e regolai lo specchietto retrovisore. Rimasi impressionato nel rimirare il mio volto privo di barba, sbigottito dal nuovo aspetto del me stesso di domani, impreparato a compiere quel viaggio mai pianificato. Di ritorno dall’esilio si apriva davanti a me il futuro, una vita ancora da vivere per metà.

R000 | Grave incidente lungo la Sp. 415

Quella notte di settembre, all’incirca fra le tre e le quattro, un camion bestiame trasportava dodici vacche vecchie lungo la Strada Provinciale 415. Alla guida il bravo Antonio, un giovane allevatore sulla cinquantina con la barba ispida, i capelli radi e la camicia a quadri, che fissava la strada canticchiando lontani successi degli anni ’90 e di tanto in tanto buttava l’occhio sul sedile del passeggero, dove aveva appoggiato una confezione di lattine di Red Bull, pensando a quale sarebbe stato il momento migliore per scolarsi la prima. Nel cassone del camion, una grande gabbia cosparsa di paglia per assorbire eventuali deiezioni ed altri prodotti metabolici, viaggiavano dodici vacche a fine carriera, che avendo ormai passato gli anni più produttivi della loro esistenza, erano dirette al macello dove sarebbero rientrate in qualche modo nella catena alimentare. La strada provinciale manifestava la sua presenza, esprimendosi in lente frenate ed improvvisi sobbalzi. Era meglio conosciuta con il nome di Paullese e conduceva dalle fertili pianure del Cremasco verso l’industrioso capoluogo della regione.

All’interno dell’abitacolo del camion, dai rivestimenti di tessuto lisi ed il permanente odore di stalla, l’Antonio pensava e ripensava a quanti anni aveva, li contava, sommava e divideva, cercando di scoprire il punto preciso in cui la gioventù era sfumata in qualcosa di diverso. Alla guida notturna si alternava con suo fratello, sin dal giorno in cui il loro padre, andando in pensione, aveva ceduto a loro la mandria da latte con tutte le attività annesse e connesse. Dentro di sé era anche arrabbiato con suo figlio, ma non osava ammetterlo; quella sera erano usciti di casa alla stessa ora, nel salutarsi il ragazzo gli aveva simpaticamente offerto di tenere la sua scorta di Red Bull nell’abitacolo del camion. Era il suo segreto per rimanere sveglio tutta la notte.

Dal canto loro le dodici vacche barcollavano, muggivano e defecavano, non avevano altra scelta. Si domandavano l’una con l’altra, attraverso sguardi inquieti, dove le stessero portando, nessuna però sapeva dare una risposta precisa. Stavano intraprendendo lo stesso viaggio delle loro compagne, giunte a fine carriera prima di loro, per non parlare dei vitellini nati maschi che di latte non ne avrebbero mai prodotto, dei quali nessuno era mai tornato. Poco ma sicuro, non si trattava di niente di buono e le povere signore se la stavano letteralmente facendo sotto.

Che cosa dire dell’altra grande protagonista di questa narrazione, la Strada Provinciale? Con il calar delle tenebre si accendevano i fuochi lungo i suoi margini. Si bruciavano i rifiuti per generare luce e calore, laddove essi mancavano. E dove poteva mancare la luce lungo una strada importante, anche molto trafficata? Negli angoli nascosti, avvolti dall’ombra perenne dell’animo umano. Là dove si vendeva il piacere a costo di un po’ di dolore. Una sofferenza profonda e devastante, ma marginale, che vista da fuori tutto sommato non faceva così tanto male.

Quanti sobbalzi, quanti scossoni… mai possibile che l’Antonio non riuscisse ad evitare una buca ogni tanto? Perché il dannato ente provinciale non si decideva a sistemare l’asfalto, spianare i dossi e lisciare la carreggiata? Le dodici povere vacche erano decisamente di malumore, e si lamentavano più del solito. Quando trascorri tutta la vita in una stalla sempre con lo stesso centinaio di bovine dal mantello pezzato, dopo qualche tempo si cominciano ad esaurire gli argomenti di conversazione. In principio si annusavano l’una con l’altra per conoscersi, poi si scendeva più nel dettaglio e si imparava a memoria il disegno del pelo delle compagne. Già alla fine della prima lattazione la noia era conclamata, si lamentavano in continuazione del caldo, si facevano battute sulle mani del mungitore e si contavano le mastiti a vicenda. La più acculturata fra loro, la Bartolomea, stanca di intavolare monologhi di letteratura e di cinema in una stalla dove veniva diffusa in loop sempre la solita playlist anni ’90, era la più ottimista di tutte: “Speriamo che ci portino in una stalla con la musica classica!”.

Lungo un monotono rettilineo i pensieri dell’Antonio cominciarono a galleggiare e a disperdersi. Le connessioni logiche tra gli elementi che lo circondano si scomposero e si disorganizzarono come particelle in moto browniano. Era l’inizio di un sogno. Le luci della strada si dissolsero come i fari di un teatro all’inizio dello spettacolo. L’Antonio si risvegliò di soprassalto in preda allo spavento, stava ancora guidando il camion lungo il rettilineo ma aveva leggermente sbandato e non si ricordava più niente delle ultime centinaia di metri. Allungò la mano sul sedile del passeggero e si aprì una lattina di Red Bull.

“Rimanete calme…” muggì la Piera, che delle dodici vacche era la più autorevole. “È stata soltanto una lieve sbandata per evitare una buca, sono certa che l’Antonio ha in mano la situazione. “

Un dolore improvviso al braccio sinistro, il camion sbandò di nuovo. L’Antonio sentiva il cuore gonfiarsi contro le pareti del torace, come se volesse farlo esplodere per fuggire libero. Si accorse di ciò che gli stava succedendo, e quanto un eccesso di caffeina non avesse giovato alla sua ipertensione, quando ormai era troppo tardi per voltarsi indietro. Imboccò il tunnel con la luce in fondo e cominciò a percorrerlo. Purtroppo non c’era nessuno a trattenere la sua anima sulla terra, quella notte lungo la Strada Provinciale. Il camion rimase senza controllo e cominciò a procedere lungo il rettilineo come un ubriaco, inclinandosi a destra e a sinistra.

Incapace di mantenere la retta via, il camion si diresse verso destra, sfondando con la sua mole il guard-rail che delimitava la carreggiata. A una velocità troppo folle per quel terreno accidentato si inoltrò nella campagna per alcuni metri, attraversò un campo di stoppie perdendo gradualmente velocità. le dodici vacche nel cassone del camion muggivano come dissennate, terrorizzate fino al midollo, roba da non emettere più una goccia di latte per il resto della loro vita, tanta era la paura. “Moriremo tutte!!!” Strillavano impazzite. Alla fine avvertirono un forte schianto e si ritrovarono tutte ammassate nella parte anteriore del cassone, ammaccate e contuse, chi più e chi meno, ma vive e vegete. Il camion era ora completamente fermo, incastrato fra i tronchi di due pioppi secolari sulla sponda di un fosso. Con quel flebile barlume di ragione che era loro rimasto le dodici vacche videro il portellone posteriore che si apriva, non avendo retto all’urto.

Poco lontano dal luogo dell’incidente si trovava un furgoncino, fermo e a luci spente, nascosto in una radura buia di un boschetto di robinie. Dentro al suo ventre metallico una donna stava ferma, sdraiata su un lurido materasso, con le gambe divaricate. Quattro uomini attorno a lei a turno si inginocchiavano e la violentavano alla luce di una lampada da campeggio. Lei aveva gli occhi aperti, ma le immagini che vedeva attraverso le lacrime si squagliavano come gli orologi dei quadri di Dalì.

La ragazza era molto più giovane di quanto desse a vedere, si chiamava Svetlana ed era originaria della Podlachia, un Paese lontano nello sconosciuto oriente dell’Europa. Tutte le sere faceva il turno di notte in una piazzola lungo la Strada Provinciale, poco lontano da lì. Di giorno era talmente esausta che trascorreva tutto il suo tempo a dormire in un sudicio appartamento chissà dove. Tranne quella mattina, in cui si era armata di coraggio ed aveva preso l’autobus fino a Milano, dove si trovava un’associazione che poteva fornirle assistenza.

Era ritornata al suo appartamento per radunare le sue cose e scappare, ma non era stata abbastanza veloce. Gli aguzzini che la costringevano tutte le notti a prostituirsi l’avevano presa, e ora l’avrebbero punita per il suo tradimento finché fosse stata viva.

Chissà quando sarebbe finita la sua vita? Quanto sarebbe ancora durata la punizione? Difficile a dirsi, forse fino al mattino? Forse ancora nelle notti successive? O in realtà pochi minuti. I furgoncino fu colpito da qualcosa di molto pesante, che lasciò un’impronta nella lamiera. A quell’impatto ne seguì subito un altro e poi un altro ancora. I quattro uomini si sollevarono dal materasso e si guardarono inebetiti, si ricomposero alla bene e meglio e aprirono il portellone posteriore del furgoncino. Grida terrorizzate di animali si mescolarono con i versi bestiali di quei quattro che come videro ciò che stava succedendo là fuori si precipitarono giù dal mezzo e si misero a correre come forsennati.

Svetlana giaceva priva di forze e senza speranza di rialzarsi. Forse grazie all’ultima scintilla di vita che le era rimasta sollevò la testa e le spalle, appoggiandosi ad un gomito. Con l’altra mano riuscì a strofinarsi gli occhi e a distinguere meglio la scena che la circondava. Riuscì a scorgere la campagna, che si estendeva muta oltre il portellone del furgoncino. Scura, fredda, avvolta nel vapore del suo stesso sudore. Incredula scorse in fondo al campo di stoppie le sagome di dodici vacche, che correvano libere verso il giorno seguente. Mise a fuoco il loro mantello pezzato e le loro corna tozze e sorrise. Con la speranza di riuscire a sognare di nuovo si lasciò andare sul materasso, e si addormentò.

Viaggio a Ellis Island

Il presidente Trump ha deciso la riapertura di Ellis island. Tutta la Nazione è ormai circondata da un muro invalicabile e l’unico modo per entrarvi è passare per questo luogo di controllo e di smistamento.

I pannelli descrittivi del percorso museale sono stati rimossi ed immagazzinati in qualche stanza libera, i traghetti turistici hanno cancellato l’isola dalle destinazioni; ora attraccano soltanto alla Statua della Libertà e a Staten Island. Questo edificio solenne, elegante e funzionale, per molto tempo è stato la principale porta d’accesso per gli Stati Uniti. Le grandi navi transatlantiche approdavano al porto di New York, centinaia di migliaia di migranti toccavano il molo per un tempo brevissimo, quanto bastava per essere invitati a salire – con tutta la loro stanchezza e gli eventuali bagagli – su un’altra imbarcazione diretta a Ellis Island. Tutte le procedure per l’ingresso in America si sarebbero svolte qui, sull’isola, e soltanto alla fine di una complessa trafila di controlli e accertamenti i migranti avrebbero saputo se la loro domanda d’accesso fosse stata accolta. In caso contrario sarebbero stati forzati a fare ritorno ai rispettivi porti d’origine.

Martino ha trent’anni e tanta voglia di sognare. Ma nella sua terra non è mai riuscito a sognare abbastanza forte, così ha deciso di riprovare a farlo in America. Avrebbe potuto richiedere facilmente un visto turistico, trascorrendo in un albergo i primi giorni della sua permanenza, ma al termine della sua validità la situazione sarebbe stata comunque di irregolarità. Qualcuno però gli ha detto “Stai sereno, con un passaporto italiano nessuno ti farà problemi. Il tuo passaggio da Ellis Island risulterà poco più di una passeggiata, una pura e semplice formalità.”

“Speriamo in bene” pensa Martino fra sé “La sola idea di essere respinto a Ellis Island è intollerabile.” Il ragazzo avverte una stretta allo stomaco al pensiero di ciò che lo aspetta, ma si fa forza e guarda avanti. Una pura e semplice formalità.

La donna che ha lasciato era la più bella che si fosse mai vista in giro. Portava con sé l’incanto naturale delle sue montagne e delle sue valli, i suoi occhi e la sua anima erano profondi come il mare. Nessun’altra donna aveva il suo stesso gusto straordinario nell’acconciarsi e nel vestire, e quella sua mente brillante, acuta, in alcuni momenti geniale, poteva pure sfoggiare una vasta cultura personale. Non era né di umili origini, né di buona famiglia. La nonna era un’imperatrice, il nonno un capitano di ventura. Figlia di una ballerina e di un minatore, il padre rimase prematuramente ucciso in un attentato negli anni Ottanta. La madre si risposò e rimase vedova altre due volte. Una con un consigliere comunale dalle grandi aspirazioni ma orizzonti ristretti, e poi con un ex-prete.

Umiliato sul piano dei sentimenti, Martino ha scelto l’America anche per altre ragioni. Una di queste è che nella sua città non c’è lavoro. O meglio, qualche opportunità c’è, però al di là delle barriere fisiche che ci contraddistinguono come popolo – il Mediterraneo e le Alpi – sembra che di lavoro ce ne sia di più, e meglio pagato.

Forse è proprio questo il problema, troppe frontiere unidirezionali. È molto semplice uscirne, quanto è difficile entrarvi. “Quante parole inutili scrivete voi intellettuali…” pensa Martino fra sé e sé “La verità, è che nella mia città le opportunità mancano perché la gente è talmente abituata a fregarsi l’un con l’altro, che nessuno si fida più di nessuno. E senza fiducia l’economia non riparte…”

L’economia. Se ne parla e riparla ormai, come di un vecchio motore troppo datato, che tiene in movimento il mondo. I suoi meccanismi sono così obsoleti che si muove sempre più piano e i meccanici capaci di ripararlo scarseggiano. Sapete a chi si potrebbe chiedere? Ai tanto chiacchierati Paesi in Via di Sviluppo. Agli Etiopi, agli Ivoriani, ai Cubani… Questi ultimi soprattutto, è dagli anni Sessanta che continuano a far funzionare gli stessi vecchi motori.

A bordo del battello che dall’aeroporto di Newark porta i migranti al centro di controllo e smistamento di Ellis Island, per la prima volta in vita sua gli occhi di Martino si riempiono della luce scintillante d’oro e d’argento riflessa dai grattacieli. Come sulle corde di un’altalena il bosco di cemento e cristallo che cresce sull’isola di Manhattan, lentamente si avvicina e dolcemente si allontana. I raggi del sole cambiano direzione come le luci di un faro. Il battello è stipato di sguardi stanchi. Per la maggior parte più scuri del suo.

Ne incrocia uno per caso, e vi scorge dentro il suo medesimo senso di colpa. Le sue labbra si socchiudono e dicono “Mi chiamo Abudu, arrivo dal Mozambico e anch’io ho tradito la mia donna, che è sempre stata la più bella del villaggio, ma io non ho avuto la forza di riconoscerlo e di amarla con tutto il mio cuore. La mia donna era una regina, prima di essere ridotta in schiavitù dallo straniero. Dopo molto tempo è riuscita a liberarsi, ma non si ricorda più dove ha nascosto la sua corona.”

Poco distante da loro, una donna dagli occhi scuri li sta osservando. Sta viaggiando accovacciata per terra, con la schiena appoggiata al muro. Ha steso sul pavimento un asciugamano logoro, per non impolverare il sari colorato che indossa, forse il più bello che abbia mai posseduto. Ha lunghissimi capelli neri raccolti dietro la nuca e un anello d’argento al naso. Il suo sguardo pare distante, fisso altrove, smarrito nell’attesa di una destinazione ancora lontana nel tempo.

Di tanto in tanto guarda i due uomini e prova la forte tentazione ad odiarli, il suo buon senso però la ferma dal precipitare nella voragine del rancore. Chiunque siano quei due migranti, stanno viaggiando sulla sua stessa barca. Anche se la violenza che li ha spinti a partire è diversa, la destinazione è identica per tutti.

“Volete sapere perché vado anch’io a Ellis Island? A differenza di voi, signori miei, io sono stata tradita. E siccome il mondo è bello, vario e assai ingiusto, provo la vostra stessa vergogna e sono schiacciata da quella medesima colpa, così pesante, che non mi è rimasto altro che partire.” Anisha pensa che i suoi compagni di viaggio siano come tutti gli altri maschi, irrimediabilmente insicuri di fronte a un mondo che sta cambiando più veloce che mai, sfuggendo loro di mano.

Ma poi, in fin dei conti, come può Anisha avercela con questi giovani spaventati, dagli occhi vuoti, sbarrati, che non vedono da nessuna parte un orizzonte? Anisha accusa le loro madri, altre donne che si sono preoccupate soltanto di tirare su figli a immagine e somiglianza dei loro padri. Hanno insegnato loro ad essere maschi in un mondo già governato da loro. Hanno cresciuto dei principi, non hanno nutrito dei re. Non hanno insegnato loro ad essere uomini, e ancor peggio, non li hanno educati ad amare.

La Statua della Libertà, dietro le finestre di Ellis Island

Al termine di un’attesa fuori dal tempo, ma dentro lo spazio, Martino e i suoi compagni di viaggio mettono piede sul molo di Ellis Island. Il primo colpo d’occhio di quel luogo a lungo immaginato – quella mitica dogana, Check-point Charlie del più attuale dei muri – sono le guardie, armate. Non mostrano atteggiamento aggressivo, ma continuano ininterrottamente a fissarli, uno per uno. Tengono i mitra a riposo, ma non mollano mai la presa.

Il portone d’ingresso introduce nella grande sala dei bagagli, dove i migranti accatastano le loro masserizie. Depositano qui ciò che hanno, per consentirne il controllo da parte delle autorità, e proseguono lungo i corridoi dell’edificio, verso l’espletamento delle successive formalità. Ritireranno le loro cose al termine del percorso. Martino osserva le guardie prendere in custodia le sue valigie. Dentro di lui si attiva quell’istinto innato che porta a non fidarsi mai dello straniero che si occupa delle tue cose.

E già lì, nell’anticamera dell’America, risuonano le voci:

Last night as I lay dreamin’ of pleasant days gone by/ Me mind been bent on rambling to Ireland I did fly/ I stepped on board a vision and I followed it with a will/ When at last I came to anchor at the cross of Spancil Hill

La sala successiva è enorme, immensa, smisurata, ma serve all’America per presentarsi. Sul vasto pavimento giacciono allineate decine di panche di legno, dove i migranti possono sedersi in attesa del loro turno per entrare nel continente. Favolose vetrate circondano quello spazio. New York è lì, al di là delle finestre a portata di sguardo. La Statua della Libertà si erge fiera e chiama a sé i dispersi, gli spiantati e i sognatori. Dopo alcune ore di attesa anche Martino può mostrare il suo passaporto al funzionario dietro il banco. Le sue carte sono in regola, può passare.

Forse è troppo presto per tirare un sospiro di sollievo, mancano ancora alcuni controlli. Il cuore di Martino sta pompando al massimo della sua capacità, è una macchina a tutta potenza. Il capitano, nel suo cervello, è alla resa dei conti, si sta giocando tutto e per tutto, non avendo altra rotta alternativa a quella che si dirige verso l’America. La fila dei migranti cammina lenta verso una stanza, dove va incontro alle visite mediche. Il Governo degli Stati Uniti ha redatto una lista di patologie che, se riscontrate nel migrante, comportano la sua espulsione dal territorio. Nelle ore successive Martino va incontro ad un prelievo di sangue (il più doloroso mai affrontato), a un tampone faringeo, un’ispezione inguinale, un esame della vista e dell’udito, il controllo dei capelli, della pelle, delle unghie delle mani e dei piedi.

