Viaggio a Ellis Island

Il presidente Trump ha deciso la riapertura di Ellis island. Tutta la Nazione è ormai circondata da un muro invalicabile e l’unico modo per entrarvi è passare per questo luogo di controllo e di smistamento.

I pannelli descrittivi del percorso museale sono stati rimossi ed immagazzinati in qualche stanza libera, i traghetti turistici hanno cancellato l’isola dalle destinazioni; ora attraccano soltanto alla Statua della Libertà e a Staten Island. Questo edificio solenne, elegante e funzionale, per molto tempo è stato la principale porta d’accesso per gli Stati Uniti. Le grandi navi transatlantiche approdavano al porto di New York, centinaia di migliaia di migranti toccavano il molo per un tempo brevissimo, quanto bastava per essere invitati a salire – con tutta la loro stanchezza e gli eventuali bagagli – su un’altra imbarcazione diretta a Ellis Island. Tutte le procedure per l’ingresso in America si sarebbero svolte qui, sull’isola, e soltanto alla fine di una complessa trafila di controlli e accertamenti i migranti avrebbero saputo se la loro domanda d’accesso fosse stata accolta. In caso contrario sarebbero stati forzati a fare ritorno ai rispettivi porti d’origine.

Martino ha trent’anni e tanta voglia di sognare. Ma nella sua terra non è mai riuscito a sognare abbastanza forte, così ha deciso di riprovare a farlo in America. Avrebbe potuto richiedere facilmente un visto turistico, trascorrendo in un albergo i primi giorni della sua permanenza, ma al termine della sua validità la situazione sarebbe stata comunque di irregolarità. Qualcuno però gli ha detto “Stai sereno, con un passaporto italiano nessuno ti farà problemi. Il tuo passaggio da Ellis Island risulterà poco più di una passeggiata, una pura e semplice formalità.”

“Speriamo in bene” pensa Martino fra sé “La sola idea di essere respinto a Ellis Island è intollerabile.” Il ragazzo avverte una stretta allo stomaco al pensiero di ciò che lo aspetta, ma si fa forza e guarda avanti. Una pura e semplice formalità.

La donna che ha lasciato era la più bella che si fosse mai vista in giro. Portava con sé l’incanto naturale delle sue montagne e delle sue valli, i suoi occhi e la sua anima erano profondi come il mare. Nessun’altra donna aveva il suo stesso gusto straordinario nell’acconciarsi e nel vestire, e quella sua mente brillante, acuta, in alcuni momenti geniale, poteva pure sfoggiare una vasta cultura personale. Non era né di umili origini, né di buona famiglia. La nonna era un’imperatrice, il nonno un capitano di ventura. Figlia di una ballerina e di un minatore, il padre rimase prematuramente ucciso in un attentato negli anni Ottanta. La madre si risposò e rimase vedova altre due volte. Una con un consigliere comunale dalle grandi aspirazioni ma orizzonti ristretti, e poi con un ex-prete.

Umiliato sul piano dei sentimenti, Martino ha scelto l’America anche per altre ragioni. Una di queste è che nella sua città non c’è lavoro. O meglio, qualche opportunità c’è, però al di là delle barriere fisiche che ci contraddistinguono come popolo – il Mediterraneo e le Alpi – sembra che di lavoro ce ne sia di più, e meglio pagato.

Forse è proprio questo il problema, troppe frontiere unidirezionali. È molto semplice uscirne, quanto è difficile entrarvi. “Quante parole inutili scrivete voi intellettuali…” pensa Martino fra sé e sé “La verità, è che nella mia città le opportunità mancano perché la gente è talmente abituata a fregarsi l’un con l’altro, che nessuno si fida più di nessuno. E senza fiducia l’economia non riparte…”

L’economia. Se ne parla e riparla ormai, come di un vecchio motore troppo datato, che tiene in movimento il mondo. I suoi meccanismi sono così obsoleti che si muove sempre più piano e i meccanici capaci di ripararlo scarseggiano. Sapete a chi si potrebbe chiedere? Ai tanto chiacchierati Paesi in Via di Sviluppo. Agli Etiopi, agli Ivoriani, ai Cubani… Questi ultimi soprattutto, è dagli anni Sessanta che continuano a far funzionare gli stessi vecchi motori.

