“Na biblioteca não tém livros”

Daúdo il capitano siede al timone, il suo luogotenente rimane appollaiato a prua in attesa di ordini. La sua funzione più importante ora è bilanciare il peso di questa piccola barca a motore di sei, forse sette metri, che trasporta taniche di benzina, pali di bambù, ortaggi freschi, e me. La terra di Mozambico nasconde la propria fronte con una frangia di mangrovie, dando un mistero sensuale al suo sguardo. In così tanti anni di navigazione il capitano ha imparato bene come sedurla, e conosce con sicurezza la rotta che dalla spiaggia di Tanganhanga porta all’isola di Ibo, nell’arcipelago delle Quirimbas.

Con la barca procediamo lungo una via di mare che attraversa la foresta di mangrovie, una città aliena profondamente verde, multirazziale, dove si cinguettano, gracidano, ringhiano, urlano, guizzano migliaia di lingue diverse. Immagino quel tempo in cui Manuel, diventato mio amico lavorando insieme nel mato, percorreva questa stessa strada tra la guerra di Liberazione e la guerra civile.

Manuel proviene da una famiglia portoghese, e si unì alla Frelimo – Frente de Libertação de Moçambique – per contribuire ad un futuro più giusto per il suo Paese. Forse la Storia non è andata proprio come si aspettava. Tra i suoi racconti imbevuti di saudade, che nell’edizione mozambicana di Manuel è un sentimento tra la delusione profonda e l’anelito verso un mondo che non esiste ancora ma ci stiamo arrivando, mi viene in mente quello in cui lo Stato, avvenuta la pacificazione a metà degli anni ’90, fece costruire biblioteche in ogni distretto, lasciandole però vuote. “Io non ho preso in braccio il fucile a diciassette anni per vedere biblioteche senza libri!” esclama l’antigo combatente (il veterano) “Che cosa ci dobbiamo fare? A luta continua, David!”.

Raggiungiamo la spiaggia di Ibo nel tardo pomeriggio, Daúdo getta l’ancora dove lo permette la marea, più vicino possibile ai ruderi coloniali di cui è fatta la città. Chiara, affacciata alla finestra dell’ostello, ci sta aspettando dalla mattina. I generi che trasportiamo, sull’isola non si trovano. La sua risata mi abbraccia all’arrivo, anche gli amici da queste parti qualche volta scarseggiano.

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Passeggiata per le vie di Ibo (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Oggi di Ibo restano solo vecchie storie corrose dalla salsedine dell’Oceano Indiano. Nei portici ombrosi, attraverso le finestre accecate, sotto i tetti crollati, la foresta sta piano piano prendendo il posto dei silenzi lasciati dall’uomo bianco. Ibo è stata per secoli l’avamposto dei Portoghesi nel Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. Nella sua Fortaleza a forma di stella stazionava la guarnigione e si mercanteggiava in avorio e schiavi. Nel 1929 il capoluogo della regione fu trasferito sulla terraferma, nella vicina città di Porto Amélia che oggi è conosciuta con il nome di Pemba, e da allora l’unico titolo che può vantare l’antica Ibo è quello di paradosso temporale.

 

Con una bicicletta prestatami da Chiara, pedalando a fatica lungo la strada sabbiosa, esco dalle vie diritte su cui si allineano le rovine, attraverso il villaggio di capanne dove vivono i pescatori mwani, e raggiungo la Fortaleza de São João Baptista. Rimango accecato dalla luce del giorno che si riflette sulle sue mura bianche e screpolate. Varcato il portone aspetto alcuni istanti per abituarmi alla penombra che all’improvviso mi è piombata addosso, e mi ritrovo faccia a faccia con il bigliettaio, che nella sua eterna attesa di un turista intreccia braccialetti di filo d’argento.

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Piazza d’armi della Fortaleza de São João Baptista (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Attraverso la piazza d’armi, schiacciata in uno stato di non-morte da un cielo azzurro pesante come una pietra tombale. Mi infilo dentro una porta di legno socchiusa per ritrovarmi in una stanza vuota con solo un cubo di pietra alloggiato in una nicchia, a ricordo che un tempo quel luogo doveva essere una cappella. Gli unici ornamenti rimasti sono le ragnatele che pendono dal soffitto.