Martino si sente bene, scoppia di salute e procede verso i test cognitivi. Ebbene sì, l’attuale amministrazione guidata da Donald Trump ha leggermente rivisto le pratiche utilizzate per molti anni qui ad Ellis Island per valutare l’intelligenza dei migranti, la loro attitudine al lavoro e l’eventuale presenza di disabilità mentali – aggiornandole. Si fa ormai ampio uso del computer. Si valuta la capacità di utilizzare un dispositivo informatico, di risolvere semplici quesiti logici e la conoscenza dell’inglese. Ad alcune carenze culturali si può porre rimedio, purché il caso non sia troppo grave, altrimenti sarebbe troppo oneroso per lo Stato. Se si riscontrano deficienze cognitive non se ne parla, meglio non accollarsi ulteriori problemi. Sarebbe un disastro elettorale.

Sostenute tutte le prove Martino si siede e aspetta l’esito. Ha paura, ma mai quanta ne hanno le famiglie che viaggiano insieme a lui. Se uno dei componenti non dovesse risultare idoneo gli sarebbe negato l’accesso al Paese, e caricato sul primo aereo di ritorno alla destinazione d’origine. Stanno già cominciando a circolare statistiche sul numero di famiglie separate a Ellis Island.

La Statua della Libertà si erge fiera e chiama a sé i dispersi, gli spiantati e i sognatori

“Sartori Martino” si sente chiamare dall’altoparlante, con le R schiacciate dall’accento inglese. Il ragazzo si alza e cammina verso il banco dove ritirerà l’esito degli esami e dei test sostenuti. Cammina a fatica, come se trascinasse le sue gambe in una pozza di fango. Alla sua sinistra scorre in senso contrario la fila di coloro che hanno già ritirato il referto, e volano leggeri verso l’America.

“Una pura e semplice formalità”, ripete Martino dentro di sé mentre scorre rapidamente il referto. Negativo, negativo, negativo… Il cuore si ghiaccia e il calore lo abbandona, quando legge “Positivo” a metà di una pagina. la scienza perfetta con cui è stato progettato il nostro organismo nemmeno gli consente di morire lì, sul colpo, nonostante lo desideri tanto. Nel suo sangue sono stati ritrovati gli anticorpi che indicano la presenza del virus HIV, e il suo viaggio finisce lì.

Ballata Bulgara

Musiche balcaniche, città che sono state luogo di celebri battaglie della storia antica sotto nomi diversi, la provincia della Tracia e il suo oro. Patto di Varsavia, maggioranza bulgara, danzatori, badanti, gioielli. L’aereo della WizzAir – ali che volano verso est, toccando destinazioni impronunciabili che fino a ieri dormivano sconosciute dietro la cortina – atterra a Sofia, la capitale della Bulgaria, sorvolando un paesaggio invernale freddo e nudo, cosparso di tronchi d’alberi spogli dello stesso colore delle ciminiere.

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“L’arte socialista…” racconta la guida “Cubi, triangoli.” E qui si ferma. Nel caso desiderassimo imparare qualcosa in più, lo leggeremo più tardi. Oggi, dopo venticinque anni senza Cortina di Ferro, un’agenzia turistica organizza tour della città di Sofia, che in un’ora passa davanti ai principali monumenti di quell’epoca lontana.

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Alla sua ascesa al potere, l’imperatore Costantino il Grande, che riunificò l’impero ed emanò l’editto di tolleranza che pose fine alla persecuzione dei Cristiani, si trovò di fronte all’annosa questione di dove collocare la sua capitale. Si trovò profondamente indeciso tra la città greca di Bisanzio, e un’altra località nel centro dei Balcani, a lui tanto cara… Nel 2010 gli scavi per la realizzazione della moderna metropolitana di Sofia, portarono alla luce i resti dell’antica città di Serdica… che per un soffio non diventò capitale dell’Impero Romano.

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La dominazione Ottomana in Bulgaria durò cinque secoli. La lingua bulgara, di ceppo slavo, fu proibita, e questa cultura, insieme alla religione Ortodossa, si ritirò in montagna chiusa all’interno di remoti monasteri, in attesa della sospirata Indipendenza.

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Imbocchiamo una stretta valle boscosa, addentrandoci all’interno del massiccio del Monte Rila. Appena dopo una svolta impervia, per magia comincia a nevicare, e compare il Monastero.

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E più la neve cade, più si infittisce il silenzio.

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Sulla cima della collina che domina la città di Plovdiv sono rimasti i resti di Eumolpias, una delle varie capitali dei Traci. Si dice che sia la città più antica d’Europa.

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I Macedoni le diedero il nome di Filippopoli, i Romani la ribattezzarono Trimontium.

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I Turchi la chiamavano Filibé.

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Per non pensare agli invasori, i Bulgari le hanno dato tutti i colori dei loro sogni.

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Sporgendosi da ciò che resta delle mura di Eumolpias ecco comparire le periferie, grigie, squadrate, diseredate ed espropriate di qualsiasi identità. Saremo anche in un Paese rimasto per tanto tempo ai margini, ma questi condomini anonimi, quanto somigliano a quelli che circondano le città italiane, francesi, o tedesche! Affacciandosi dai preziosi centri storici di questo continente vecchio e stanco, emerge tutta la marginalità che ci portiamo sia dentro che fuori, che è la cosa che davvero abbiamo in comune: il cammino da percorrere insieme per entrarci, una buona volta, in Europa.

La Regina Suicida

La mente di un matematico è in perenne navigazione, non si occupa di nient’altro che non sia il suo veleggiare in un oceano cosparso di stranezze, senza mai vedere un porto. Egli non riesce mai a raccapezzarsi, non ricorda mai le strade sulle quali sta passeggiando, non riconosce mai un luogo, ma sa sempre in ogni momento la posizione della sua immaginazione. Ora osserva i palazzi che si affacciano sulle vie, e si convince che nel cosmo l’ordine regni sovrano. Ora attraversa la folla pettegola e operosa del mercato, e non può fare a meno di ricredersi, fantasticando di miliardi di mondi governati dal caos.

Le sue passeggiate si trasformano sempre in viaggi meravigliosi, la città sparisce da davanti ai suoi occhi, che sembrano così montati al contrario. Essi non guardano di fronte a loro, ma fissano il contenuto del cranio, dove l’ambiente risulta infinite volte più interessante. Là dove per logica è possibile capovolgere la realtà, non ha molta importanza se il cielo e la terra s’invertono. È fantastico realizzare quanto sia di poco conto saper distinguere l’alto dal basso, se paragonato all’illimitatezza dell’insieme dei numeri.

Il matematico crede che non vi sia nulla di più importante della ricerca dell’infinito, così essenziale che trascura alle volte di ricordare qualche tabellina. Egli è un matematico: possiede gli strumenti per aprire il cuore dell’Universo, conosce il linguaggio della perfezione, comprende i meccanismi di fenomeni a cui, personalmente, non ha mai nemmeno assistito. Il matematico esiste in assenza di materia. Nel suo illimitato spazio non esistono vincoli al suo perpetuo inseguimento di un concetto, il quale ad ogni deduzione diventa ogni volta più grande e più lontano.

Egli nacque già matematico, da un felice matrimonio, monetariamente assai ben ponderato. Una di quelle belle unioni da cui con facilità si origina una prole creativa. Il padre di una famiglia tanto prospera era il generale Grand, al quale, dopo aver servito lealmente l’imperatore dei francesi nelle sue guerre di conquista, era stato concesso il congedo per convogliare a nozze con una bella dama della buona società milanese.

Presto Alessandro Grand vide i natali, con i migliori auguri e congratulazioni per la lieta notizia giunti direttamente da Parigi. Echi di una guerra lontana, spari di fucili e odore di polvere da sparo portati dal vento, erano fermati dalle montagne, lasciando la pianura intenta nel suo solito sventolarsi accaldata in estate, ed addormentarsi sotto la nebbia in autunno. In un istante così breve da sembrare il trucco di un mago, nient’altro che il tempo di porre una firma in fondo ad una pagina, Milano si ritrovò austro-ungarica. La signora Grand prese Alessandro tra le braccia, per consolarlo di qualcosa che ad egli era ignoto, mentre ella percepiva con intimo dolore. Gli raccontò la storia di suo padre, il generale Grand, che sarebbe presto partito con i suoi soldati verso una terra lontanissima, in un regno sperduto da qualche parte, in Asia, dove il suo eroismo ed il suo coraggio erano necessari per contrastare un crudele tiranno. Questi aveva il potere di dominare le forze della natura ed ammaestrare terribili creature per tenere sotto il suo giogo la popolazione di quei luoghi. Con il padre lontano, essi sarebbero restati a Milano presso la famiglia materna.

‘Quali terribili creature?’ si chiese il giovane Alessandro. Quel giorno il bambino partì con il padre verso mondi incantati. Senza mettere più piede a terra scelse il mestiere del matematico.

Al Teatro Piermarini è in scena il Flauto Magico, di Wolfgang Amadeus Mozart. Il signor Alessandro Grand non mancherà alla sua rappresentazione, giacché per nulla al mondo si perderebbe l’opportunità di godere della sublime bellezza della musica dell’imperituro maestro. In questo secolo si può ancora dire che laddove c’è musica c’è anche uno strumento. Soltanto fra molti decenni si potrà trasportare la musica lontano dal suo esecutore, ma il signor Grand vuole anticipare i tempi. Egli gode del dono di portar le melodie a spasso dentro i suoi pensieri. La sua immaginazione è tanto potente da saper far rivivere l’intera Orchestra Filarmonica della Scala in ogni luogo questi si trovi.

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Senza accorgersene, il signor Grand ha iniziato ad intonare fischiettando un’aria dal Flauto Magico. Le sue labbra si stringono attorno al suo respiro rendendolo stridulo, ma melodico. È come se riuscisse a sentire ogni strumento fare il proprio ingresso nell’esatto istante a cui l’autore l’ha destinato.

Per diventar un gran personaggio, famoso e osannato, sempre in vista ed alla ribalta, è necessario possedere un cappello a cilindro. Attraversa la piazza un ragazzo con il volto gioviale, probabilmente nuovo in città. Prima ancora che il suo talento sia riconosciuto e applaudito dal mondo intero, ha già provveduto a farsi confezionare un bel vestito borghese, rosicchiando da quei pochi soldi di cui dispone, ed ha speso il suo ultimo salasso in un cappello con la fodera di raso, nero e a cilindro. È stato rimesso in sesto dalla portiera dello stabile dove abita, ed è sfoggiato come una corona.

Appoggiandosi al pomo del suo bastone si pavoneggia agli occhi delle belle fanciulle che si dilettano nel passeggiargli attorno. La maggior parte dei suoi occhi, però, è per il teatro, quel maestoso edificio pubblico che ammaestra gli altri palazzi con il suo volto severo e inflessibile. Il giovane vede le sue colonne come costole, che sostengono un architrave che non è altro che il suo cuore, su cui si dispongono tutti i suoi sogni. Questi sono numerosi e multiformi come le figure che adornano il timpano della facciata. Raccontano del futuro, di come il loro sognatore desidera siano plasmati gli eventi dalle mani del tempo.

Tra quelle figure scorge se stesso salire sul palco della Scala, dapprima con passo lento e solenne, poi più incalzato dall’emozione, per essere travolto infine da piogge di applausi, fiori e baci dalla platea, dal loggione e dall’intera orchestra. Tutti ringraziano il suo genio per le magnifiche sensazioni ed il superbo crescendo di emozioni che ha regalato loro. Magicamente i cartelloni iniziano a mutare. Le lettere sulla carta rompono i ranghi, si liberano dal giogo che le tiene allineate e prendono a danzare sulle note di un’aria che il giovane ha già in mente, ed un giorno non lontano sarà celebre. Il nome del compositore austriaco, tanto compianto ora che è defunto, si sgretola sotto i colpi di una fantasia impetuosa, pronta come un’armata a marciare in direzione della gloria, abbattendo ogni ostacolo. Si può vedere ora il nome del ragazzo, in cui si agita tanto entusiasmo di conquistare la vetta della celebrità grazie alla forza delle proprie passioni. Quando tutto questo accadrà, si spera che sarà la bandiera del Regno d’Italia a sventolare sopra il maestoso ingresso del teatro.

Ad ingrandire i suoi sogni gli arriva all’orecchio il sottile fischiettare di Alessandro Grand, che sta proseguendo le sue speculazioni davanti al portico tramite il quale si accede al Teatro della Scala, sovrastato dalla balaustra della grande balconata. Il motivetto mozartiano aguzza i suoi viaggi onirici, fino ad un tempo non lontano, quando i milanesi passeggeranno per le strade fischiettando solo le sue arie, che diventeranno così celebri da scavalcare le Alpi, portando il romanticismo dei giovani ideali di un artista ovunque esiste un teatro.

Silenzioso come l’invenzione di un sognatore, un viso candido si sporge dalla balconata. Appoggia le sue mani leggere sul granito della balaustra lasciandosi irradiare dalla luce laminare di un mattino d’inverno. Anche il sole si sporge tristemente attraverso una finestra ricavata nel tetto di nubi che ricopre la città nei suoi mesi più malinconici. Ha il mento sollevato, dal portamento regale, esposto in avanti come per rompere l’aria. Avanza con il petto e le spalle, scopre il collo al mondo, per sorprenderlo con il suo inaudito coraggio. La sua forza è non temere quale sarà la direzione del vento.

Si mostra in tutto il suo essere, lo sguardo dei passanti non deve tralasciarne nessun aspetto. Non si è mai vista a Milano una simile messa in mostra di ciò che si è e si ha, da parte di nessuno, tanto che si crede che in città sia arrivata nientemeno che la Regina, forse la sola dotata di un simile ardire.

Come una regina si concede al pianto, impedendo che una sola lacrima sia trattenuta. Allarga le braccia liberandosi di ogni riguardo, prendendosi così tutto lo spazio di cui abbisogna per espandersi in tutta la sua grandezza. Apre la bocca, affinché nulla possa essere fermato dalle sue labbra. Si solleva sulla punta dei piedi, perché non importa se gli altri si lamentano che qualcuno si dimena per poter vedere più in là di quanto essi si azzardino a guardare. La presunta regina si espone alla piazza, così che tutti possano ammirare lo sfarzo del suo vestito, senza ignorare come è fatto l’essere umano che lo indossa.

I suoi occhi sono chiusi, le sue ciglia riposano come le ali di una farfalla che ha terminato il suo volo, o forse sta per iniziarlo. Tanto già conosce il paesaggio che si estende oltre le sue palpebre, e non ha bisogno di rammentarlo. Vuole soltanto essere protagonista di quel paesaggio, come può esserlo una fragorosa cascata, la cui corsa è tanto potente, che la sua bellezza può essere gridata con rumore, senza riguardo, udita anche molto lontano, e che nessun uomo oserebbe giudicare. Dalla loro sede, accolti nelle loro orbite, osservano un orizzonte rapito e nascosto in una fossa in mezzo alle campagne, forse con una richiesta di riscatto in cambio della sua restituzione. Vedono i cuori della gente appesi a dei fili, come marionette, ma non importa chi sia il manovratore.

Ha provato ad assurgere al ruolo della fata che li avrebbe incantati e liberati da quei fili che li trattengono, pesanti come catene. Tutto inutile, sembra che siano soddisfatti tutti quegli altri del loro essere burattini, malgrado la regina non sappia spiegarselo.

Allora alza una gamba, portandola al di sopra del parapetto di pietra che separa dalla piazza. La superficie scabra graffia la sua pelle, e qualche goccia del suo sangue rimane sul luogo, che più della sua stessa volontà ha deciso il suo suicidio. Il giovane con quel vecchio cappello a cilindro, quello che sogna di diventare il più grande compositore del suo tempo osserva la scena e richiama tutti i concetti e le idee che ha in testa per recuperare quello migliore, che gli permetterà di compiere l’azione giusta, ma nel frattempo la regina si è alzata in piedi sul parapetto e passeggia senza vergogna, concedendo al vento di accarezzar le sue gambe. Questo è il giorno in cui il suo sogno è finito, e il destino ha decretato che un’alba così infausta, da interrompere l’immaginazione dei suoi desideri, debba essere l’ultima.

Avvalendosi del suo diritto regale dà ordine alle gambe di smettere di sorreggere tutto il resto, lasciando questo compito soltanto al vento. L’aria l’accoglie tra le sue braccia, e comincia quel fragile istante di felicità assoluta, che segna il distacco dei suoi vincoli dal mezzo materiale sul quale si è originato tutto.

Alessandro Grand nota appena che si è formata un’ombra sul lastricato ai suoi piedi. La strada non è affatto interessante, e stabilisce di alzare gli occhi al cielo, dove è certo di riscontrare maggiore soddisfazione. L’aria, però, è solcata da un lungo vestito candido che ondeggia come le ali di un angelo. Oppone le sue braccia al sole con la convinzione che scintillino più dei suoi raggi. L’uomo socchiude la bocca, rapito dalla breve immagine di un corpo che pretende di essere considerato per un istante, frapponendosi tra il mondo e la sua fonte di vita.

Senza annunciarsi, la regina finisce il suo salto liberatorio tra le braccia di Alessandro Grand, che proprio in quel momento stava passeggiando sotto la balconata del Teatro della Scala, come sempre ignaro di ciò che gli accade intorno. Questi cerca di restare in piedi, ma è inevitabilmente sopraffatto, travolto, sbatacchiato, ma perché? Egli non lo desiderava, non l’aveva previsto, non se lo aspettava. Conduceva un’esistenza tranquilla, fino a questo momento, quando per la prima volta fa il suo incontro con la terra.

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Prima di ora non gli è importato molto della sua esistenza. Cadendo riceve un colpo abbastanza forte alla schiena, oltre a ferirsi le punte dei gomiti, sfregare le braccia e le gambe contro la pavimentazione della piazza, ed infine sentire tutto un carico sullo stomaco, come se gli fosse assestato un bel pugno nella pancia. In principio la sua testa è invasa dal dolore, la voce del suo corpo che urla nel cervello richiamando su di sé tutta l’attenzione, ed è impossibile provare a non ascoltarla, è un grido intenso e persistente, fino ad essere assordante. E poi ecco comparire il sangue, quando le sue ferite stanno urlando così forte da scoppiare in pianto, e profondere le loro rosse lacrime.

‘Quello è il fluido che tiene in piedi la tua carne, caro ragazzo. Sentiti fortunato ad averlo, significa che sei vivo.’ La regina pronuncia queste parole dimenticandosi di spostarsi dal ventre del malcapitato che ha attutito la sua caduta. Il suo suicidio per quel giorno è sfumato, ma per il momento anche la disperazione che ha condotto il suo cervello a concepire un così insano intento. Non può negare di aver trovato divertimento nel recente volo, in minima parte, e sembra che come esperienza sia stata sufficiente a restituire un poco di voglia di vivere. Probabilmente in quel breve istante trascorso a mezz’aria ha visto molto di più di quanto non si veda normalmente con i piedi per terra. Di solito quando si è in dirittura d’arrivo durante una risolutiva caduta verso il suolo la fine è praticamente inesorabile. Oggi la regina, grazie alla provvidenziale ed inconsapevole presenza di Alessandro Grand, ha avuto la concessione a ripensarci prima di ripetere simili tentativi.