A bordo del battello che dall’aeroporto di Newark porta i migranti al centro di controllo e smistamento di Ellis Island, per la prima volta in vita sua gli occhi di Martino si riempiono della luce scintillante d’oro e d’argento riflessa dai grattacieli. Come sulle corde di un’altalena il bosco di cemento e cristallo che cresce sull’isola di Manhattan, lentamente si avvicina e dolcemente si allontana. I raggi del sole cambiano direzione come le luci di un faro. Il battello è stipato di sguardi stanchi. Per la maggior parte più scuri del suo.

Ne incrocia uno per caso, e vi scorge dentro il suo medesimo senso di colpa. Le sue labbra si socchiudono e dicono “Mi chiamo Abudu, arrivo dal Mozambico e anch’io ho tradito la mia donna, che è sempre stata la più bella del villaggio, ma io non ho avuto la forza di riconoscerlo e di amarla con tutto il mio cuore. La mia donna era una regina, prima di essere ridotta in schiavitù dallo straniero. Dopo molto tempo è riuscita a liberarsi, ma non si ricorda più dove ha nascosto la sua corona.”

Poco distante da loro, una donna dagli occhi scuri li sta osservando. Sta viaggiando accovacciata per terra, con la schiena appoggiata al muro. Ha steso sul pavimento un asciugamano logoro, per non impolverare il sari colorato che indossa, forse il più bello che abbia mai posseduto. Ha lunghissimi capelli neri raccolti dietro la nuca e un anello d’argento al naso. Il suo sguardo pare distante, fisso altrove, smarrito nell’attesa di una destinazione ancora lontana nel tempo.

Di tanto in tanto guarda i due uomini e prova la forte tentazione ad odiarli, il suo buon senso però la ferma dal precipitare nella voragine del rancore. Chiunque siano quei due migranti, stanno viaggiando sulla sua stessa barca. Anche se la violenza che li ha spinti a partire è diversa, la destinazione è identica per tutti.

“Volete sapere perché vado anch’io a Ellis Island? A differenza di voi, signori miei, io sono stata tradita. E siccome il mondo è bello, vario e assai ingiusto, provo la vostra stessa vergogna e sono schiacciata da quella medesima colpa, così pesante, che non mi è rimasto altro che partire.” Anisha pensa che i suoi compagni di viaggio siano come tutti gli altri maschi, irrimediabilmente insicuri di fronte a un mondo che sta cambiando più veloce che mai, sfuggendo loro di mano.

Ma poi, in fin dei conti, come può Anisha avercela con questi giovani spaventati, dagli occhi vuoti, sbarrati, che non vedono da nessuna parte un orizzonte? Anisha accusa le loro madri, altre donne che si sono preoccupate soltanto di tirare su figli a immagine e somiglianza dei loro padri. Hanno insegnato loro ad essere maschi in un mondo già governato da loro. Hanno cresciuto dei principi, non hanno nutrito dei re. Non hanno insegnato loro ad essere uomini, e ancor peggio, non li hanno educati ad amare.

La Statua della Libertà, dietro le finestre di Ellis Island

Al termine di un’attesa fuori dal tempo, ma dentro lo spazio, Martino e i suoi compagni di viaggio mettono piede sul molo di Ellis Island. Il primo colpo d’occhio di quel luogo a lungo immaginato – quella mitica dogana, Check-point Charlie del più attuale dei muri – sono le guardie, armate. Non mostrano atteggiamento aggressivo, ma continuano ininterrottamente a fissarli, uno per uno. Tengono i mitra a riposo, ma non mollano mai la presa.

Il portone d’ingresso introduce nella grande sala dei bagagli, dove i migranti accatastano le loro masserizie. Depositano qui ciò che hanno, per consentirne il controllo da parte delle autorità, e proseguono lungo i corridoi dell’edificio, verso l’espletamento delle successive formalità. Ritireranno le loro cose al termine del percorso. Martino osserva le guardie prendere in custodia le sue valigie. Dentro di lui si attiva quell’istinto innato che porta a non fidarsi mai dello straniero che si occupa delle tue cose.