 

Nella stanza attigua, come nella precedente, sul pavimento si stende un tappeto di polvere e sabbia, e il bianco delle pareti è straziato da graffi, croste e strappi. La luce che si diffonde dalle finestre rivela uno scaffale che corre lungo tutto il perimetro del locale. Sulle sue mensole è ammassato l’archivio della Fortaleza, documenti di ogni tipo che raccontano stralci dei secoli passati, di cui nessuno si prende più cura. Vi sono soprattutto giornali dell’epoca coloniale, su cui vengono riportate leggi, decisioni, notizie e quant’altro potesse essere interessante per l’amministrazione della regione. Basta soffiarci sopra che quelle voci vanno in frantumi e si perdono in mezzo alla polvere.

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Vista sull’Oceano Indiano dalle mura della Fortaleza (Davide Cinquanta 21/11/2015)

Nella biblioteca non ci sono libri, e i documenti che narrano il passato si stanno decomponendo in un archivio di pietra.

Rainbow caranguejo

Agli abitanti di Pemba piace ricordare che la loro città sorge sulla terza baia più grande del mondo, una perla di mare dove in settembre vanno a partorire le balene. Ma già sanno che dovranno dar via la loro più grande ricchezza, come prezzo in cambio dello sviluppo economico promesso alla loro terra. Il sole si sta abbassando su una breve domenica di un giugno invernale. Domani comincerà una nuova settimana dedicata a domare un sogno chiamato cooperazione internazionale, la ragione per cui ci troviamo nel nord del Mozambico.

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“Lita e Nina hanno comprato per strada una borsa di caranguejos appena pescati da portare da noi stasera!” annuncia ad un certo punto Teresa, una collega italiana che mi ospita in una stanza presso la sua casa, la Rainbow House, nel bairro di Nanhimbe.

“Che cosa sarebbe un caranguejo?” domando io, che sono arrivato solo da due mesi.

“In italiano si dice granchio!” mi risponde Chin, compagna mozambicana di Teresa.

“Ma qualcuno sa come cucinarlo?”

“Ci penso io.” mi tranquillizza Chin.

“Senti… perché non inviti anche Alastair?” aggiunge Teresa.

Mi faccio coraggio, e mando un messaggio a Alastair, ragazzo britannico che lavora per una fondazione che attua progetti di sviluppo. In fondo invitarlo non costa niente, al massimo risponderà che è impegnato ad allenarsi per una maratona che si svolgerà a fine mese alle Cascate Vittoria. Invece accetta, e chiede se può portare del vino rosso sudafricano.

“Ma basteranno i granchi per tutti?”

“In dispensa abbiamo un pacchetto di quinoa.”

Arrivati alla Rainbow House mi precipito in cucina. Apro il frigorifero cercando gli ingredienti per una zuppa di quinoa, basandomi più sul buon senso che su una ricetta scritta. Trovo prima di tutto una grossa cipolla, poi una zucchina, due carote, un peperone e una patata. Mi appoggio su un ripiano di legno sul quale si trovano due fornelli collegati ad una bombola di gas. Riempio un pentolino di acqua potabile e lo metto da parte. Teresa è molto rigida su questo, dopo che si è beccata una salmonellosi.

Faccio soffriggere la cipolla nell’olio d’oliva, poi una alla volta aggiungo tutte le verdure tagliate a cubetti, e per ultima una cascata di quinoa. Gradualmente, senza smettere di mescolare, verso l’acqua fredda nella pentola, regolando di sale ed insaporendo con del curry, retaggio dei commerci tra le coste del Mozambico e l’India.

Con quindici impeccabili e anglosassoni minuti di anticipo Alastair si presenta alla porta. Mentre assaggio la quinoa per verificarne la cottura cerco di intrattenere il mio ospite raccontando la storia di questo grano donato dagli Dei ai popoli delle Ande, ma dal suo sguardo si intuisce che forse tutti questi sforzi non sono necessari.

Poi Chin si fa largo con un grande pentolone. Uno a uno afferra i granchi vivi e li lava in una bacinella, prestando attenzione a non farsi pizzicare. Piazza il pentolone sulla fiamma e comincia a deporvi gli animali. Lo chiude decisa con un coperchio, e aspetta, fino a che i colpi dati ai bordi d’alluminio da quei carapaci terrorizzati non cessano del tutto. Solo a questo punto, quando i crostacei cominciano a rilasciare il loro sughetto sul fondo della pentola, Chin può versarvi un’intera bottiglia di birra Impala, prodotta a Nampula a partire dalle radici di manioca.

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Ci sediamo così attorno a un tavolo di legno, nella veranda. Le sedie non bastano, così utilizziamo anche un tradizionale letto makwa. Ecco servita una tipica cena pembana, con due italiani (una dei quali per metà è finlandese), tre mozambicane, un inglese, un grano boliviano, il vino del Capo e il caranguejo della nostra bella baia, da aprire con le dita per sentire il vero sapore dell’Africa.