Appena ha realizzato di essere ancora in vita ha subito desiderato assicurarsi sulla salute del suo salvatore, temendo di dover addossarsi la responsabilità di una tragedia solo per quel suo attimo di follia. Invece ecco il volto di Alessandro Grand sbiancare mentre constata le varie ferite che si è procurato, e ciò è un elemento sufficiente a dichiarare il passante travolto dalla sua furia suicida sano e salvo.

‘Mi creda, non sa quanto sono spiacente per l’accaduto, mi dica che va tutto bene, o questo brutto affare si aggiungerà alla lunga lista di elementi che compongono la mia innata fragilità interiore, ed avrò le ragioni per compiere altri di questi tentativi. La prossima volta le assicuro che farò più attenzione e sceglierò un precipizio dove nessuno stia passeggiando, e… non finirò mai di scusarmi per l’accaduto.’ La voce della regina sembra compiere due passi di danza prima di uscire dalla sua gola. Alla fine di questo lieve roteare risulta bassa e profonda, certamente la voce che non ci si aspetterebbe da una regina. Il suo lungo e sfarzoso vestito, lacerandosi in alcuni punti lascia intravedere fasci di solidi muscoli, che inevitabilmente pesano sull’esile pancia di Alessandro Grand, ancora stordito da quel primo contatto con la terra.

È difficile che la terra riesca a mantenere qualche segreto, perché le mani la possono toccare. Il braccio della regina è incredibilmente massiccio, e le tracce lasciate da una folta peluria pizzicano le dita. I suoi occhi si nascondono dietro una circostanziale vergogna, aspettano un epilogo già conosciuto, e le mani toccano il loro stesso corpo come se fossa l’ultima volta.

‘È forse un delitto,’ mormora dal profondo dei suoi bronchi baritonali, ‘per un uomo desiderare più di ogni altra cosa interpretare la parte della Regina della Notte nel Flauto Magico? I sogni ti scelgono secondo il loro piacere, e nella loro ingenuità non badano alla materia di cui si è fatti. Il mio cuore, la mia carne, sono fatti con la terra: un artigiano ha modellato questo vaso, che ben serra nel buio del suo ventre, la mia anima ed il mio fiato. La terra è una materia senza voce e senza udito, ben conosce, perché li tocca, il male, il bene e l’infinito, ma per spargere menzogne non ha sguardi e non ha bocca. La terra si presenta con il suo vero nome, appare solo come se stessa attraverso ogni sensazione, ma solo quando ogni vergogna è soppressa.’

Alessandro Grand sente all’improvviso una nube di voci addensarsi alle sue spalle. Con un inusuale senso della realtà da parte sua, appena acquisito con il recente incontro, comincia a ragionare sulla bizzarra situazione in cui si trova. È impossibile che un suicidio non susciti l’interesse smanioso di tutta quella gente che in un particolare istante si ritrova ad attraversare una frequentata piazza del centro di Milano. Presto tutti quegli sbigottiti passanti giungeranno lì, nei pressi del luogo ove il fatto è avvenuto, e gareggeranno su chi sarà il più sollecito nel prestare soccorso. In men che non si dica tenteranno di sollevare i loro corpi da terra, abbracciandoli, e tutta la verità potrà fiorire in un rosario di espressioni diverse, ma animate dello stesso timore, generato dalla sorpresa.

Il giovane matematico, non senza stupirsi della propria prontezza, afferra alcuni lembi del vestito della regina e cerca di avvolgerli alla bene e meglio attorno alle sue braccia ed alle sue gambe che sono rimasti scoperti. Vuole coprire ogni indizio dell’identità della regina suicida, per compassione, per un irrazionale senso d’affetto, forse solo per istinto, o magari per solidarietà con un potenziale bersaglio del malcontento popolare.

‘Ti prego, quando la gente ci avrà circondati, non parlare!’ disse alla regina Alessandro Grand ‘Nasconditi nelle pieghe del tuo vestito, cerca di coprire il viso, fingi uno svenimento!’

E così la piazza arrivò a portare le proprie cure a quelle povere vittime di una simile disgrazia. Giunge una donna semplicemente vestita, ordinata nelle poche cose con cui si copre, con un ampio grembiule, tuttavia, spennellato con i colori persistenti del suo lavoro. È intenta a urlare in mezzo alla piazza quanto i suoi prodotti siano i migliori mai visti in città. Spinge un carretto in cui sprofonda un cumulo di tronchetti di legna secca, pronta da ardere, una merce tra le più richieste in questo periodo dell’anno. Ai lati sono appese corone d’aglio, alcuni peperoncini rossi e qualche fila di salami. È una villana, e porta i profumi della campagna, ma solo quelli più gradevoli ai preziosi olfatti milanesi, i quali non devono essere turbati dai miasmi peggiori che si possono diffondere per i campi, o non sarebbero più buoni clienti.

Come si avvicina constata che si tratta di un gentiluomo con le ginocchia sbucciate, al massimo qualche frattura, sul cui viso si legge chiaramente la costernazione per essersi piegato così in basso fino a poter palpeggiare la pelle ruvida e poco gentile della terra. La donna svenuta sulle sue gambe respira con regolarità, senza dare segni di sofferenza. Deve fare proprio male vedere la terra così da vicino per un damerino come quello. La terra è sempre stata molto bassa per la gente che non raccoglie il proprio pane, il quale viene loro servito su tavole apparecchiate, ad un’altezza sufficiente a ridurre al minimo la fatica.

La villana, la terra, l’armento, averne uno è già una fortuna. Buono il raccolto, il padrùn è contento, nei suoi occhi di vetro nessuno digiuna. Bacia la mano di chi dà lavoro con le sue labbra sporche di terra. Si allaccia le scarpe per proprio decoro, giù là nei campi la zappa poi afferra. Sorte cattiva o divino disegno, fino alla morte è nata villana. La terra fornisce alla vita sostegno, volendo in cambio fatica umana. La terra è tenace e non le appartiene, per domandarle del pane si china, sperando che il frutto delle sue pene venga su, stando alla terra vicina. I figli non sono che pance vuote; solo la terra sa quanti vedranno le nevi lontane, ad alte quote, ed i giorni corti del nuovo anno.

Poiché la terra è una compagna silenziosa, la villana non è abituata a far uso di parole per comunicare l’amore. Ogni sentimento spunta in lei spontaneo, puro ed inconfondibile con altra sensazione. La donna con gran fatica riesce a nascondere quanto trovi detestabili i cittadini ed i loro assurdi comportamenti. D’altronde essi vivono in palazzi molto alti, così lontani dal suolo, che dai loro ragionamenti risulta evidente quanto i loro pensieri siano influenzati dai venti che soffiano più intensi a quelle altezze. Questi due cittadini, però, sembrano tanto sofferenti per l’accidente che è loro capitato, che la villana non riesce a trattenersi dal provare nei loro confronti chiara e semplice compassione, fino a tralasciare l’attività che stava svolgendo per inginocchiarsi accanto ad essi per portare, se non un aiuto concreto, almeno conforto.

Attorno al luogo dell’incidente si sta formano un folto gruppo di persone, tutte curiose in vario modo di scoprire quale razza d’evento abbia sconvolto fino ad un simil punto il tranquillo procedere delle loro abitudini. Tra questi si fa largo il giovane col cilindro, che preso dal suo fantasticare ha assistito proprio a tutta la scena, fin dal suo principio.

Questi domanda a gran voce se va tutto bene, se ci sono feriti, o peggio! Se qualcuno non è sopravvissuto, accidenti, al brutto scontro che è avvenuto. La villana lo studia attentamente, e scuote impercettibilmente la testa, credendo già un poco matto il nuovo arrivato.

L’aspirante musicista si dirige verso un ufficiale dell’esercito, anch’egli accorso a constatare la gravità del fatto, e con l’intento preciso di risolvere la situazione, in virtù della carica che riveste.

‘Signor ufficiale! Ho assistito a tutta la scena, dall’inizio alla fine, desidero essere d’aiuto per questi due poveri malcapitati, mi dica se c’è qualcosa che posso fare, ed eseguirò con gioia!’

L’ufficiale squadra il ragazzo con un già riscontrato sguardo interrogativo, e con il suo inconfondibile accento austriaco gli si rivolge nei seguenti toni:

‘La prego, cittadino, la situazione non è grave, mi lasci svolgere il mio mestiere in santa pace.’

‘Perbacco, non riesco proprio a starmene qui con le mani in mano, sento un civico bisogno di essere d’aiuto ai miei connazionali!’

‘Cittadino, voi state intralciando il mio lavoro, ditemi il vostro nome!’

Il ragazzo gonfia il petto per l’offesa, si caccia all’indietro la sciarpetta di seta con una mano, e con l’altra si aggiusta il cilindro sulla testa, ben sapendo di dover contenere le proprie emozioni nel rivolgersi ad un ufficiale dell’esercito austro-ungarico. Così risponde:

‘Mi chiamo Giuseppe Verdi, signore.’

‘Vi ringrazio, signor Verdi, voi siete senza dubbio un cittadino esemplare, che siate d’esempio a tutti gli altri. Ora lasciatemi svolgere il mio compito.’

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La villana sente di essersi divertita nell’osservare il dialogo tra i due uomini, e non riesce a trattenersi dall’emettere un risolino malizioso. ‘E chi sarà mai questo Giuseppe Verdi? E chi si crede di essere, vestito in un modo così ridicolo, che si vede lontano mille miglia che è un altro spiantato della provincia che è arrivato in città in cerca di successo. Avrà anch’egli la sua buona dose di sfortuna.

Giuseppe Verdi, accortosi dell’impudenza della donna, pensa: ‘Villica meschina, ignora il bel pensare, l’invidia la rovina, e non sa giudicare. Dal mio punto di vista non v’è maggior onore, in quest’Italia trista, che far l’agricoltore. La terra è un ideale, un sogno smisurato; che il mio suolo natale sia un giorno liberato! Della mia terra sono figlio, vederla saccheggiata è come nascere in esilio da una donna abbandonata. Tu, solo amor sincero, sei terra, madre schiava, in pugno allo straniero che il tuo petto ricco scava. L’amor che mi denota, tra tante facce arrese, fa di me un patriota per questo bel Paese. Nel lodarti stringo i denti, Paese mio natìo: che mai non si presenti il momento dell’addio!’

L’ufficiale Von Herzen comincia a sbraitare ordini ed a governare la folla con ampi movimenti delle sue lunghe braccia. Nel suo cuore, che trotta a passo di marcia sotto la sua divisa, non si è ancora abituato a non essere ben accetto dalle persone che lo circondano, come desidera invece il suo animo fondamentalmente cordiale. A Milano il suo disagio è fortemente accentuato dalla generale antipatia che i cittadini manifestano nei confronti degli austriaci. Von Herzen, bonario di natura, in una situazione di tal genere non riesce proprio a trovarsi a suo agio, tanto che come uno specchio tende a riflettere tutto il disprezzo che gli viene rivolto.

Finisce così che l’ufficiale dell’esercito occupante odia coloro che lo odiano, e nei loro confronti si dimostra brutale, lunatico ed arrogante. Il personaggio che più di tutti non riesce a sopportare è proprio quel giovane che si fa chiamare Giuseppe Verdi con tanta spavalderia. Come tutti gli italiani andrebbe seriamente messo in riga, coercizzato, fino a quando ogni traccia della sua spavalderia non risulti estinta, cancellata, spazzata via.

Tutti questi patrioti, così entusiasti del loro essere borghesi, sufficientemente arricchiti per poter elaborare discorsi romantici e complessi. Che bell’età la loro! Agli occhi dell’ufficiale Von Herzen si tratta nient’altro che dell’ultimo ritrovato del bel mondo, attenti alla cultura, alla scienza ed alla politica, perché ormai è di moda preoccuparsi di come vanno le cose. L’unico loro pensiero è l’apparire meno provinciali possibile, dopo essere cresciuti per vent’anni nelle loro ville sontuose, fuori città.

‘Credono che la loro terra si trovi sopra le loro teste, invece che sotto i loro piedi!’ rimugina l’ufficiale Von Herzen ‘La terra è un oggetto e si può quantificare, con estimo diretto è un bene da acquistare. Ma c’è chi si accanisce a non ceder la sua terra, e lo Stato stabilisce di dichiarargli guerra! Accade che oggigiorno la terra non sia molta, ed ai popoli d’attorno bisogna che sia tolta. Lo sancisce una legge, assai più conveniente al sovran che regge la nazione più potente. Ed io, se avrò valore, combattendo questa battaglia, lo stesso mio signore mi donerà una medaglia. Come voialtri anch’io dalla terra traggo vita, perché, pregando Iddìo, la mia famiglia sia nutrita. Qual è la differenza, se sei un lavoratore, che vuol l’indipendenza, o sta con l’oppressore?’

Ad un certo punto la regina riapre gli occhi, riscoprendo il puro piacere di contemplare il cielo standosene sdraiati per terra. Da questo punto d’osservazione ci si sente l’unico personaggio rinchiuso entro una cupola di vetro. I visi curiosi dei passanti sono confinati al di fuori del suo campo visivo, e la regina richiuderebbe gli occhi, piuttosto che lasciarli entrare nel suo fragile stato di assoluto benessere.

Allora china la testa, concentrandosi solo sulle punte dei suoi piedi, e cerca con i gomiti di liberare il povero Alessandro Grand dal suo peso. Cerca di alzarsi, e molti si impegnano e si adoperano per essere d’aiuto. Non allontana mai gli occhi dalla terra, è troppo pericoloso offrirli al mondo, ora.

La regina sa che, essendo la terra la materia di cui si costituisce, non potrà mai nascondere il suo vero modo di essere, ma ci prova ugualmente, così che possa salvarsi almeno in questa circostanza. Ora è in piedi, ed ha molta fretta di andarsene. Vorrebbe ringraziare Alessandro Grand, perché oggi è l’unico amico che ha al mondo. Pur di non tradirsi tiene gli occhi a terra, e facendosi largo tra la folla se ne va.

Guardando quel vestito sontuoso svolazzare via lentamente per le strade della città Alessandro Grand sa di vedere la terra. Guardando la regina si sa esattamente che cosa si sta vedendo, gli appare chiara e limpida l’identità di tutte le cose, ovvero un uomo ed il suo sogno assurdo, capitatogli per l’ingratitudine del destino.

La villana riesce solo a pensare a quanto sia cretina la gente, che si inventa modi balzani e stravaganti per avvicinarsi di più alla terra. Per quel che la riguarda, è meglio starsene più lontani possibile dalla terra, lo dice per esperienza. A lei, comunque, dell’identità non gliene può proprio importare un fico secco.

Giuseppe Verdi è confuso da quanto sia imprevedibile la vita dell’artista. Il giorno in cui una donna si è quasi suicidata ai suoi piedi, ha accolto con entusiasmo il sogno di poter costruire con la sua musica l’identità della sua terra. Speriamo proprio che ci riesca, per questo gli facciamo tanti auguri.

L’ufficiale Von Herzen partecipa alla costernazione per tutto quel che è appena accaduto, all’unisono con i milanesi che lo circondano. Per una volta si sente in sintonia con il popolo presso il quale vive, e ne è felice. Più che mai sente la nostalgia della su gente e della sua terra lontana, e pur di non concedere agli italiani lo spettacolo di un ufficiale austro-ungarico in preda alla commozione, silenzioso si allontana.

Gerundo

Madre della mia carne/ aiutami a ricordare il mio nome/ Padre del mio spirito/ difendimi dalle ferite/ Indicami la direzione/ per il sentiero che porta all’amore/ tienilo libero dai cespugli/ nascondilo dagli occhi degli uccelli.

Se non troverò l’inizio/ mi lascerò guidare dal drago/ pregherò che la sua fiamma/ possa illuminare la notte.

Figlio della Terra e di Dio/ Signore che governa il Lago/ che viaggia su un carro di nebbia/ e ha un cuore profondo come l’uomo…

“Figlio della Terra e di Dio… Signore che governa il lago…” tutta quella gente chiusa nel recinto cantava questa preghiera, per tranquillizzare i bambini. Era notte fonda, non saprei dire l’ora precisa. Era autunno, periodo dell’anno in cui nella pianura le giornate sono corte e sbiadite, e il buio cala presto, lento e impercettibile e la luce si affievolisce in silenzio, man mano che i grigi si fanno più scuri fino a sparire. In cielo non brillava nemmeno una stella, se non qualche scintilla scappata dai fuochi che avevano invaso il villaggio. Tuttavia questo non ci preoccupava, dalle nostre parti è raro che la foschia non nasconda dalla vista e dal cuore le luci notturne, gettando sopra di noi una volta bassa, uniforme e incomprensibile. Quel che non era normale erano le fiaccole sparse tra le capanne, che rischiaravano i vicoli di fango con un chiarore bruno, tremolante come raggi di un sole morente.

Avrei voluto essere là con loro, invece ero stato messo da parte, legato ad un palo. Più però passa il tempo, e i ricordi si astraggono dentro di me, rimanendovi impressi come bassorilievi, più mi domando se invece non avessi dovuto trovarmi in quel recinto, insieme ai miei compagni. Ritornano in continuazione nei miei pensieri i loro sguardi, decine e decine di volti che all’improvviso non ho mai più visto. Se ne sono andati tutti in una volta, senza che riuscissi a salutarli uno per uno. Tutte le volte che prego chiedo il loro perdono, malgrado la natura della mia colpa sia alquanto vaga. Da quella notte non ho mai più smesso di sentirmi in debito verso tutto, verso la felicità, verso la tristezza, verso i sogni e verso gli incubi. In definitiva, verso di loro.

Non appena le tenebre furono complete arrivarono i soldati. Il villaggio era rischiarato soltanto da solitari lumini che il nostro popolo è solito lasciare accesi dentro le lanterne appese alle porte. È un messaggio rivolto ai viandanti notturni, per segnalare una casa pronta a dare ospitalità allo straniero, chiunque egli sia. Questo insegnamento ci è stato trasmesso dai nostri antenati, e tra tutti quelli che abbiamo ricevuto è il più sacro, poiché ogni estraneo che si presenti alla nostra porta può rivelarsi un bandito, ma può anche essere Dio in uno dei suoi travestimenti venuto a ricompensarci per la nostra fede. Saranno anche tempi difficili, ma come si fa a riconoscere un giusto da un malintenzionato prima di averlo conosciuto?

Quegli uomini ricoperti di ferro, i pugni chiusi sull’elsa di grosse spade dalle lame affilatissime, sguardi ciechi che si sporgevano da barbe folte, fecero irruzione in ogni abitazione e cominciarono a spaccare tutto ciò che trovavano brandendo le loro armi. Non fecero nemmeno una domanda, non chiesero il nome a nessuno, non vollero parlare con il rappresentante di alcuna famiglia, tanto sapevano che a Palatium c’eravamo solo noi. Eravamo un villaggio di soli – come usavano chiamarci – pagani. Non è che non fossimo cristiani, anzi, ci eravamo procurati un Vangelo e l’avevamo letto con molta attenzione trovandolo di grande interesse, ma non comprendevamo tutta questa urgenza nel doverci battezzare in massa e farci registrare in parrocchia.