E già lì, nell’anticamera dell’America, risuonano le voci:

Last night as I lay dreamin’ of pleasant days gone by/ Me mind been bent on rambling to Ireland I did fly/ I stepped on board a vision and I followed it with a will/ When at last I came to anchor at the cross of Spancil Hill

La sala successiva è enorme, immensa, smisurata, ma serve all’America per presentarsi. Sul vasto pavimento giacciono allineate decine di panche di legno, dove i migranti possono sedersi in attesa del loro turno per entrare nel continente. Favolose vetrate circondano quello spazio. New York è lì, al di là delle finestre a portata di sguardo. La Statua della Libertà si erge fiera e chiama a sé i dispersi, gli spiantati e i sognatori. Dopo alcune ore di attesa anche Martino può mostrare il suo passaporto al funzionario dietro il banco. Le sue carte sono in regola, può passare.

Forse è troppo presto per tirare un sospiro di sollievo, mancano ancora alcuni controlli. Il cuore di Martino sta pompando al massimo della sua capacità, è una macchina a tutta potenza. Il capitano, nel suo cervello, è alla resa dei conti, si sta giocando tutto e per tutto, non avendo altra rotta alternativa a quella che si dirige verso l’America. La fila dei migranti cammina lenta verso una stanza, dove va incontro alle visite mediche. Il Governo degli Stati Uniti ha redatto una lista di patologie che, se riscontrate nel migrante, comportano la sua espulsione dal territorio. Nelle ore successive Martino va incontro ad un prelievo di sangue (il più doloroso mai affrontato), a un tampone faringeo, un’ispezione inguinale, un esame della vista e dell’udito, il controllo dei capelli, della pelle, delle unghie delle mani e dei piedi.

Martino si sente bene, scoppia di salute e procede verso i test cognitivi. Ebbene sì, l’attuale amministrazione guidata da Donald Trump ha leggermente rivisto le pratiche utilizzate per molti anni qui ad Ellis Island per valutare l’intelligenza dei migranti, la loro attitudine al lavoro e l’eventuale presenza di disabilità mentali – aggiornandole. Si fa ormai ampio uso del computer. Si valuta la capacità di utilizzare un dispositivo informatico, di risolvere semplici quesiti logici e la conoscenza dell’inglese. Ad alcune carenze culturali si può porre rimedio, purché il caso non sia troppo grave, altrimenti sarebbe troppo oneroso per lo Stato. Se si riscontrano deficienze cognitive non se ne parla, meglio non accollarsi ulteriori problemi. Sarebbe un disastro elettorale.

Sostenute tutte le prove Martino si siede e aspetta l’esito. Ha paura, ma mai quanta ne hanno le famiglie che viaggiano insieme a lui. Se uno dei componenti non dovesse risultare idoneo gli sarebbe negato l’accesso al Paese, e caricato sul primo aereo di ritorno alla destinazione d’origine. Stanno già cominciando a circolare statistiche sul numero di famiglie separate a Ellis Island.

La Statua della Libertà si erge fiera e chiama a sé i dispersi, gli spiantati e i sognatori

“Sartori Martino” si sente chiamare dall’altoparlante, con le R schiacciate dall’accento inglese. Il ragazzo si alza e cammina verso il banco dove ritirerà l’esito degli esami e dei test sostenuti. Cammina a fatica, come se trascinasse le sue gambe in una pozza di fango. Alla sua sinistra scorre in senso contrario la fila di coloro che hanno già ritirato il referto, e volano leggeri verso l’America.

“Una pura e semplice formalità”, ripete Martino dentro di sé mentre scorre rapidamente il referto. Negativo, negativo, negativo… Il cuore si ghiaccia e il calore lo abbandona, quando legge “Positivo” a metà di una pagina. la scienza perfetta con cui è stato progettato il nostro organismo nemmeno gli consente di morire lì, sul colpo, nonostante lo desideri tanto. Nel suo sangue sono stati ritrovati gli anticorpi che indicano la presenza del virus HIV, e il suo viaggio finisce lì.

Melanzana Arbëreshë

Era una limpida giornata d’agosto, io e mia sorella stavamo trascorrendo le vacanze a zonzo attorno al massiccio del Monte Pollino, senza un piano né una destinazione, solo con un’automobile, un pieno di benzina e qualche risparmio nella cassa comune.