Tutti coloro che non riuscirono a mettersi in salvo furono minacciati con le armi, e costretti ad incamminarsi verso uno slargo in mezzo alle case, dove si trovava il pozzo. Il nostro villaggio era formato da costruzioni piccole e molto semplici, le pareti erano di pali di legno e mattoni di fango secco. I tetti erano di paglia, bisognava sostituirli spesso, ma ci tenevano tutti al caldo. Pure in una tale povertà, la devastazione che i soldati portarono fu inimmaginabile. Le braccia di quegli uomini colpirono vasi di terracotta, bottiglie di vetro, pentole di rame, che cadendo sul pavimento di terra battuta si rompevano facendo molto rumore. Come gli abitanti venivano trascinati fuori dalle loro case, i soldati accendevano le fiaccole e le avvicinavano ai tavoli di legno e ai tetti di paglia, che nonostante fossero impregnati dell’umidità della pianura si accendevano in un batter d’occhio. Le persone venivano costrette a seguire i militari con i modi più brutali. Dove la minaccia di essere trapassati da una spada falliva, giungevano le parole urlate contro quelle famiglie inermi, che ghermivano la loro dignità fino a farla a brandelli. Chi schiacciato dalla paura non riusciva a rimanere in piedi, e tenere il passo con le meste file di prigionieri che venivano concentrati vicino al pozzo, era costretto a rialzarsi a forza di calci. I calzari che portavano i soldati erano rinforzati con pesanti punte di ferro.

Tutti gli abitanti di Palatium che, non riuscendo a nascondersi o a scappare, furono rastrellati, vennero condotti all’interno di un recinto di pali di legno dove si radunava il bestiame da vendere nei giorni di mercato. Il perimetro di quell’area di concentramento era sorvegliato da una ventina di uomini armati con lunghe picche e spade possenti legate ai cinturoni, che non cessavano un istante di percorrerlo avanti e indietro sorvegliando strettamente i prigionieri. Altri soldati avevano riempito un carro con tutta la paglia che erano riusciti a salvare dalle fiamme. Il bue che lo trainava muggiva con il cuore spezzato dal terrore. Vedevo dalla mia posizione appartata, ma ideale per avere uno sguardo completo su quel che accadeva nello spiazzo, un gruppo di uomini di diverse origini, da quel che si poteva valutare dall’abbigliamento, intenti a lavorare attorno al recinto. Alcuni di loro indossavano l’armatura, altri avevano tutta l’aria di essere gente comune, e lavoravano in concerto per accumulare la paglia lungo i margini della prigione improvvisata, spargendone il più possibile anche al suo interno.

Le mie mani e i miei piedi erano legati stretti al fusto di un pioppo, che nell’urgenza di ricavare in fretta uno strumento di supplizio non era neanche stato privato della corteccia. I pochi oggetti che avevo con me al momento della mia cattura erano ammonticchiati lì accanto, appoggiati al muro di una capanna. Non li perdevo di vista nemmeno un momento, tra loro si trovava la mia cetra. Avrei sopportato qualsiasi tortura piuttosto che separarmene.

A un certo punto, nella foschia che circondava gli alberi e le case, mutandoli in indefinite presenze, si figurò l’ombra di un cavaliere che procedeva al passo verso il recinto. Ogni uomo interruppe il suo lavoro, per voltarsi al suo passaggio e reclinare la testa in segno di ossequio al nobile Signore. Questi percorse lo spiazzo dove sorgeva il pozzo, apparentemente senza curarsi di ciò che stava avvenendo attorno a lui. Le sue palpebre erano chiuse sui suoi alti pensieri, assisteva al sottomettersi dei suoi sottoposti come alla caduta delle foglie in autunno. Avviene e si ripete, perché così vuole l’ordine del mondo. Gli elementi metallici che ornavano la sua uniforme da guerra luccicavano del sangue emanato dall’incendio che stava divorando il villaggio. Dalle sue spalle scendeva un mantello di lana color porpora, appesantito da una preziosa pelliccia d’ermellino con cui era foderato il lato interno. Era talmente ampio da coprire anche il dorso del cavallo. I suoi capelli erano ricci e neri e portati legati dietro la nuca. Le sue mascelle si contraevano sotto una barba dello stesso colore, aspirando l’aria dentro le guance, e inghiottendo le labbra.

“È arrivato…”

Uno dei due soldati che stavano di guardia al palo dov’ero legato, fece all’altro:

“Già, questo poveraccio qua sta per vedersela brutta!”

“Hai voluto fare di testa tua? Adesso ci pensa lui a spiegarti due cose!”

“Il Cavalier Cristoforo…”

“Se fa fuori qualche altro eretico vedrai che lo fanno santo ancora prima che schiatti.”

“Se va avanti così, poco ma sicuro!”

“Se poi riesce a seccare anche il drago… il vescovo Fredenzone farà cambiare nome alla basilica immediatamente, senza pensarci due volte! Venerabile chiesa di San Cristoforo, sede della Diocesi di Lodi…”

“Speriamo che il Signore gliela faccia acchiappare presto quella bestia maledetta, così ce lo leviamo dai piedi!”

“Chi… il Cavaliere?”

“Proprio lui, sì! Non se ne può più delle sue trovate, ne pensa sempre una nuova! È preso solo nella sua caccia al drago, sembra che non abbia mai bisogno di riposare! Giorno e notte ha in testa solo Tarantasio, il mostro che infesta il lago Gerundo. Il problema è che poi tocca a noi poveri cristiani fare il lavoro sporco!”

“Non si può dire che non prenda il suo incarico con serietà…”

“Puoi dirlo, anche questa una bella trovata del vecchio Fredenzone… chiamare un esperto per liberare le terre della Diocesi da un tremendo flagello. Non metto in dubbio l’utilità dell’operazione, ma è evidente che sta diventando un bel po’ costosa.”

“E tu che ne sai delle finanze del Vescovado?”

“Perché? Tu credi che quelli famosi come il Cavaliere vengano gratis? Ma in che mondo vivi? Questo si è fatto un nome in Terra Santa, e per non farsi mancare nulla adesso fa fuori gli eretici di qui… una palude puzzolente che neanche il Signore si ricorda di averla creata!”

“Può essere arrivato qua perché ha riconosciuto la gravità della situazione, oppure è amico del Vescovo…”

“Scusa, ma ne dubito. Il Cavaliere è della Bitinia, che sta da qualche parte in Oriente, ed era santo già prima che gli spuntasse la barba. Quand’era ragazzo quasi ci lasciò le penne nel salvare un bambino che stava per affogare in un fiume. Il parroco della chiesa locale disse che in realtà quel bambino era Gesù, e fece rinchiudere Cristoforo in un monastero della Cappadocia, da dove uscì con una cotta di maglia e una spada inguainata che non vedeva l’ora di gettarsi in qualche crociata.”

Non potevo fare a meno di sentire la discussione tra i due soldati, che si erano disposti ai miei fianchi, uno a destra e uno a sinistra, con un braccio sempre piegato, pronto a squartarmi ad un mio minimo tentativo di sottrarmi al loro controllo. Con gli occhi e con il cuore, almeno, mi era permesso di stare insieme ai miei compagni nel recinto. Cominciai a pronunciare attraverso una fessura nella mia paura i loro nomi, mano a mano che li riconoscevo in mezzo al fumo. Notai che tra loro non c’erano né Sturione, il nostro sacerdote, né Sterlenda, sua nipote. Realizzai così che un piccolo gruppo di loro era riuscito a mettersi in salvo, e si accese nelle tenebre della mia angoscia una scintilla di speranza.

Cristoforo arrestò il suo cavallo dal manto di un bianco puro e immacolato a breve distanza dal palo al quale ero trattenuto. Un soldato afferrò le briglie del destriero non appena il Cavaliere le mollò al vento per dirigersi nella mia direzione, e le assicurò ai rami spogli di un nocciolo lì in disparte. Quell’uomo impressionante più per la fama che deteneva tra la mia gente che per il suo aspetto, membro di un’aristocrazia divina e santo per vocazione, avvicinò il suo sguardo al mio con una decisione che pareva quasi sbrigativa. Sembrava che desiderasse esaurire la faccenda alla svelta, come se il suo tempo fosse tanto poco quanto prezioso.

“Sei tu il cantastorie? O il bardo… o come lo chiamate.”

Il soldato alla mia destra sferrò un calcio dalla punta ferrata nella mia gamba, così con il dolore in esplosione tra le mie tempie rispondere diventò uno sforzo massacrante, malgrado la semplicità della domanda.

“Sono… io…”

“E quella è la tua cetra, presumo. Originale. Il tuo nome qual è?”

“Dano, signore…”

“Vedi Dano, questo atto di Giustizia Divina che si sta compiendo sotto i tuoi occhi, in questa piazza, potrebbe essere espletato in assoluta tranquillità in locali appositamente allestiti nelle prigioni vescovili, entro le mura della città di Lodi. In tal caso potremmo trarre informazioni di enorme utilità dagli interrogatori, ed approfittare anche per organizzare un momento di catechesi altamente educativo per i nostri cittadini. Per di più non sarebbe necessario coinvolgere anche i bambini, che potrebbero semplicemente essere affidati a famiglie cristiane e sottratti così al sottosviluppo.

“Invece voglio che il fuoco venga acceso qui, al centro della palude lungo le rive del Gerundo, perché il drago lo possa vedere.

“Il tuo posto, Dano, dovrebbe essere insieme ai tuoi compagni, nel recinto, non credere di valere più di loro. Il fatto è che le voci che girano sul tuo conto ti mettono in una posizione diversa, e fanno di te un villico particolare, da tenere sotto sorveglianza. Senza contare che con il tuo aiuto potresti contribuire a risolvere al meglio i problemi che… questo villaggio sta attraversando.”

Molti uomini, quando si trovano al cospetto di un’eccellenza con un nome di tal peso perdono la parola, non sono più capaci di articolare la voce perché strozzati dalla paura o dal senso di sottomissione. Non stento a credere che i potenti sfruttino questa debolezza della maggioranza degli esseri umani per ammutolirli, e poter così dedurre facilmente conclusioni arbitrarie e favorevoli ai loro intenti. Io, che come aveva sottolineato lo stesso Cristoforo, ero un cantastorie, ero uno di quelli che al contrario non perdono mai la forza di rispondere, così dissi:

“Chiedetemi qualsiasi cosa, purché ai miei fratelli non venga fatto del male.”

O almeno non più di quanto gliene abbiate già fatto! Fortunatamente avevo conservato un briciolo d’animo per saper scegliere le parole da pronunciare. Ad un cenno del Cavaliere, un soldato si mosse verso il mucchietto delle poche cose che mi appartenevano. Con una mano lurida del fango della palude afferrò uno dei bracci della mia cetra, e con un gesto rozzo e pieno di disgusto me la gettò tra le braccia.

“Suonala.”

Mi impose Cristoforo, e io gli restituii uno sguardo incredulo.

“Ho sentito dire che la musica che esce dalla tua cetra è un potente richiamo per Tarantasio, pare che la bestia proprio non sappia resisterle… e io credo a tutte queste voci. Perciò quanto ti chiedo è questo, cantaci qualcosa, tira il drago fuori dalla sua tana, e i tuoi amici saranno risparmiati.”

Il Cavaliere mi voltò le spalle, e puntò lo sguardo al profondo niente che si frapponeva tra noi e il cielo. Minacciato dalle lame affilate dei soldati non potei fare altro che suonare la mia cetra, pregando che quello sforzo inumano che stavo compiendo per cantare con il peso della disperazione sul cuore servisse davvero a salvare la gente di Palatium. Pregai fortemente che Tarantasio non mi sentisse, oppure che capisse il pericolo a cui sarebbe andato incontro se si fosse presentato nel villaggio, oppure ancora che questi arrivasse e che combattesse al nostro fianco per cacciare gli invasori.

Il suono che produceva il mio strumento era secco, fragile, triste e lontano, a differenza di tante altre cetre. Non produceva certo ciò che si definisce la musica più melodiosa e celestiale del mondo, ma nonostante ciò il drago amava ascoltarla, forse perché lo commuoveva la sua storia. Ero stato io stesso a costruire la mia cetra, usando le ossa della mia amata Adenora per l’intelaiatura, e i suoi capelli bruni per le corde. Le avevo promesso che l’avrei amata per tutta la vita, e così è stato. È il mio modo per vivere la sua morte.

Quando alla fine di una canzone riaprii gli occhi e il fuoco tornò a bruciarmi le pupille, scorsi dall’altro lato dello spiazzo un uomo che si dirigeva verso di noi al galoppo. Gridò di farsi largo, mentre i soldati si facevano precipitosamente da parte abbandonando il loro lavoro attorno al recinto. Il cavallo si arrestò bruscamente a pochi passi da Cristoforo, nitrendo per il dolore. L’uomo che in fretta e furia smontò di lì era un messaggero con una comunicazione della massima urgenza.

“Cavalier Cristoforo! Il drago! Alcuni pescatori l’hanno catturato questa notte, è richiesta la Vostra presenza in riva al Gerundo…”

Cristoforo non si scompose, e mantenendo lo sguardo impresso nel buio, sicuro che qualcuno tra i suoi sottoposti lo stava ascoltando e avrebbe tramutato le sue parole in fatti, disse:

“Allora muoviamoci e dirigiamoci senza perder tempo al Gerundo. Legate il cantastorie alla sella di un cavallo, lo porteremo con noi. Voglio che tutti gli operai siano immediatamente allontanati dal villaggio, e che una squadra di dodici uomini armati resti qui nel villaggio. Non appena ce ne saremo andati dovranno dare fuoco al recinto, e assicurarsi che nessun villico ne esca finché non sarà rimasto altro che cenere. Signori, muoviamoci!”

…tienimi al riparo/ sotto l’ombra delle tue ali/ ravviva il mio coraggio/ con la forza del tuo respiro.

Il mio popolo non ha soldati/ perché il sangue scorre via/ la terra non lo trattiene/ una volta versato è perduto.

 

Il Gerundo era un lago tanto grande da essere chiamato mare. Le sue acque basse e grigie si spandevano per un’enorme parte di pianura, invadendola con le sue nebbie insidiose e i suoi vapori dall’odore pungente di lente decomposizioni.

Il fiume Adda, nella sua scintillante parata in discesa dai ghiacciai alpini, giunto nella Bassa e oltrepassata la linea delle risorgive a valle della città di Cassano, rallentava, si disperdeva e s’impaludava. Questo suo paesaggio freddo, piatto e monotono, con le sue onde infide e le sue febbri, lambiva la città vescovile di Lodi, sbatteva contro le mura di Pizzighettone e circondava l’Insula Fulcheria, su cui sorgeva Crema.

Al sicuro dietro il parapetto di una loggia di pietra, in posizione rialzata e dominante sul territorio circostante, Fredenzone, vescovo di Lodi, camminava avanti e indietro con lo sguardo rivolto oltre le cime dei pioppi, verso le prime propaggini del lago. Lungo le sue sponde, a breve distanza dalla sede vescovile, sorgevano alcuni villaggi di pescatori cristiani, che pur tra mille pericoli svolgevano il loro onesto lavoro e rifornivano i mercati dei loro prodotti. Vi erano ancora, però, zone del Gerundo che erano rimaste inaccessibili e non erano state raggiunte dai missionari della Diocesi, fermati ora dai pericolosi mulinelli del lago, ora dalla nebbia, ora dalle febbri portate dalle zanzare, oppure uccisi dall’orribile drago che infestava queste acque.

Poteva sembrare inconcepibile che nelle terre dell’Impero, che persino nel nome era Sacro e Romano, ci fossero ancora terre di frontiera. La foschia che si levava dalle acque del lago, laggiù oltre i filari e i boschi ripari, dove si spingeva lo sguardo di Fredenzone, segnava il confine di luoghi rimasti inesplorati, dove l’asprezza della natura aveva fermato l’avanzata della civiltà. Oltre quella fluida muraglia vivevano genti che adoravano dei pagani, praticavano la magia e ogni altra forma di peccato, inconsapevoli della corruzione che imperversava nelle loro anime. Quale genere di peccato, il vescovo lo poteva solo immaginare, e contestualmente inorridire. I due popoli che coabitavano le paludi del lago Gerundo assai raramente entravano in contatto, e come si sa, i buchi che si formano nella conoscenza sono sempre riempiti dall’ignoranza. Alcuni pescatori raccontavano nelle osterie di aver assistito a banchetti a base di carne umana e ad accoppiamenti di ogni sorta. Il vescovo sapeva bene che non bisogna mai eccedere nel dar credito alle storie, soprattutto quando fluiscono libere dalle parole di un ubriaco di quel vino che servono nelle bettole della zona, che notoriamente è di pessima qualità. Restava però quella faccenda del drago… Fredenzone era più che convinto della sua esistenza, perché non poteva essere altrimenti. Che fosse Tarantasio la causa dei ripetuti flagelli che colpivano la Diocesi, era tanto vero quanto è certo che esiste il Demonio.

Quel mostro spietato era specializzato in particolare nelle pestilenze, su questo il vescovo non aveva alcun dubbio. Il drago arrivava di notte, volando, oppure strisciando nell’acqua bassa, senza farsi sentire si avventava su un vitello o una pecora che incautamente erano stati lasciati al di fuori del ricovero e se li portava via. Se ciò non bastasse, si rotolava nel fieno, o pisciava negli abbeveratoi, così dal mattino successivo gli animali cominciavano a morire, e dopo di loro anche la gente. In questo modo Tarantasio spargeva per i villaggi un morbo incurabile, se non con acqua santa e veglie di preghiera, che riempiva i corpi di malvagità che poi esalava fuori attraverso piaghe ripugnanti aperte nella pelle.

Due o tre estati prima, il Papa aveva scritto una lettera al vescovo Fredenzone, per esprimere la sua preoccupazione per la situazione in cui versavano le terre del Gerundo. Inutile ribadire a un servitore fedele, scrupoloso e dalla salda fede in Cristo, quale il vescovo di Lodi, l’assoluta priorità da dare alla guerra contro il paganesimo, l’eresia e la stregoneria, ancora però non si spiegava la tenace resistenza che queste sacche di arretratezza erano in grado di opporre. La spiegazione a tale rallentamento nell’opera di evangelizzazione non poteva che essere la presenza nella zona di un mostro, una creatura demoniaca alleata con gli eretici e in guerra aperta contro la Chiesa.

Un drago è una calamità da considerare con la massima serietà, ma è anche una faccenda estremamente complicata da affrontare senza l’intervento di qualcuno che abbia le adeguate competenze. Fu così il Papa stesso a consigliare Fredenzone circa l’assunzione di un esperto in questo genere di esorcismi. La fama di Cristoforo, un monaco soldato di grande rigore ed esperto nella conversione degli infedeli, nonché maestro d’armi, aveva ormai viaggiato in lungo e in largo, dalla Terra Santa fino a Roma. Quest’uomo è stato benedetto dalla luce divina, scriveva il Pontefice nella sua lettera, il Signore ha manifestato il segno della sua predilezione per il Cavalier Cristoforo fin da quando questi era un giovinetto. Anni fa, Cristoforo era solo un umile pastore in una regione remota dell’Oriente, la Bitinia. Un mattino, mentre stava conducendo il suo gregge di pecore al pascolo, sentì delle grida strazianti provenire da un fiumiciattolo poco lontano, dove gli animali erano soliti abbeverarsi. Le piogge dei giorni precedenti l’avevano rigonfiato d’acqua, facendolo diventare un torrente tumultuoso, nel quale il ragazzo scorse un corpicino che si dimenava per non essere trascinato via. Senza pensarci due volte Cristoforo assicurò saldamente la propria vita ad un tronco lungo la riva con una corda, e si gettò in acqua. Afferrò il bambino, e trattenendolo stretto a sé lo portò in salvo. In quel momento le acque si placarono, il bambino fu avvolto da una luce dorata ed una schiera di angeli scese dal cielo per prenderlo e riportarlo al cospetto del Padre. Quel bambino, che altri non era se non il Cristo, benedisse Cristoforo e gli annunciò un futuro di gloria e onore…  Non v’era dunque alcun dubbio che si trattasse dell’uomo giusto, da impiegare nel posto giusto e al momento giusto.

Verso Est, la foschia assorbiva l’alba tingendosi di rosa. Fredenzone, sentendosi circondato di luce Divina, come se egli stesso vivesse un miracolo, spinse l’immaginazione oltre il limite dove arrivava lo sguardo, sperando che quella fosse una mattina decisiva, l’annuncio di un giorno nuovo. Poco prima era stato svegliato all’improvviso da un messaggero, che portava la notizia della cattura di un mostro, sulle rive del Gerundo, che per dimensioni e aspetto non poteva essere che Tarantasio. Nel messaggio veniva assicurato che il Cavalier Cristoforo era già in viaggio per supervisionare sull’avvenimento.

 

Un nuovo giorno si formò attorno a noi mentre procedevamo al galoppo lungo un sentiero di terra fangosa, nel mezzo di un bosco fitto. Tronchi neri spuntavano sopra un letto di foglie secche e protendevano in alto i loro rami nudi e contorti, che imploravano il cielo come ossa dannate. Una corda rozza di canapa legava strette le mie braccia, così che per riuscire a restare in groppa ad un cavallo in corsa era necessario montare insieme ad uno dei soldati della guarnigione del Cavalier Cristoforo. Sentivo l’umidità dell’aria trapassarmi la pelle, ma forse non era la vicinanza del lago, alla quale dovevo essere abituato dopo una vita trascorsa lungo le sue rive, bensì il dolore che mi comprimeva il corpo e da ogni pezzo della mia carne spremeva lacrime. Con una gamba riuscivo a sentire l’intelaiatura della mia cetra, che era stata assicurata alla sella ed era l’unica sensazione che riuscisse a trattenere la mia testa dall’impazzire.

Passata l’alba, i tronchi degli alberi cominciarono a diradarsi ed il manipolo si addentrò in un folto canneto. Quelle aste brune si ergevano ben oltre la testa dei cavalieri, e non facevano che ondeggiare e frusciare, mosse da chissà quale vento, visto che la mattinata pareva di pietra, fredda e immobile. Eravamo guidati solo dal fantasma del sole che si riusciva a scorgere al di sopra della cima delle canne, e indicava l’est.

Avanzammo in quella direzione, finché le canne non terminarono e lo spazio ricomparve davanti ai nostri occhi. Ci sporgemmo oltre una piccola fila di salici e la distesa grigia e lenta del lago si spalancò al nostro sguardo, plumbea e infinita come un secondo cielo, interrotta qua e là da alberi sommersi a metà, e i corpi neri e immobili degli uccelli acquatici.

Un ordine breve provenne dalla testa del manipolo, e tutti ci fermammo. Sporgendo in fuori la testa riuscii a scorgere Cristoforo staccarsi dal gruppo dei soldati, e procedere solo e impassibile attraverso la spiaggia. La riva del Gerundo era un cumulo incoerente di ghiaia e fango, di sabbia e limo mescolate con l’acqua torbida, su cui il lago e la terraferma erano incapaci di stabilire un limite netto che li separasse. Tutto ciò che la natura ammucchiava sulle sue sponde era provvisorio. Le piene stagionali che ogni anno si ripresentavano spostavano banchi di terra, ne sommergevano altri, creavano e distruggevano isole.

Quella mattina, la spiaggia aveva cominciato a riempirsi di gente non appena il sole aveva cominciato ad alzarsi. La notizia della cattura del mostro aveva svegliato tutti i villaggi circostanti ancora nel cuore della notte, così intere famiglie si erano incamminate verso le rive del lago per poter assistere al miracolo. Le donne e gli uomini stazionavano in piedi con gli occhi puntati sulla sponda, parlando a bassa voce tra di loro, all’interno di piccoli gruppi, producendo un mormorio disordinato che tuttavia cessò di colpo non appena si palesò la figura del Cavalier Cristoforo. Al contrario i bambini non riuscivano a contenere l’eccitazione, e per una volta erano lasciati liberi di scorrazzare in mezzo alla folla, purché non osassero avvicinarsi troppo al lago, dove sarebbero potute capitar loro le cose più terribili.

Un corpo grigio e gigantesco giaceva disteso sulla riva, con l’acqua del lago che ancora lambiva la sua coda. Le sue dimensioni erano mostruose, di certo nessuno aveva mai visto una bestia di quelle proporzioni. Attorno alla preda alcuni pescatori si muovevano frenetici, colmi di eccitazione per gli avvenimenti di quella notte. Erano occupati nel tirare le canoe a riva e assicurarle a dei pali piantati nel terreno, a piegare e riporre le reti, tenendo da parte quelle che bisognava rammendare. Questa attività però si interrompeva di continuo, perché i loro sguardi non facevano che ricadere su un ragazzo che faceva parte del loro gruppo, sedeva sul bordo di un’imbarcazione ed aveva dipinta sul volto un’espressione paonazza, come se avesse appena scavato una buca in terra e dato un’occhiata all’inferno. La pelle del suo viso era liscia, macchiata solo dalla fanghiglia del lago, i capelli bruni gli ricadevano sulla fronte, ancora bagnati e sporchi dopo la notte avventurosa appena trascorsa.

Un pescatore più anziano gli si avvicinò e assestando una pacca vigorosa sulla sua spalla gli disse:

“Animo ragazzo! Oggi è la tua giornata! Hai ucciso la bestia!”

Non senza un certo sforzo il giovane sollevò gli occhi e porse un sorriso al suo compare, e rispose:

“Ancora non ci credo…”

“Perché hai il cuore che corre a mille! È normale, non c’è niente di cui preoccuparsi. Ah, Eginaldo, dovevi vedere come l’hai preso quel mostro! Io stesso ancora non ci credo, nonostante fossi lì a tentare di salvarti le chiappe, non saprei nemmeno da dove cominciare a raccontare!”

“Da quel che ricordo, eravamo fermi al largo, il lago era tranquillo, piatto, immobile, e la notte senza stelle. A un tratto abbiamo sentito un colpo che ha fatto ondeggiare la nostra barca, io non sono riuscito a tenermi saldo e sono caduto in acqua. Quanti eravamo a bordo? Tre o quattro?”

“C’eravamo io, te, Diotisalvi e Graziadeo. Quando ti abbiamo visto sparire in basso abbiamo davvero temuto il peggio, oltre a prenderci uno di quegli spaventi da farci perdere dieci anni di vita ciascuno. Non ti puoi immaginare la paura non appena abbiamo visto la schiena del drago affiorare dall’acqua! Abbiamo capito subito che era lui, prima di tutto perché l’abbiamo visto veramente enorme, e poi perché quale altra bestia del lago ha degli scudi simili sul dorso?”

“Mi dispiace, non avrei mai voluto darvi un simile spavento!”

“Taci giovanotto, è stata la Divina Provvidenza a farti cadere da quella barca! Dopo pochi istanti grazie a Dio sei riemerso, e annaspando per tenerti a galla hai spalancato la bocca per prendere una grossa boccata d’aria. Il mostro era lì, a poche braccia da te, e nuotava lento, tramando chissà quale malvagio tranello per ucciderci e maledire le nostre anime. Allora senza pensarci due volte ho preso un grosso pugnale che tenevamo sulla barca, e l’ho avvolto in un sacco perché tu non ti ferissi con la lama. Te l’ho lanciato, e in un attimo, come l’hai afferrato, hai colto al volo la mia idea. Hai nuotato verso la schiena del mostro. Consapevole di trovarti appeso ad un filo tra la vita e la morte, sei salito in groppa al drago, tenendoti saldo agli scudi sulla sua schiena sei arrivato fino alla sua testa, ed è stato lì che hai ficcato il coltello nel suo cervello, colpendolo a morte!”

“È andata proprio così, non riesco ancora a capacitarmene… ma adesso? Che cosa devo fare?”

“La bella vita, ragazzo! Il Vescovo ti darà certamente una ricompensa.”

“Una ricompensa? In che senso? Una ricompensa…”

“Una dote, figlio mio! Un bel mucchio di grano con cui pigliarti una ragazza di buona famiglia, e non una semplice contadina. Segui i nostri consigli, e vedrai che vai a star bene!”

“Speriamo di trovarne una bella, che mi piaccia…”

“Potrai avere tutte le donne che desideri, ma io stavo parlando di economia. Devi pensare a combinare un buon matrimonio, per il divertimento c’è sempre tempo!”

“Il divertimento?”

“Sì ragazzo, e ti copriranno di così tanti soldi che potrai avere donne bellissime, molto meglio della Gradella.”

“La Gradella? La prostituta?”

“Bravo, figliolo, la zoccola del nostro villaggio. La vedi lì? In mezzo alla gente? Non ti ha tolto gli occhi di dosso un solo secondo da quando è arrivata, perché ha già fiutato l’affare. Ma non penserà certo che un uomo del tuo valore si possa abbassare a servirsi da una puttana di campagna! Puoi permetterti ben altre cortigiane ora.”

“Non ho mai pensato neanche un momento di andare con la Gradella, e men che meno con qualunque altra donna che vende il suo corpo per denaro…”

“Molto meglio per te e per la tua anima. Anche se mi viene difficile credere che alla tua età tu sia ancora vergine. Quanti anni hai, ragazzo?”

“Venti, tra poco. Non ho mica detto di essere vergine, cioè… insomma, non ho molta esperienza, non ho ancora avuto la fortuna di trovare la ragazza giusta.”

“Non nasconderti dietro il romanticismo, un ragazzo giovane come te… non si è mai sentito, credimi! Mi sa che tu hai qualche problema, è meglio che ne parli con il parroco, spero che tu non… abbia addosso qualcosa!”

“Non ho niente che non va.”

“Magari sei solo un po’ mentecatto… è proprio vero che le vie del Signore sono infinite. Guarda te se doveva essere un giovane minorato ad acchiappare il terribile drago Tarantasio! È proprio incomprensibile il Disegno Divino!”

All’improvviso il pescatore interruppe la sua chiacchierata didattica con il giovane Eginaldo, poiché a pochi passi da loro era arrivato lui, il Cavaliere temuto come l’imprevedibilità della grandine in tutti i villaggi e le città della regione. Colui che aveva votato la sua spada alla Fede e da molto tempo non aveva in animo altro che la sconfitta del mostro che infestava il lago Gerundo. Il vecchio pescatore si voltò immediatamente, inchinando la fronte davanti al nobile guerriero. Senza produrre alcuna parola cominciò ad indietreggiare a piccoli passi, cercando di sparire nel più breve tempo possibile senza che nessuno se ne accorgesse.

Eginaldo si ritrovò così solo e in piedi davanti a Cristoforo, con il suo corpo mingherlino che sembrava ancora più piccolo e indifeso al cospetto della figura imponente del Cavaliere, ingigantita ancora di più dai pesanti armamenti che indossava, e dalla terribile fama che lo circondava. Senza dire una parola Cristoforo cominciò a scrutare il giovane, analizzando la sua personalità e cercando i suoi punti deboli scritti nelle vene dei suoi occhi. Pochi istanti dopo spostò lo sguardo verso la riva, dove giaceva la carcassa del mostro, da cui la vita defluiva lenta.

I suoi occhi corsero da un capo all’altro di un lungo corpo grigio, ricoperto da una pelle liscia, lievemente rosea sul ventre e attorno alla bocca. Il muso era allungato come lo sperone di una nave da guerra, e portava baffi sensibili, capaci di percepire odori e presenze di vita per grandi di stanze attraverso le torbide acque del lago. Ciò che più incuteva terrore erano le sue cinque file di placche ossee che ricoprivano il suo dorso, per una lunghezza di almeno una dozzina di passi umani, e confermavano la natura mostruosa, arcaica e straordinaria di quella bestia.

L’intera folla si era nel frattempo radunata attorno al cavaliere, formando un ampio cerchio in modo da non avvicinarsi troppo ad un Signore di tale lignaggio, ma abbastanza prossimi da sentire le sue parole. I soldati al servizio del Cavaliere si sparpagliarono in vari punti del cerchio in modo da sorvegliare meglio la situazione, e garantire la sicurezza del loro capitano. Appena in disparte v’ero io, legato alla sella di un cavallo, con un’ottima visuale sulla scena.

“Qual è il tuo nome ragazzo?”

“Eginaldo, Signore.”

“Sei un pescatore?”

“Sì, Signore.”

“Sei stato tu ad uccidere questo mostro?”

“Sì… Signore.”

“Bene, meriti la gratitudine e l’elogio della Diocesi, della Città, e della Chiesa tutta, per aver combattuto nella guerra contro il male. Il nostro generoso Vescovo non mancherà di darti la giusta ricompensa.”

Affrontato il giovane Eginaldo, e valutato il suo livello di pericolosità, l’attenzione di Cristoforo tornò a concentrarsi su Tarantasio. Ora che il suo corpo era lì, disteso e inerme sulla riva del lago, sembrava che insieme al drago fosse morto anche il domani. Il cuore del Cavaliere batteva con un senso di soddisfazione incerta, bloccata in un inspiegabile presente.

Se non fosse stato per il disprezzo totale che provavo per quell’uomo, sarei sceso da cavallo e sarei andato verso di lui per rassicurarlo, sussurrargli che non doveva lasciarsi vincere dal senso di svuotamento per la conclusione di una caccia durata lungo tempo, alla quale aveva dedicato tutto se stesso. Gli avrei detto Cristoforo, è inutile che ti affliggi, su con la vita, non è ancora finita! Il povero animale arenato qui sulla riva, non somiglia nemmeno lontanamente a Tarantasio…

Ammetto che non era per niente comune riuscire a catturare un pesce di tali dimensioni nel lago Gerundo, ma non era affatto impossibile. La mia gente conosceva bene animali di quella specie, poiché quando se ne pescava uno era occasione di grande festa nel villaggio, con quelle sue carni prelibate. Se capitava di prendere una femmina, poi… difficile descrivere il sapore unico delle uova argentate che uscivano dal suo ventre. Lo chiamavamo ladano, ed era un grosso pesce grigio, normalmente grande come un uomo. Sapevamo tuttavia che gli esemplari più vecchi potevano raggiungere proporzioni mostruose, ma non eravamo mai riusciti a pescarne uno. Questi animali hanno un muso appuntito, da cui spuntano lunghi e sensibili baffi, che servono loro per assaggiare la fanghiglia in fondo al lago, e scovare i piccoli vermi di cui si nutrono. La loro bocca è rotonda, dai bordi rosa, e non ha nemmeno un dente.

“Segate via la testa dal corpo del mostro…” Gridò Cristoforo al vento e ai salici, mentre i suoi uomini si drizzavano sulla schiena per eseguire l’ordine “e staccate gli scudi dalla sua schiena, così che se ne ricavino dei trofei! Il resto del corpo lasciatelo ai villici, che si sfamino.”

Poi si voltò verso Eginaldo “Giovane, presentati domenica in Basilica, il Vescovo ti riceverà e benedirà la tua impresa.”

 

Quella sera sia la città sia il contado erano ubriachi, tanto era il passato doloroso da cancellare. Tutti, uomini e donne, lavavano via le sofferenze riempiendosi il corpo di vino, come se, ora che il male era sconfitto, questa fosse la strada più breve verso la purificazione. Le bettole erano quindi piene, e le riserve stavano rapidamente finendo, così gli osti erano costretti ad aprire anche le botti del vino più giovane, non ancora maturo e di basso grado. Ma la sete era tremenda, come fosse appena passata la siccità. Non vi era una donna che non avesse perduto qualche bambino, nato o meno, per colpa di qualche morbo, o pastore con la mandria ancora intatta, agricoltori a cui non fossero mai falliti svariati raccolti, mogli che non fossero rimaste vedove dopo che i mariti si erano imbarcati nel Gerundo, e mai più tornati.

Persino io avevo ricevuto la grazia, la cattura di quell’animale nel lago doveva aver sconvolto a tal punto Cristoforo che sembrava avesse perso interesse per qualunque cosa, anche per le torture. Un soldato aveva condotto il cavallo al quale ero legato in mezzo al bosco, aveva tagliato le corde con un coltello, facendomi cadere sul terreno fangoso. Lì, aveva buttato per terra la mia sacca con la preziosa cetra, e se ne era andato via. Non persi nemmeno un istante, raccogliendo ciò che mi apparteneva mi ero messo prontamente in cammino alla ricerca dei pochi superstiti alla distruzione di Palatium. Li ritrovai a notte fonda, riuniti su un’isola melmosa abbastanza remota da passare inosservata, protetta dalla nebbia e da una fitta macchia di salici e pioppi. Li riabbracciai e potei finalmente riposarmi. Per questo motivo, quindi, ciò che accadde quella sera sulla sponda cristiana del Gerundo lo venni a scoprire tramite racconti, non essendo lì di persona.

Nei grandi festeggiamenti che raggiunsero il culmine appena dopo il tramonto, una persona in particolare brillava per la sua assenza, Eginaldo, l’eroe del giorno. I pescatori suoi compagni non perdevano occasione per constatare con assennata disapprovazione quanto il ragazzo fosse strano.

“Speriamo almeno che se la stia godendo…”

“Insisto che quello lì è un idiota, non riesce a distinguere la notte dal giorno. Per quanto mi riguarda, ha soltanto avuto una gigantesca fottutissima botta di culo!”

“Stanotte scenderà in barca con noi?”

“Sembra di sì… infatti che vi dicevo? È proprio scemo.”

“Magari non vuole perdersi la più grande battuta di pesca che il Gerundo abbia mai visto! Tarantasio è stato sconfitto, viva la libertà!”

Mentre l’oste si chiudeva in muti pensieri, cercando di indovinare se sarebbe finito prima il vino, o l’olio per le lampade, e quindi predire quale buio avrebbe preceduto l’altro, la Gradella si chiuse una porta dietro le spalle, e andò a sedersi ad un tavolaccio in mezzo alla bettola, dove prese in mano il primo bicchiere che le capitò a tiro, e ignorando completamente di chi fosse lo svuotò in un sorso. Poco dopo da quella medesima porticina uscì un uomo, che senza farsi troppo notare andò a bere in disparte. Il vecchio pescatore andò a sedersi accanto alla donna, e le disse:

“Ehi, Gradella, hai visto quel cretino di Eginaldo, in giro?”