All’agriturismo ci avevano parlato di alcuni paesi della zona dove, in barba ai secoli e all’economia globale, sopravviveva la cultura Arbëreshë, tramandata dai discendenti degli Albanesi i quali, a partire dal XV secolo, avevano dovuto abbandonare le loro terre per scampare all’invasione dei Turchi, rifugiandosi nei più remoti anfratti dell’Italia Meridionale. Con la loro lingua arcaica, il rito greco-ortodosso, i costumi tradizionali portati dall’Est, e i tessuti di filo di ginestra, gli Arbëreshë si ritrovano oggi disseminati in decine di comunità lungo l’Appennino, dall’Abruzzo alla Sicilia. I loro insediamenti sorgono in alto, arroccati sui crinali, saldi su contrafforti montuosi, come isole che emergono dal fiume dei secoli resistendo alla forza della corrente.

Avevamo parcheggiato nel paese di San Costantino, un borgo di una certa importanza nella valle del Sarmento. Cominciammo la visita, e ci ritrovammo in una piazzetta dalla forma irregolare, sulla quale si affacciavano alcune vecchie case assonnate, con le imposte socchiuse come palpebre su un meritato riposo. Sotto alle finestre e presso le porte vi erano muretti bassi, dall’aspetto molto spartano. Più importanti persino di un pulpito, sopra questi la gente usa sedersi la sera per riposarsi, rigenerarsi al soffio della brezza che scende dai monti, ma soprattutto chiacchierare.

Stavamo leggendo alcune notizie sulla guida, quando udimmo avvicinarsi lo sciabattare sgraziato di passi corti e rapidi. D’un tratto si fermarono, il rumore scomparve, alzammo lo sguardo dalla pagina e fummo acchiappati da due occhi sguerci, sbarrati, di un azzurro sbiadito per gli anni che non ci lasciava via di scampo. Eravamo prigionieri di un paio di lenti progressive, con le stanghette nascoste da un sottobosco arruffato di capelli grigi. Una mappa di rughe si disegnava ordinata attorno a una bocca che dopo tanti decenni trascorsi a respirare poteva permettersi bene di sorridere a suo totale piacimento. Il suo collo si protendeva in avanti, curioso di quasi tutto ciò che capitasse nello spazio attorno, partendo da spalle fragili dalle quali pendeva una vestaglia a fiori. Portava nelle mani una fondina, coperta da un piatto piano rovesciato e avvolta in uno straccio a quadretti rossi.

“Scusate se vi guardo così da vicino…” ci disse arricciando le consonanti attorno alla lingua prima di liberarle, “Ma non ci vedo tanto bene.”

Le rispondemmo di non preoccuparsi, comprendevamo, così riprese:

“Da dove arrivate voi?”

“Da Milano!”

“Ah, bene!” e porgendoci il fagotto che aveva in mano continuò: “Le volete due melanzane che mi sono avanzate? Le stavo portando alla mia vicina, ma non era in casa, sarà andata dalla figlia.”

“Lei è molto gentile, ma abbiamo già mangiato…”

“Le ho cotte stamattina, sono fresche! Avrei dovuto farne di meno, che fastidio mi dà buttare via la roba da mangiare… ma è stata una giornata proprio strana, sapete? Ah! Scusatemi, mi chiamo Delmina, e abito in quella casa là, con il balconcino davanti alla porta d’ingresso e i vasi con i tagete e la lavanda. Che cosa vi volevo dire? Ecco… io mi sveglio molto presto di mattina, non riesco a dormire tante ore, ma dicono che a una certa età sia normale, chi lo sa? Insomma, comincia ad intravedersi l’alba attraverso le fessure delle imposte, ed io sono seduta sulla mia poltrona alla luce di una lampada, a leggere il mio libro albanese. Non è proprio uguale alla lingua Arbëreshë, ma si assomigliano e riesco a comprendere tutto bene con una certa fluidità. Mi serve per tenere il cervello in esercizio e non perdere la grammatica e il lessico.