La donna lo fissò con occhi stanchi, e gli rispose:

“No, non l’ho più visto dopo stamattina.”

Poi qualcosa si ribellò dentro di lei, e con un sottile disgusto aggiunse:

“Comunque quel ragazzo non è stupido, è solo innamorato. Non so di chi, ma neanche lui lo sa. Fortuna, o forse peccato, che come lui ne nascono pochi, o dovrei cambiare mestiere.”

Quella sera la luce della luna piena si infondeva nella foschia, rendendo visibili, anche senza una lanterna, i ricordi di alberi, dei canneti, della riva ghiaiosa e del lago piatto, il cui potere su quel mondo era appena sussurrato. Eginaldo stava seduto a terra, con gli occhi perduti da qualche parte laggiù dove lo spettro lunare tremolava sopra le acque. Non era colpa sua se nelle osterie si era sempre sentito a disagio. Il vino gli faceva venire mal di testa, e in alcuni discorsi dei suoi compagni proprio non riusciva a partecipare, soprattutto quando si parlava di donne. Va bene, non era mai stato con una di loro, in senso intimo, per fare quelle cose lì, insomma, non perché fosse strano, ma soltanto perché era un tipo tranquillo. Ebbene sì, Eginaldo era anche un ragazzo timido, aveva sempre una paura nera di dire una parola sbagliata o di sembrare goffo nei gesti, così i suoi pensieri turbinavano e lo facevano diventare rigido come un morto quando una ragazza gli piaceva. I suoi compagni parlavano sempre di sesso, atteggiandosi a consumati veterani, per il giovane invece tutto ciò continuava a restare imperscrutabile. Nessuna delle sue coetanee si sarebbe mai concessa a lui, perché erano anime molto cristiane, temevano le conseguenze del peccato e dovevano arrivare vergini al matrimonio. Quelle che vivevano la faccenda con meno ritrosia erano normalmente le orfane, a cui tutto era stato negato, e il loro corpo era l’unico bene materiale che fosse loro rimasto da poter scambiare.

Il ragazzo si stringeva in un mantello di lana, ed aspettava che arrivassero gli altri pescatori per calare le barche nel lago, e portare a casa la più grande quantità di pesce mai vista. Le barche, nulla più che rozzi scafi di legno, attendevano inanimate, come se si riposassero prima della faticosa nottata che le attendeva. Le reti erano già pronte a bordo. La nuova vita che sarebbe cominciata da quel giorno sulle rive del Gerundo sarebbe guizzata fuori proprio dalle loro maglie, Tarantasio era morto ed ora anche la fame e la sofferenza facevano parte della leggenda. Eginaldo sentiva di avere dentro di sé una forza invincibile, per aver mangiato carne di drago quella sera.

Un semplice fruscio in mezzo alle canne secche fece tremare il giovane come un soffio d’aria fredda che fa fermare il cuore. Non sono molti gli animali che si aggirano per le pianure nelle notti d’autunno senza vento, sono tutti rintanati da qualche parte in attesa che i colori ritornino.

Eginaldo tirò il mantello fino a coprirsi la testa, portandosi le ginocchia al petto nascose il viso nella coppa delle sue mani, e chiuse gli occhi. Le orecchie tese si misero a pregare che giungessero presto i passi dei suoi compagni, spezzando quella solitudine terrificante. Che idiota era stato a scendere solo sulla riva del Gerundo, in una sera così agghiacciante. Tutti gli spiriti maligni della regione dovevano essere infuriati, ora che il loro signore era stato ucciso, ed erano certamente assetati di vendetta. E lui non era una semplice anima cristiana, era colui che con la propria mano aveva inflitto la morte al grande drago, non c’era quindi da stupirsi se ora le forze del male gli davano la caccia. Ma si poteva essere così deficienti?

“Ma brutto rincoglionito, cosa credevi di fare? Sta per accadere qualcosa di terribile, me lo sento, e te la sei cercata tutta, razza di babbeo che non sei altro!” Sussurrava Eginaldo a se stesso, per restare avvinghiato alla realtà e non essere trascinato via dalla paura in piena.

Alcuni passi cominciarono a muoversi verso di lui, ma tremendamente lenti, troppo per provenire da una brigata di allegri pescatori appena usciti da una bettola. Si appoggiavano con leggerezza sulla ghiaia, uno dopo l’altro, con un rumore inconsistente, come se si stesse avvicinando uno spirito. Eginaldo restò chiuso nel suo bozzolo, terrorizzato di vederne il volto. Chi altri poteva procedere con quel passo regolare e interminabile, se non un’anima dell’aldilà che aveva a disposizione tutto il tempo dell’eternità? La punta di una mano toccò il giovane su una spalla, e questi divenne di ghiaccio. “Non farmi del male, ti prego!” sibilò il ragazzo con lo sforzo di un urlo che si estinse tutto nella sua gola, tanto da fargli temere di essere già morto.

Si udirono altri passi. Sembrava che si stessero piano piano allontanando. Eginaldo pensò che assai difficilmente una creatura malvagia avrebbe potuto impietosirsi dopo una sua goffa supplica, e rinunciare a trascinarlo all’Inferno, ma questa era soltanto una stupida deduzione. Non sapeva chi si stesse aggirando in quell’inquietante silenzio attorno a lui, né quali fossero le sue intenzioni. Così, con un dito aprì uno spiragli attraverso i lembi del mantello che lo avvolgeva, e lasciò che una pupilla vi spiasse attraverso, per vedere l’aspetto della sua paura.

Con davanti la riva deserta e l’orizzonte piatto del lago, su cui la luna sbavava il suo incerto chiarore, il suo sguardo fu immediatamente catturato da un altro, del colore di un cielo che da queste parti si vede soltanto poche volte all’anno, tra la primavera e l’estate. Era una creatura a cui non sapeva dare un nome, non corrispondeva a nessuna descrizione a lui conosciuta. Dalla sua fronte partivano lunghi capelli lisci del colore dei fiori, che viaggiavano lungo le sue spalle per arrivare da qualche parte, non si sa dove. Sotto un mantello di lana portava una tunica bianca legata in vita con una cordicella di foglie intrecciate, con una cura che faceva immaginare mani sottili, che si nascondevano ora sotto il mantello per proteggersi dal freddo. Le sue labbra chiuse non erano diverse da quelle di tante giovani donne, erano morbide e umide, e agli occhi di Eginaldo avevano la forma di un bacio.

“Eginaldo?” disse lei socchiudendo la bocca.

“Sì…” Il ragazzo non era più spaventato, o almeno così gli sembrava, ma non riusciva ugualmente a smettere di tremare “Come lo sai?”

“Me l’ha detto Tarantasio, è stato lui a parlarmi di te.”

“Tu sei una pagana e non dici altro che falsità… il drago è morto! Accidenti… l’ho ucciso io!”

Eginaldo si alzò in piedi, non aveva con sé né una corda, né un’arma, nulla che gli potesse servire per costringere quella donna a seguirlo al villaggio e… essere consegnata alle autorità, così gli avevano insegnato.

“No, forse non sei Eginaldo. Scusami, mi sono sbagliata.” La ragazza si voltò, e con il suo passo lento cominciò a dirigersi verso il folto del canneto.

“Ehi, un momento!” Il ragazzo la fermò, per un motivo taciuto, ma reale. “Sono io Eginaldo.”

“Tarantasio mi aveva detto che eri un giovane gentile, pacato, diverso dagli altri, ed io gli credo perché il drago non dice menzogne. Tu invece mi sembri uguale agli altri tuoi compari, lo stesso terrore che vi attanaglia tutti. Ma di che cosa avete paura?”

“Del… del male. Del peccato. Del dolore.”

“Paura di vivere.”

“Non è questa la vera vita!”

“Può essere, ma per quanto ne sappiamo ora è l’unica che abbiamo…”

“Ma che cosa vuoi saperne tu che vieni da un luogo non civilizzato? Per prima cosa io sono Eginaldo, e hai ragione, sono perfettamente uguale a tutti gli altri. Secondo, ma non meno importante, il drago è morto, ce lo siamo mangiato stasera, e non era niente male… fattene una ragione.”

“Su una cosa sono d’accordo con te, il pesce che vi siete pappati è veramente delizioso, ne vado matta anch’io. Tarantasio è vivo, e si nasconde ancora in fondo al Gerundo.”

“Ma tu… che cosa ne sai?”

“Lo so, perché mi ha parlato, niente di più semplice. In tempi antichi nessuno si sarebbe sorpreso di questo, i draghi erano amati e rispettati, in quanto creature predilette da Dio, poi si è diffusa la credenza che fossero esseri maligni, ed è cominciata la persecuzione, finita in un massacro.”

Eginaldo sapeva di non doverle credere, ma il suo cuore aveva voglia di ascoltarla, così le disse:

“Tu chi sei? Come ti chiami?”

“Il mio nome è Sterlenda, figlia di Lia, nipote di Sturione, il sacerdote. Mio padre è Bragiola, un folletto che vive nei boschi e pratica la magia, per questo sono tra coloro che possono parlare con il drago.”

In quel momento il ragazzo udì nuovamente dei passi avvicinarsi, ma questa volta erano pesanti e disordinati, e non camminavano sul silenzio, ma dentro una nuvola di voci. I pescatori erano arrivati, e si stavano dirigendo verso le barche per la battuta di pesca notturna. Il cuore di Eginaldo cominciò a battere tumultuosamente, si sentì improvvisamente vulnerabile e allo scoperto, per via della presenza di quella ragazza, i cui capelli stavano facendo traballare tutta l’impalcatura che sorreggeva le convinzioni del giovane. Grazie ad un’idea fulminea Eginaldo appoggiò una mano sulla spalla di Sterlenda, bisbigliandole “Vieni con me dentro il canneto, non farti vedere!”.

Quando furono al riparo, il ragazzo le sussurrò:

“Scappa via di qui, cercando di restare nascosta, non farti vedere da nessuno!”

“D’accordo, ma tu vieni con me.”

“Come… come faccio? Non posso! I miei compagni mi aspettano per andare a pesca, ho assicurato loro che sarei andato…”

“Eginaldo, ascoltami, non salire su quelle barche… sono venuta qui su questa riva, stasera, apposta per avvertirti e… non lasciarti andare.”

“Ma che cosa dici?”

“Tarantasio uscirà dal suo nascondiglio questa notte, ed attaccherà le barche dei pescatori. Il lago Gerundo è in guerra, ed una delle sue creature più nobili, il grande ladano, è stata uccisa. Cristoforo ha avuto la sua vittoria, questa mattina, ma non la sua preda, e andrà avanti ad attaccare i villaggi, per convertirli e placare la sua frustrazione. In qualche modo il drago ci deve proteggere…”

“Sterlenda, perché mi vuoi salvare la vita, se sono stato proprio io a dare il colpo di grazia a quell’animale?”

Indicami la direzione per il sentiero che porta all’amore, tienilo libero dai cespugli, nascondilo dagli occhi degli uccelli…

“Che cosa significa?”

“Nelle nostre preghiere chiediamo sempre di aiutarci a trovare la strada dell’amore, di fare in modo che sia facile percorrerla, ma allo stesso tempo rimanga segreta, personale, unica per ognuno di noi. Vieni con me, ti porterò da Tarantasio e potrai chiedere il suo perdono per lo sbaglio che hai commesso, e tutto andrà bene.”

“Mi piacerebbe percorrere questo sentiero, ma mi dispiace, devo proprio lasciarti qui…”

Sterlenda afferrò allora Eginaldo per i capelli, lo tirò a sé fino a raggiungere la sua bocca. Non poté fare altrimenti, poiché attimo dopo attimo il ragazzo era sempre più lontano, trascinato da una forza profonda, come il legame tra un albero e la sua terra, stava fuggendo via.

Assuefatto dal sapore della sua saliva, Eginaldo sentì i piedi che si incollavano al suolo. L’odore di quella pelle era una forza ancora più potente di quella che spingeva il giovane a seguire il destino che gli era stato affidato, su quella precisa sponda del lago Gerundo. Sterlenda cominciò a sprofondare in mezzo alle altissime canne, si lasciò abbracciare dall’erba alta finché queste non si richiusero sopra di loro, nascondendoli dagli occhi degli uccelli. Eginaldo la seguì, non riuscendo a resistere alla calda consistenza di quelle labbra. Unirono i loro mantelli, abbracciandosi lì dentro, protetti da tutto ciò che potesse muoversi, parlare o pensare là fuori.

La mano di Sterlenda smise di trattenere la nuca di Eginaldo, e seguendo la linea della sua spina dorsale si mise a lisciarne la pelle, infilandosi sotto i vestiti. Seguì quel percorso antico fino alla fine della schiena, dove cominciò con forza a trattenerlo a sé. I loro corpi si toccarono, si strofinarono in più punti di quanti la mente riuscisse a controllare in una volta. Eginaldo lasciò allora la bocca della ragazza, proseguendo a delineare con la lingua il profilo dei suoi muscoli del collo, delle clavicole, per risalire il dolce pendio del seno e sorprendersi di quel capezzolo che più si induriva, più il respiro si trasformava in musica.

Sterlenda sgusciò via dalla sua veste, così mentre le palpebre chiuse di Eginaldo sprofondavano tra le sue gambe, in quel mistero umido che si trova all’inizio di tutto, le barche dei pescatori lasciavano la riva.

 

Cristoforo non era riuscito a chiudere occhio quella notte, ora che non v’era più nulla a togliergli il sonno. Era rimasto per ore a fissare le ombre proiettate sul soffitto della sua stanza dalle braci morenti del camino. L’ambiente era arredato in modo molto semplice, il Cavaliere era un uomo dall’intimità ridotta all’essenziale, convinto che esistesse sempre qualcosa di più importante di se stesso di cui occuparsi. Per questo potevano vedersi giusto due finestre a bifora affacciate sul cortile interno, un letto a baldacchino, uno scrittoio, un inginocchiatoio e un crocifisso.

A un certo punto le ultime braci si spensero, ma poco dopo cominciò a strisciare attraverso i vetri il primo sibilo dell’alba. Cristoforo si preparava a scrivere una lettera indirizzata al Vescovo Fredenzone, per riportare in dettaglio i fatti accaduti il giorno precedente. La storia dell’uccisione del drago Tarantasio per mano del giovane Eginaldo ormai si era sparsa in ogni direzione, ed era nota dal Po alle Prealpi. Il compito sul quale Cristoforo si arrovellava era ora come raccontare l’intera successione dei fatti in modo tale che sembrasse che l’intera operazione fosse stata diretta dal Cavaliere in persona, che non era importante chi fosse stato ad infliggere il colpo fatale, quanto la mano lucida e devota che aveva fatto sì che un così lieto giorno arrivasse.

Una volta terminata la lettera, sarebbe sorto un problema ancor di più ardua soluzione, ovvero dove andare una volta lasciata la città di Lodi. Ancora troppi anni separavano l’oggi dal giorno della sua morte e santificazione, un arco di tempo più buio delle profondità dell’inferno che tanto si era figurato ogni volta che si era trovato di fronte al peccato.

All’improvviso sembrò che i battiti del suo cuore diventassero colpi di bastone. Si risvegliò dal torpore e disse “Avanti!”.

Un soldato del suo plotone aprì la porta, entrò nella stanza e si fermò sull’attenti in attesa del permesso di entrare. Quando questo gli fu accordato disse:

“Domando scusa, Cavalier Cristoforo, non avrei osato disturbarla se il messaggio non fosse della massima importanza!”

“Di che si tratta, per l’amor del Cielo?”

“Tarantasio, signore…”

Cristoforo spalancò gli occhi, e fu come se fosse scivolato e stesse precipitando in quel nero che si era immaginato poco prima.

“Un gruppo di barche di pescatori è affondato questa notte nel lago Gerundo. Soltanto due di loro non ce l’hanno fatta, risultano annegati. Quelli che si sono salvati affermano di avere visto il drago…”

Il Primo Giorno d’Indipendenza

L’unica paura che devi avere è di non sapere

MIA COUTO, L’altro lato del mondo

 

All’alba del 26 giugno 1975, il primo giorno d’indipendenza del Mozambico, Manuel si risvegliò incastrato tra le assi di un dhow, fradicio per gli spruzzi d’acqua di mare che scintillavano tutt’attorno. Il dhow era un semplice scafo di legno, con un albero maestro che sosteneva una vela triangolare. Era l’imbarcazione tradizionale con la quale i mwani, popolo di pescatori, si spostavano da un punto all’altro dell’arcipelago delle Quirimbas, le cui isole si allineavano una dietro l’altra lungo il margine del continente, come conchiglie infilate in una collana.

Il ragazzo si sforzava di dormire, con le braccia che si avvolgevano strette attorno alla sua testa per paura che gli esplodesse dal dolore. Quella lama che gli perforava le tempie, e quell’aridità che dalla lingua si propagava verso tutti i suoi organi, potevano essere l’effetto del sole che saliva nel cielo, sempre più alto e rovente, oppure di un attacco di babalaza, quel male di vivere che si manifesta dopo una notte di suicidio alcolico. La seconda ipotesi era più plausibile, dal momento che per i bairros e le strade di Porto Amélia i combattenti della Frelimo (Frente de Libertação de Moçambique) il giorno prima avevano dato inizio ai festeggiamenti per la fine della guerra. Manuel si era intrattenuto con i compagni fino a una certa ora, poi si era precipitato sulla spiaggia di Paquitequete, dove aveva preso accordi con Daúdo, che possedeva un dhow e per questo veniva chiamato capitão, per traghettarlo alla volta dell’isola di Ibo. Aveva dato di volta il cervello al giovane Manuel, che mai si sarebbe tirato indietro quando c’era da combattere o da bere, cantare o ballare, per perdersi quella notte di festa, esecuzione pubblica di una lunga sofferenza? Niente affatto, Manuel era solamente innamorato.

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Qualche settimana prima si trovava insieme ad alcuni compagni in una barraca nel bairro di Paquitequete, a mangiare lula grelhado[1] e bere birra di manioca. Era l’unico bianco in mezzo a muri di bambù e fango secco, e sotto tetti di foglie di palma da cocco. A breve distanza sorgeva la baixa[2] di Porto Amélia, con i porticati coloniali che sfilavano lungo Rua do Comércio, e l’unica bottega della regione a vendere prodotti europei, ma Manuel non sopportava di camminare su quelle strade morte e annusare la mancanza di odore di quelli con le sue stesse origini. La sua famiglia l’aveva messo al mondo in Mozambico venti anni prima, non aveva quindi dubbi su quale fosse la sua Patria amata. Con i compagni di guerriglia si parlava più che altro di amore e politica, che è una forma di amore anch’essa fino a che non si arriva alla divisione dei beni.

All’uscita dalla barraca i giovani si erano incamminati lungo la strada che dalla moschea va verso il mercato del pesce secco. Senza poterlo prevedere, né immaginare, all’improvviso Manuel inciampò in un battito del cuore, e in mezzo agli sguardi speranzosi apparve lei, un beijo de mulata, un fiore dai petali carnosi avvolto in una capulana sgargiante. Lui la salutò alzando il cappello, la ragazza lo ricambiò con un sorriso candido e sudato. Le domandò: “Come ti chiami?”. “Ornilda” rispose. “E dove abiti?” “Sull’isola di Ibo.” “Il mio nome è Manuel, verrò a prenderti alla fine della guerra!”, e si guardarono fino a perdersi di vista.

 

“Avremmo dovuto partire almeno due ore prima!” gridò Daúdo nella testa di Manuel, che rimbombava come una pentola vuota. “Eravamo d’accordo di partire due ore prima dell’alba, ma tu eri impegnato con gli altri soldati a fare festa mentre ti aspettavo sulla spiaggia!”.

Il ragazzo non capiva perché il capitão fosse così infuriato, legato com’era dalla nausea alle assi del dhow. “La marea sta calando, non riusciremo ad entrare in tempo nel porto di Ibo…” riprese Daúdo “Stiamo per incagliarci in una secca!”.

Manuel si sporse dal parapetto per osservare il fondale di sabbia e roccia sempre più nitido attraverso l’acqua cristallina. Il capitão ordinò al suo secondo di ammainare le vele e gettare l’ancora, da lì in poi sarebbe stato impossibile navigare. Mise una mano sulla spalla del giovane e gli indicò un varco in mezzo alle mangrovie. Gli disse che procedendo a piedi sempre dritto, orientandosi con la posizione del sole, avrebbe raggiunto Ibo in poche ore di marcia.

Si legò stretto un paio di sandali di cuoio, e con la sua borsa sgualcita sopra la testa saltò nell’acqua bassa che gli arrivava fino al ginocchio. Cominciò a marciare lentamente, strizzando gli occhi verso il limitare della foresta di mangrovie, che sembrava vicino ma per quanto camminasse non lo raggiungeva mai. Le fronde verde smeraldo in mezzo alle quali sciamavano gocce di luce dorata lo abbracciarono d’incanto, come nel passaggio da un sogno a un altro. L’acqua trasparente gli arrivava alla caviglia, il letto sabbioso sotto le suole dei suoi sandali era irto di giovani radici, tra le quali si rincorrevano i granchi violinisti. Sopra la sua testa eseguiva il suo programma un coro di richiami, una babele di voci che si raccontavano le cronache della foresta.

Un passo dopo l’altro le mangrovie si diradarono, la terra uscì definitivamente dal mare, e Manuel iniziò a procedere attraverso una macchia di arbusti percorsa da antichi sentieri. Si ritrovò a camminare sulla cima di un terrapieno, lungo il quale sorgevano di tanto in tanto capannine di legno. Il sentiero sopraelevato si intrecciava con altri simili che delimitavano profonde risaie, nelle quali maturavano pannocchie dai grani bruni dopo aver bevuto acqua salata per tutta l’estate e l’autunno. Chine sotto al sole, le donne del popolo mwani dalle capulanas variopinte, rimuovevano le erbe infestanti dal loro campo. Al passaggio di Manuel si alzavano, mostrando i loro visi impiastricciati di terra bianca.

Oltre le risaie, alla boscaglia si alternavano fazzoletti di terra coltivata, nei quali crescevano alcune rachitiche piante di manioca e cespugli di caffè. Manuel aveva sentito parlare del caffè di Ibo, che era di varietà robusta, era stato dimenticato sull’isola dagli arabi chissà quando, e lì era rimasto come un naufrago, godendosi il caldo tropicale e senza impegnarsi troppo per migliorare il proprio aroma.

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Ibo, una città muta ma non sorda. Tutt’altro che povera di qualsiasi genere di suono, l’unico che non si udiva era quello delle parole. Manuel si ritrovò a camminare per una via diritta, lungo la quale si allungavano i porticati di vecchie case dalle colonne scrostate, alberi di mango, anacardo e neem. Nell’ombra dei colonnati si incontravano di tanto in tanto qualche sedia divelta, o un tavolo senza gambe. Le finestre non avevano più i vetri, finiti in frantumi sui pavimenti sventrati dalle radici degli alberi. I rampicanti si insinuavano lenti e inesorabili attraverso i tetti crollati. Le rovine conducevano ad una piazza, dove troneggiava una chiesa dalle sopracciglia moresche a cui avevano cavato gli occhi. A lato dell’edificio si rannicchiava un piccolo cimitero dalle lapidi divelte e i nomi cancellati dal tempo. In mezzo alle tombe un ragazzino magro dallo sguardo inconsapevole teneva d’occhio alcune capre che brucavano le sterpaglie. Manuel gli domandò dove si trovasse Ornilda, e il pastore gli indicò di proseguire lungo quella via.

Di alcune case non era rimasto che il guscio, la foresta ne aveva divorato l’interno. Sotto i portici costruivano il loro grande nido collettivo gli uccelli tessitori, i rapaci si nascondevano nei comignoli, e lungo i muretti le scimmie saettavano impunite, rincorrendosi e schiamazzando. Il ragazzo raggiunse uno spiazzo intorno al quale si raccoglievano le capanne degli abitanti. Erano tipiche palhotas, costruite con ciò che si poteva raccogliere sull’isola. Alcune donne con la faccia imbiancata sedevano all’ombra delle palme da cocco che crescevano nei loro cortili, simulando una vendita di cipolle, mango e pesce secco. Manuel sapeva quanto fosse importante la palma da cocco, della quale non si buttava via niente. I frutti erano un’importante fonte di nutrimento, con le foglie intrecciate si realizzava il macuti, con cui si ricoprivano le palhotas, e le radici avevano il potere di curare il mal di testa e altri dolori.

Addentrandosi nell’aldeia[3], Manuel ritrovò Ornilda all’ombra di una tettoia di bambù, accovacciata davanti a una pentola posta sopra una stufa a carbonella, intenta a rimestare la xima, una polenta bianca ottenuta mescolando farina di manioca e acqua. Anche il suo viso era ricoperto di terra bianca, ma questo non negava alla sua bocca la libertà di chiamare Manuel. Non potendo interrompere il suo lavoro, lo salutò con una scintilla accesasi nei suoi occhi in quell’istante, si inumidì le labbra e chiamò il padre perché uscisse ad accogliere l’ospite. Il senhor Abudu uscì dalla porta della palhota trascinando i piedi nella polvere. Indossava soltanto un gonnellino, un paio di sandali e per l’occasione un braccialetto d’argento. Con l’età gli era cresciuta una barba ispida e i capelli si erano diradati. Invitò l’ospite a sedersi su un letto di corde intrecciate, e gli chiese da dove arrivasse.

“Il mio nome è Manuel, mio padre, Afonso, è nato a Timor Leste, per trasferirsi in seguito a Lourenço Marques[4], dove ancora vive. Ho studiato scienze agrarie all’università, e ho combattuto con la Frelimo e il presidente Machel nella Guerra di Liberazione, che finalmente si è conclusa.” Raccontò il giovane. Il senhor Abudu rimase un po’ a pensare a quelle notizie incredibili, e disse:

“Interessante, non sapevo che ci fosse una guerra.”

“Non direte sul serio!” ribatté Manuel incredulo “È stata una lunga guerra, durata più di dieci anni, con la quale siamo riusciti a liberare il Mozambico dagli oppressori portoghesi…”

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“Vi chiedo scusa, ma qui sull’isola non è arrivata alcuna notizia di nessuna guerra. Raramente Ornilda si reca a Porto Amélia a vendere il pesce secco, quando è strettamente necessario, ma sa che per noi di Ibo quel che avviene da altre parti è tabù. Lei non si informa e noi non chiediamo.”

“Sono senza parole… questa città è stata un avamposto portoghese per almeno tre secoli, lo testimoniano le rovine degli edifici, è la Storia che parla!”

“Spiacente, ma non ne so nulla. Non so di nessun portoghese passato per quest’isola.”

“Non conoscete niente del vostro passato?”

“Nascita, vita, morte, è questo che conosciamo, nient’altro ci hanno insegnato i nostri antenati.”

Poco prima del tramonto la famiglia si riunì davanti all’ingresso della palhota per consumare il pasto. Si prendeva con le dita, direttamente dalla pentola posta al centro della famiglia seduta a terra in cerchio, un boccone di xima, lo si impastava con il carril di pesce cotto insieme ai noccioli di mango, e alla matapa, una salsa di foglie di manioca e anacardi. L’arrivo dello straniero era motivo di festa nella palhota, Ornilda e le sue sorelle avevano cucinato tutto il pomeriggio, mentre Manuel discorreva con il senhor Abudu seduti sui letti di corde. Alla fine del pasto la madre di Ornilda, dona Carminda, servì all’ospite un bicchiere di caffè di Ibo che coltivava lei stessa nella sua machamba[5].

Il mattino seguente al sorgere del sole, la bella Ornilda svegliò Manuel, che dormiva nell’angolo più fresco del cortile. Gli sussurrò di seguirla, l’avrebbe condotto in un posto magico, e il ragazzo si alzò eccitato pronto a partire. Si lasciarono l’aldeia alle spalle, e come si trovarono abbastanza lontani lei gli prese la mano, e camminando più spedita lo trascinò lungo un sentiero stretto attraverso una macchia di arbusti. Procedendo lungo quel tracciato, con l’orizzonte nascosto dalle fronde, si cominciò a sentire sempre più vicino il frastuono dell’oceano che si infrangeva sugli scogli.

Sbucarono in una spianata ricoperta di sabbia, sopra la quale incombeva un’imponente muraglia grigia con al centro un grande portone. I battenti di legno vecchio erano socchiusi, così i due ragazzi poterono sgattaiolare all’interno. Si ritrovarono in un atrio scuro, cosparso di pezzi di legno appartenuti a panche, tavoli, e altri frammenti di una vita quotidiana svanita, polverizzata. Da lì, attraverso un grande arco, si accedeva alla piazza d’armi.

Dall’enorme spazio partiva una scala che portava in alto ai camminamenti. Il forte aveva la forma di una stella, e dalle sue torrette era possibile sorvegliare tutta l’isola e il tratto di mare circostante. Le possenti mura si appoggiavano su un’antica barriera corallina, le cui rocce erano taglienti come rasoi. Manuel si aggirò esterrefatto lungo i camminamenti, sbirciando attraverso ogni feritoia l’ignoranza dell’abbandono. Notò ad un tratto che Ornilda si era allontanata, ridiscendendo le scale verso la piazza, così la seguì.

La ritrovò in una stanza dal tetto a volta, il pavimento ricoperto di polvere e due lame di luce che penetravano attraverso due finestrelle ai lati della porta d’ingresso. Ornilda si era slacciata la capulana, l’aveva adagiata a terra e su di essa si era distesa, nuda in attesa di Manuel, con una mano nascosta in mezzo alle cosce strette l’una all’altra. Per sua formazione politica il giovane non credeva in Dio, ma lo ringraziò ugualmente per avergli permesso di sopravvivere alla guerra. Fecero l’amore fino a che non cominciò ad essere troppo caldo, momento in cui si addormentarono.

Verso la fine del pomeriggio il ragazzo si risvegliò, alzò lo sguardo appoggiandosi sui gomiti, e prese a guardarsi attorno. Vide che a lato della stanza si apriva un porta che prima non aveva notato… Si infilò i pantaloni per dirigersi verso quel passaggio, per scoprire che cosa celasse.

Entrò in una nuova stanza dalle pareti graffiate dai messaggi lasciati da tante altre anime transitate di lì, e impregnate di un pungente odore di muffa. Tutt’attorno, a ridosso dei muri, si allineavano vecchi scaffali di legno che stavano per cedere sotto il peso di cumuli di carta ingiallita, dalla quale si staccava un nevischio di frammenti che di anno in anno venivano soffiati via dall’oblio. La ragazza fece il suo ingresso nella stanza stringendosi la capulana al petto, e con parole assonnate domandò a Manuel: “Che cos’è questo posto?” Egli sorrise fissandola negli occhi: “La nostra storia… il nostro passato è tutto qui. Non eri mai entrata in questa stanza?” “Mille volte, ma nessuno di noi è capace di leggere.”

Il combattente si mise ad esaminare le carte, e dopo essersi accorto di ciò che contenevano, con le pupille ancora perse in mezzo ai fogli, disse: “Guarda, Ornilda, questi sono tutti documenti che servivano ai portoghesi per amministrare le loro colonie in Mozambico. Un pezzettino alla volta raccontano di come sono andate le cose. Nei secoli passati Ibo era il capoluogo della regione, dal momento che aveva una posizione strategica lungo le rotte commerciali, ed era perfetta come luogo per il mercato degli schiavi. Le persone venivano prelevate nei villaggi nel centro dell’Africa, incatenate e costrette con la forza a marciare fino alla costa. Gli uomini e le donne abbastanza forti da sopravvivere alla tratta venivano venduti all’asta ai mercanti di esseri umani. Rinchiusi in questa fortezza trascorrevano gli ultimi giorni prima di essere deportati per nave, lontano, al di là dell’oceano. Ad un certo punto del secolo scorso fu abolita la schiavitù in tutto il mondo, e tale commercio cominciò a rivelarsi meno redditizio, così

Ibo fu gradualmente abbandonata e il centro amministrativo della regione fu trasferito sul continente, a Porto Amélia. I colonizzatori si portarono via tutto, non lasciarono altro che le ossa spolpate del loro impero. Solo allora, in un’isola ormai deserta e cosparsa di rovine, i mwani poterono ritornare a vivere nella loro terra d’origine, e dedicarsi alle loro attività tradizionali fuori dalla linea del tempo, orfani di un principio e ignoranti del destino, in un perpetuo ritorno dei monsoni e della siccità.” Quando, terminato il suo racconto, Manuel si voltò, trovò Ornilda distesa nella polvere priva di sensi.

La ragazza si risvegliò alla fine di un sonno tormentato, avvelenato dalla febbre e soffocato dal sudore. Riaprì gli occhi nel cuore della notte, sdraiata su un letto di corde all’interno dell’unico locale della palhota, vegliata dal senhor Abudu, dona Carminda e Manuel. Il padre la guardava nel modo inespressivo di chi ha affidato la propria esistenza ad uno spirito inintelligibile che regna sulla vita e la morte. Quando la figlia gli rivolse lo sguardo, alzò un ringraziamento al cielo, e le domandò se stesse bene.

“Sto bene,” confermò Ornilda “ma il mio sonno è stato pieno di sogni.”

“Quali sogni?” domandò Manuel allarmato.

“Ho visto in sogno cose mai conosciute prima, inspiegabili… che non sono ancora accadute. L’ultimo ricordo che ho è di quando nell’archivio abbandonato hai finito di raccontare del passato. Dopo quel momento sono cominciate le visioni…”

“E che cosa hai visto?”

“Mi è rimasta impressa un’immagine, come un’esperienza che non ho mai avuto. So che presto arriverà una lettera.”

“Una lettera? Da chi? E da dove?”

“Una lettera dal futuro…”

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Nei giorni seguenti Ornilda proseguì ad avere visioni ogni volta che si addormentava. Al suo risveglio, rimanevano impresse dietro ai suoi occhi le immagini di ciò che sarebbe successo, e si recava alla palhota delle persone coinvolte in quei sogni, per portare loro predizioni del futuro. Dopo qualche tempo la ragazza cominciò a ricevere qualche compenso per l’attività svolta. Non fu difficile verificare la veridicità delle sue premonizioni. A quattro donne dell’aldeia aveva annunciato l’arrivo di figli, e in breve tempo tutte queste erano rimaste incinte. Si era raccomandata con un pescatore di avvertire i suoi figli di prestare attenzione nell’uscire in mare. Di lì a pochi giorni, una sera in cui si era alzato un forte vento, uno di loro cadde dal dhow durante una battuta di pesca, rimase impigliato in una rete incastrata tra i coralli e morì affogato, per quanto i fratelli tentassero di portarlo in salvo.

L’amore con Manuel diventò quasi rituale. Da quel giorno all’archivio dimenticato nella fortezza la sua vita non era stata più la stessa. Si univa allo straniero con la devozione di una preghiera per onorare l’arrivo di un messaggero da un altro luogo, che aveva aperto gli occhi alla gente, svelando loro la verità e liberandoli dall’oblio. Ornilda sperava che da quegli amplessi si generasse prima o poi un figlio, perché sentendosi ormai irrimediabilmente diversa dalle altre donne di Ibo, non era certa che qualcuno in futuro l’avrebbe chiesta in moglie.

“Qui a Ibo non avevamo mai avuto un’indovina prima d’ora, è segno che qualcosa sta cambiando.” Sentenziò il senhor Abudu con gli occhi fissi davanti a sé.

“Molte cose sul continente sono già cambiate.” Fu la risposta di Manuel.

“Dove andremo a finire?”

“Non lo so, e temo che nemmeno Ornilda possa sognare tanto in là.”

“Un futuro misterioso e imperscrutabile incombe su di noi, e non sappiamo che cosa fare. Il tempo dei nostri antenati si è dissolto, non siamo più noi a governarlo, ora il tempo ci viene dettato da qualcuno che sta là fuori.”

Manuel guardò quell’uomo dal profondo del suo giovane cuore invecchiato, e gli disse: “Abbiamo combattuto e sofferto tanti anni perché sognavamo di essere noi a scrivere le nostre regole. Ora che il Mozambico è indipendente è libero di essere ciò che desidera, ma per sognare in modo saggio deve conoscere il proprio passato. Solo partendo dalla propria storia sarà in grado di costruirsi un futuro.”

La lettera arrivò, portata dal dhow di Daúdo, che azzeccando la marea giusta era riuscito a gettare l’ancora davanti alle rovine del porto di Ibo. Manuel si fece largo tra la folla che si era radunata sulla spiaggia. La gente si faceva da parte lasciandolo passare, con la muta consapevolezza che solo lui con le sue competenze avrebbe potuto svelare l’arcano di quella lettera tanto attesa. Manuel era infatti l’unico sull’isola a saper leggere. Il senhor Abudu e Ornilda lo seguirono per restargli vicino, e per non perdersi neanche un sospiro di quegli eventi cruciali.

Daúdo consegnò nelle mani di Manuel una busta bianca, con il nuovo stemma della Repubblica del Mozambico, agricoltura, istruzione e lotta armata. Il capitão aveva ricevuto l’ordine di portare la lettera nelle mani del capo dell’aldeia, solo che gli abitanti di Ibo non si erano mai preoccupati di nominarne uno. Così il giovane combattente aprì la busta, dispiegò il foglio in essa contenuto e a voce alta proclamò:

“Lourenço Marques, 26 giugno 1975. Questa lettera proviene dal Governo, dice che in conseguenza alla riforma della pubblica amministrazione, seguita alla formalizzazione dell’indipendenza della Repubblica dal Portogallo… La città di Ibo è stata dichiarata capoluogo dell’omonimo distretto, che comprenderà la nostra isola e quelle più prossime… A breve giungerà a Ibo il capo-distretto, nominato dal Governo centrale, insieme ad alcuni membri del personale tecnico-amministrativo… i primi compiti del governo locale saranno l’organizzazione e la razionalizzazione delle attività economiche, agricoltura e pesca in primo luogo; la costruzione della rete elettrica e idrica; la costruzione di una scuola e di un centro di assistenza medica; la riscossione di imposte… Un futuro di prosperità attende i nostri figli nella nuova Repubblica del Mozambico, siamo un popolo meraviglioso, costruiamo uniti il futuro della nostra Patria Amata!”