“Come vedo che si fa giorno spengo la lampada e mi alzo per andare ad aprire le imposte. Esco sul balconcino per vedere che tempo fa, guardo i miei fiori, guardo le finestre delle vicine, guardo la piazzetta… e per poco non mi viene un accidenti. Sarà che non vivo più in città da alcuni anni e non sono più abituata, ma mi sale qualcosa che non vi so descrivere. Spavento o rabbia, mi scoccio non poco. Proprio qui, dove siete seduti voi adesso, ci trovo un uomo sdraiato, tutto avvolto in una felpa con il cappuccio e la testa appoggiata ad uno zaino sudicio da buttar via. Ma il bello è che non è qualcuno del paese, è un negro!

“Non me ne frega niente che non si dica… ho studiato anch’io alle scuole magistrali, non sono un’ignorante, ma ai miei tempi si diceva negro, e ormai vado avanti così. Comunque, non si può venire nel nostro paese e dormire per strada, non mi interessa se voi giovani la pensate diversamente, non si fa. E allora infilo i piedi in un paio di zoccoli, mi metto uno scialle sulle spalle, scendo le scale e vado verso di lui. Intanto gli grido Signore! Scusi lei! Non può stare qui, si alzi, per favore!

“Nel vederlo più da vicino mi piange il cuore, non è che un ragazzo, è difficile dare un’età a questa gente, ma secondo me non ha più di vent’anni. Maria Santissima se puzza… Gli ripeto di alzarsi, ma questo mi guarda intontito. Gli domando di dove sia, e mi risponde: Nigeria. Trattandosi di un Paese anglofono mi metto a parlargli in inglese, e lui mi dice di chiamarsi John.

“Lo invito a salire in casa mia, che cosa avrei dovuto fare secondo voi? Gli dico di sedersi su una sedia e di appoggiarsi al tavolo della cucina, intanto penso a che cosa dargli da mangiare. Mi viene in mente che nel frigorifero ho alcune melanzane rosse di Rotonda, che sono tipiche delle nostre parti, e decido di preparargliele in una vecchia maniera Arbëreshë.

“Così, per conversare, chiedo a John di raccontarmi qualcosa di sé, innanzitutto il motivo per il quale ha lasciato il suo Paese. Mi risponde che gli integralisti religiosi hanno attaccato la sua casa, perché la sua famiglia era di fede diversa, hanno torturato e ucciso tutti, tranne lui che è riuscito a scappare. Ha attraversato territori di guerra con una condanna a morte sulla testa, il deserto del Sahara, le prigioni libiche, e il mar Mediterraneo. Ha lavorato come uno schiavo nei campi di pomodori, poi è riuscito a liberarsi anche da questo giogo e ha cominciato a risalire la Penisola a piedi, diretto verso nord. Rimango così colpita dalla storia terribile di John che sbadatamente afferro il barattolo del sale e lo apro, dimenticandomi che io il sale lo tengo al posto dello zucchero. Utilizzo questo stratagemma per nascondere un centinaio di Euro in contanti, per le emergenze.

“Prendo il coltello, il tagliere, e comincio ad affettare le melanzane. Preparo anche un soffritto di olio extravergine d’oliva e aglio. John ha smesso di parlare, forse si è stancato troppo nel raccontare il suo viaggio, così cerco di intrattenerlo io con qualche chiacchiera. Gli racconto di quando ero ragazza, ed ero stata costretta a lasciare il mio paese, prima per studiare, poi per lavorare come insegnante, a Modena. Gli parlo di mio marito, e della sua morte, dopo la quale sono tornata qui a San Costantino, e ho ritrovato le mie radici. Metto le melanzane a cuocere nella padella insieme al soffritto, alla fine aggiungo il sale, il basilico e le molliche di pane. Riempio un piatto e lo servo al povero John. Lo lascio solo qualche minuto, dovendo andare in bagno, che cosa avrà mai potuto combinare in quel poco tempo?

“Al mio ritorno in cucina… il ragazzo si è volatilizzato, portandosi dietro tutta la sua roba. Le melanzane sono rimaste nel piatto, con l’eccezione di qualche cucchiaiata. Avrebbe voluto mangiarle, ma troppa era la fretta. Guardo dentro al barattolo del sale, e constato che i soldi non ci sono più, se li è portati via.

“Non fate quelle facce, non me la sono affatto presa per il denaro. Che cosa volete che vi dica, ragazzi? Tra di noi dobbiamo sforzarci di capirci, nel Mediterraneo siamo tutti profughi.”