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Da quel giorno gli abitanti di Ibo cominciarono ad attendere che le promesse di un futuro migliore si realizzassero. Così, in seguito alla firma che sancì il loro ingresso ufficiale nel corso degli eventi, si resero conto di essere poveri. Fu insegnato loro che dopo la morte c’è qualcos’altro, impossibile dire che cosa, ma certamente non si tratta di vita, perché nel nuovo sistema tutto si trasforma, nulla si rigenera.

Il mare grosso dell’inverno australe ritardò di alcune settimane l’arrivo del capo-distretto. Il dhow che lo accompagnava nella sua nuova sede gettò l’ancora davanti alle rovine di Ibo una sera di settembre, con solo il canto delle balene riunitesi lì per partorire ad accoglierlo.

Quella notte la bella indovina sognò Manuel, che dopo averla amata le diceva:

“Ornilda, il nuovo capo del distretto ha portato una lettera indirizzata a me, spedita dal comandante del battaglione con il quale ho combattuto durante la Guerra di Liberazione. Mi informa che è scoppiata la guerra civile, e sono quindi richiamato alle armi per difendere la Patria dai ribelli, sostenuti dai nostri nemici imperialisti. Se ti lascio è per amore, perché questa terra io l’amo con tutta la mia anima, e difendendola proteggo anche te, che sei il fiore più bello dell’Africa e sei la mia sposa. Addio Ornilda, spero di rimanere vivo per poter ritornare a riprendermi il cuore che lascio con te, su quest’isola, nel futuro…”

Quando si risvegliò, il cambiamento si era portato via Manuel, la sua borsa e il suo cappello.

Che sia maledetta la guerra, e anche la pace.

Siano maledetti la Patria, l’Unione Sovietica, l’apartheid e gli imperialisti.

E sia maledetta Ibo.

[1] Calamaro grigliato

[2] Quartiere centrale di Porto Amélia – che dopo l’indipendenza assunse il nome di Pemba – costruito dai coloni portoghesi

[3] Villaggio

[4] Capitale del Mozambico, che dopo l’indipendenza cambiò il nome in Maputo

[5] Campo dove le famiglie contadine praticano un’agricoltura di sussistenza

Melanzana Arbëreshë

Era una limpida giornata d’agosto, io e mia sorella stavamo trascorrendo le vacanze a zonzo attorno al massiccio del Monte Pollino, senza un piano né una destinazione, solo con un’automobile, un pieno di benzina e qualche risparmio nella cassa comune.

All’agriturismo ci avevano parlato di alcuni paesi della zona dove, in barba ai secoli e all’economia globale, sopravviveva la cultura Arbëreshë, tramandata dai discendenti degli Albanesi i quali, a partire dal XV secolo, avevano dovuto abbandonare le loro terre per scampare all’invasione dei Turchi, rifugiandosi nei più remoti anfratti dell’Italia Meridionale. Con la loro lingua arcaica, il rito greco-ortodosso, i costumi tradizionali portati dall’Est, e i tessuti di filo di ginestra, gli Arbëreshë si ritrovano oggi disseminati in decine di comunità lungo l’Appennino, dall’Abruzzo alla Sicilia. I loro insediamenti sorgono in alto, arroccati sui crinali, saldi su contrafforti montuosi, come isole che emergono dal fiume dei secoli resistendo alla forza della corrente.

Avevamo parcheggiato nel paese di San Costantino, un borgo di una certa importanza nella valle del Sarmento. Cominciammo la visita, e ci ritrovammo in una piazzetta dalla forma irregolare, sulla quale si affacciavano alcune vecchie case assonnate, con le imposte socchiuse come palpebre su un meritato riposo. Sotto alle finestre e presso le porte vi erano muretti bassi, dall’aspetto molto spartano. Più importanti persino di un pulpito, sopra questi la gente usa sedersi la sera per riposarsi, rigenerarsi al soffio della brezza che scende dai monti, ma soprattutto chiacchierare.

Stavamo leggendo alcune notizie sulla guida, quando udimmo avvicinarsi lo sciabattare sgraziato di passi corti e rapidi. D’un tratto si fermarono, il rumore scomparve, alzammo lo sguardo dalla pagina e fummo acchiappati da due occhi sguerci, sbarrati, di un azzurro sbiadito per gli anni che non ci lasciava via di scampo. Eravamo prigionieri di un paio di lenti progressive, con le stanghette nascoste da un sottobosco arruffato di capelli grigi. Una mappa di rughe si disegnava ordinata attorno a una bocca che dopo tanti decenni trascorsi a respirare poteva permettersi bene di sorridere a suo totale piacimento. Il suo collo si protendeva in avanti, curioso di quasi tutto ciò che capitasse nello spazio attorno, partendo da spalle fragili dalle quali pendeva una vestaglia a fiori. Portava nelle mani una fondina, coperta da un piatto piano rovesciato e avvolta in uno straccio a quadretti rossi.

“Scusate se vi guardo così da vicino…” ci disse arricciando le consonanti attorno alla lingua prima di liberarle, “Ma non ci vedo tanto bene.”

Le rispondemmo di non preoccuparsi, comprendevamo, così riprese:

“Da dove arrivate voi?”

“Da Milano!”

“Ah, bene!” e porgendoci il fagotto che aveva in mano continuò: “Le volete due melanzane che mi sono avanzate? Le stavo portando alla mia vicina, ma non era in casa, sarà andata dalla figlia.”

“Lei è molto gentile, ma abbiamo già mangiato…”

“Le ho cotte stamattina, sono fresche! Avrei dovuto farne di meno, che fastidio mi dà buttare via la roba da mangiare… ma è stata una giornata proprio strana, sapete? Ah! Scusatemi, mi chiamo Delmina, e abito in quella casa là, con il balconcino davanti alla porta d’ingresso e i vasi con i tagete e la lavanda. Che cosa vi volevo dire? Ecco… io mi sveglio molto presto di mattina, non riesco a dormire tante ore, ma dicono che a una certa età sia normale, chi lo sa? Insomma, comincia ad intravedersi l’alba attraverso le fessure delle imposte, ed io sono seduta sulla mia poltrona alla luce di una lampada, a leggere il mio libro albanese. Non è proprio uguale alla lingua Arbëreshë, ma si assomigliano e riesco a comprendere tutto bene con una certa fluidità. Mi serve per tenere il cervello in esercizio e non perdere la grammatica e il lessico.

“Come vedo che si fa giorno spengo la lampada e mi alzo per andare ad aprire le imposte. Esco sul balconcino per vedere che tempo fa, guardo i miei fiori, guardo le finestre delle vicine, guardo la piazzetta… e per poco non mi viene un accidenti. Sarà che non vivo più in città da alcuni anni e non sono più abituata, ma mi sale qualcosa che non vi so descrivere. Spavento o rabbia, mi scoccio non poco. Proprio qui, dove siete seduti voi adesso, ci trovo un uomo sdraiato, tutto avvolto in una felpa con il cappuccio e la testa appoggiata ad uno zaino sudicio da buttar via. Ma il bello è che non è qualcuno del paese, è un negro!

“Non me ne frega niente che non si dica… ho studiato anch’io alle scuole magistrali, non sono un’ignorante, ma ai miei tempi si diceva negro, e ormai vado avanti così. Comunque, non si può venire nel nostro paese e dormire per strada, non mi interessa se voi giovani la pensate diversamente, non si fa. E allora infilo i piedi in un paio di zoccoli, mi metto uno scialle sulle spalle, scendo le scale e vado verso di lui. Intanto gli grido Signore! Scusi lei! Non può stare qui, si alzi, per favore!

“Nel vederlo più da vicino mi piange il cuore, non è che un ragazzo, è difficile dare un’età a questa gente, ma secondo me non ha più di vent’anni. Maria Santissima se puzza… Gli ripeto di alzarsi, ma questo mi guarda intontito. Gli domando di dove sia, e mi risponde: Nigeria. Trattandosi di un Paese anglofono mi metto a parlargli in inglese, e lui mi dice di chiamarsi John.

“Lo invito a salire in casa mia, che cosa avrei dovuto fare secondo voi? Gli dico di sedersi su una sedia e di appoggiarsi al tavolo della cucina, intanto penso a che cosa dargli da mangiare. Mi viene in mente che nel frigorifero ho alcune melanzane rosse di Rotonda, che sono tipiche delle nostre parti, e decido di preparargliele in una vecchia maniera Arbëreshë.

“Così, per conversare, chiedo a John di raccontarmi qualcosa di sé, innanzitutto il motivo per il quale ha lasciato il suo Paese. Mi risponde che gli integralisti religiosi hanno attaccato la sua casa, perché la sua famiglia era di fede diversa, hanno torturato e ucciso tutti, tranne lui che è riuscito a scappare. Ha attraversato territori di guerra con una condanna a morte sulla testa, il deserto del Sahara, le prigioni libiche, e il mar Mediterraneo. Ha lavorato come uno schiavo nei campi di pomodori, poi è riuscito a liberarsi anche da questo giogo e ha cominciato a risalire la Penisola a piedi, diretto verso nord. Rimango così colpita dalla storia terribile di John che sbadatamente afferro il barattolo del sale e lo apro, dimenticandomi che io il sale lo tengo al posto dello zucchero. Utilizzo questo stratagemma per nascondere un centinaio di Euro in contanti, per le emergenze.

“Prendo il coltello, il tagliere, e comincio ad affettare le melanzane. Preparo anche un soffritto di olio extravergine d’oliva e aglio. John ha smesso di parlare, forse si è stancato troppo nel raccontare il suo viaggio, così cerco di intrattenerlo io con qualche chiacchiera. Gli racconto di quando ero ragazza, ed ero stata costretta a lasciare il mio paese, prima per studiare, poi per lavorare come insegnante, a Modena. Gli parlo di mio marito, e della sua morte, dopo la quale sono tornata qui a San Costantino, e ho ritrovato le mie radici. Metto le melanzane a cuocere nella padella insieme al soffritto, alla fine aggiungo il sale, il basilico e le molliche di pane. Riempio un piatto e lo servo al povero John. Lo lascio solo qualche minuto, dovendo andare in bagno, che cosa avrà mai potuto combinare in quel poco tempo?

“Al mio ritorno in cucina… il ragazzo si è volatilizzato, portandosi dietro tutta la sua roba. Le melanzane sono rimaste nel piatto, con l’eccezione di qualche cucchiaiata. Avrebbe voluto mangiarle, ma troppa era la fretta. Guardo dentro al barattolo del sale, e constato che i soldi non ci sono più, se li è portati via.

“Non fate quelle facce, non me la sono affatto presa per il denaro. Che cosa volete che vi dica, ragazzi? Tra di noi dobbiamo sforzarci di capirci, nel Mediterraneo siamo tutti profughi.”

Killa Pacchuri – Il Figlio della Luna

La mia amica Maria Valdez, dell’associazione Un Nuevo Mundo, mi ha invitato all’inaugurazione della mostra dell’artista ecuatoriano Juan Caiza, Killa Pacchuri – Il Figlio della Luna, che si tiene presso la Hernandez Art Gallery, a Milano in via Copernico 8, dal 13 maggio al primo di giugno. Che cosa mi aspetto? Che i colori e i calori del Sudamerica squarcino la monotonia di una giornata di pioggia, in una metropoli in conflitto eterno con il grigio che la opprime.

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Particolare del quadro Calcolatore del Tempo (Davide Cinquanta 12/05/2016)

Mi ritrovo invece in un paesaggio irreale, magico e desolato. L’artista ha preferito rappresentare l’Ecuador delle alte quote, le vette delle Ande, dove il paesaggio è arido e spettrale, lontanissimo dall’opulenza della foresta e dal luccichio dell’Oceano Pacifico. Ci accompagna in un viaggio interiore ed esteriore per questi spazi solitari, che tra tutte le regioni della Terra sono quelle che per la loro altezza più si avvicinano alla Luna, la sua musa ispiratrice. La Luna appare in ognuno dei dipinti esposti, volto dell’autrice e narratrice delle antiche storie raccontate.

Sono miti che arrivano da lontano, nello spazio e nel tempo, la sensazione di non riuscire a comprendere un linguaggio così distante e diverso, non abbandona mai. Le vibrazioni emotive che si propagano dai colori, sono però universali. Il cammino procede nell’ignoto, fino a che…

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Particolare del quadro Caccia al Cervo (Davide Cinquanta 12/05/2015)

Il percorso artistico si fa così astratto da diventare concreto, compaiono dei peperoncini. Il loro colore e la loro forma sono inconfondibili – e Maria che se ne intende più di me lo conferma – si tratta di Ají Amarillo.

L’anno scorso ad un convegno citai l’Ají Amarillo come una delle colture tipiche delle Ande, e guardai verso alcuni rappresentanti originari di quella zona, sperando di non aver detto nulla di errato. A dirla tutta non è che sapessi molto su questo ortaggio, infatti non era questo il principale argomento del mio intervento. Con mio grande sollievo essi annuirono con approvazione, confermando: “Praticamente hai detto tutto!”. La cultura andina che ha un legame particolare con la mia città, Milano – le comunità originarie di questi Paesi sono numerose e attive, abbiamo conosciuto gli Inti Illimani tanto che sembrava di vederlo el condor pasa, siamo concittadini dell’esploratore e botanico Antonio Raimondi, e andiamo pazzi per la Quinoa – non esisterebbe senza l’Ají.

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Particolare del quadro Mondo Sconosciuto (Davide Cinquanta 12/05/2016)

L’Ajì è così importante che mi soffermo a lungo a guardare l’arancione vivido della sua buccia, la sua tendenza ad arricciarsi in infiniti modi mai uguali a se stessi, ed il loro disporsi a corona, come in un piatto ideale, attorno a un pesce. Il sapore di una spezia è il carattere del popolo che la utilizza. Il tono piccante richiama il calore del fuoco – o dei vulcani – ed emozioni intense, erotiche, irrazionali, ma anche la salute e la salvezza, per il suo potere di sanificare il cibo e proteggere il corpo da eventuali germi presenti.

Vengo distolto solo da Stefano Belloni, che come omaggio all’amico Juan Caiza sta cantando Gracias a la vida, degna conclusione di un viaggio, una preghiera innalzata alla vita declinatrice di bellezza, reale, immaginaria, vicina, lontana, lunare.

“Na biblioteca não tém livros”

Daúdo il capitano siede al timone, il suo luogotenente rimane appollaiato a prua in attesa di ordini. La sua funzione più importante ora è bilanciare il peso di questa piccola barca a motore di sei, forse sette metri, che trasporta taniche di benzina, pali di bambù, ortaggi freschi, e me. La terra di Mozambico nasconde la propria fronte con una frangia di mangrovie, dando un mistero sensuale al suo sguardo. In così tanti anni di navigazione il capitano ha imparato bene come sedurla, e conosce con sicurezza la rotta che dalla spiaggia di Tanganhanga porta all’isola di Ibo, nell’arcipelago delle Quirimbas.

Con la barca procediamo lungo una via di mare che attraversa la foresta di mangrovie, una città aliena profondamente verde, multirazziale, dove si cinguettano, gracidano, ringhiano, urlano, guizzano migliaia di lingue diverse. Immagino quel tempo in cui Manuel, diventato mio amico lavorando insieme nel mato, percorreva questa stessa strada tra la guerra di Liberazione e la guerra civile.

Manuel proviene da una famiglia portoghese, e si unì alla Frelimo – Frente de Libertação de Moçambique – per contribuire ad un futuro più giusto per il suo Paese. Forse la Storia non è andata proprio come si aspettava. Tra i suoi racconti imbevuti di saudade, che nell’edizione mozambicana di Manuel è un sentimento tra la delusione profonda e l’anelito verso un mondo che non esiste ancora ma ci stiamo arrivando, mi viene in mente quello in cui lo Stato, avvenuta la pacificazione a metà degli anni ’90, fece costruire biblioteche in ogni distretto, lasciandole però vuote. “Io non ho preso in braccio il fucile a diciassette anni per vedere biblioteche senza libri!” esclama l’antigo combatente (il veterano) “Che cosa ci dobbiamo fare? A luta continua, David!”.

Raggiungiamo la spiaggia di Ibo nel tardo pomeriggio, Daúdo getta l’ancora dove lo permette la marea, più vicino possibile ai ruderi coloniali di cui è fatta la città. Chiara, affacciata alla finestra dell’ostello, ci sta aspettando dalla mattina. I generi che trasportiamo, sull’isola non si trovano. La sua risata mi abbraccia all’arrivo, anche gli amici da queste parti qualche volta scarseggiano.

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Passeggiata per le vie di Ibo (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Oggi di Ibo restano solo vecchie storie corrose dalla salsedine dell’Oceano Indiano. Nei portici ombrosi, attraverso le finestre accecate, sotto i tetti crollati, la foresta sta piano piano prendendo il posto dei silenzi lasciati dall’uomo bianco. Ibo è stata per secoli l’avamposto dei Portoghesi nel Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. Nella sua Fortaleza a forma di stella stazionava la guarnigione e si mercanteggiava in avorio e schiavi. Nel 1929 il capoluogo della regione fu trasferito sulla terraferma, nella vicina città di Porto Amélia che oggi è conosciuta con il nome di Pemba, e da allora l’unico titolo che può vantare l’antica Ibo è quello di paradosso temporale.

 

Con una bicicletta prestatami da Chiara, pedalando a fatica lungo la strada sabbiosa, esco dalle vie diritte su cui si allineano le rovine, attraverso il villaggio di capanne dove vivono i pescatori mwani, e raggiungo la Fortaleza de São João Baptista. Rimango accecato dalla luce del giorno che si riflette sulle sue mura bianche e screpolate. Varcato il portone aspetto alcuni istanti per abituarmi alla penombra che all’improvviso mi è piombata addosso, e mi ritrovo faccia a faccia con il bigliettaio, che nella sua eterna attesa di un turista intreccia braccialetti di filo d’argento.

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Piazza d’armi della Fortaleza de São João Baptista (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Attraverso la piazza d’armi, schiacciata in uno stato di non-morte da un cielo azzurro pesante come una pietra tombale. Mi infilo dentro una porta di legno socchiusa per ritrovarmi in una stanza vuota con solo un cubo di pietra alloggiato in una nicchia, a ricordo che un tempo quel luogo doveva essere una cappella. Gli unici ornamenti rimasti sono le ragnatele che pendono dal soffitto.

 

Nella stanza attigua, come nella precedente, sul pavimento si stende un tappeto di polvere e sabbia, e il bianco delle pareti è straziato da graffi, croste e strappi. La luce che si diffonde dalle finestre rivela uno scaffale che corre lungo tutto il perimetro del locale. Sulle sue mensole è ammassato l’archivio della Fortaleza, documenti di ogni tipo che raccontano stralci dei secoli passati, di cui nessuno si prende più cura. Vi sono soprattutto giornali dell’epoca coloniale, su cui vengono riportate leggi, decisioni, notizie e quant’altro potesse essere interessante per l’amministrazione della regione. Basta soffiarci sopra che quelle voci vanno in frantumi e si perdono in mezzo alla polvere.

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Vista sull’Oceano Indiano dalle mura della Fortaleza (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Nella biblioteca non ci sono libri, e i documenti che narrano il passato si stanno decomponendo in un archivio di pietra.