La mia vita prima dei tempi

Ogni settimana, di martedì, mi dedicavo alla manutenzione della macchina del tempo. Eseguivo tutti i controlli prescritti dal manuale d’utilizzo con scrupolosità, prassi necessaria per mantenere il veicolo in buono stato dopo dieci anni dal suo ultimo utilizzo. Svolgere tale sequenza di operazioni si era col tempo trasformato in una sana abitudine, che mi aiutava a rimanere concentrato sul mio presente. I controlli da compiere erano tuttavia pochi e semplici, e non si può certo dire che impararli a menadito mi abbia reso un discreto meccanico. Controllavo il livello dell’olio, smontavo i filtri e li pulivo con una spazzola, avviavo il motore per verificare la funzionalità dell’impianto elettrico e mi accertavo che non vi fossero perdite nel serbatoio della miscela combustibile all’acido cronico.

La macchina si trovava assicurata a due robusti rami che si inserivano orizzontali nell’enorme tronco di un vecchio Ginkgo biloba, a trenta metri e più da terra. Ad un paio di rami di distanza era fissata una tenda triangolare dotata di tutta l’attrezzatura necessaria a garantire la mia esule sopravvivenza, a cominciare da un sacco a pelo termico fino ad un fornelletto a energia solare. Soltanto così, sospeso tra le fronde inaccessibili, potevo sentirmi al sicuro.

Ultimata la manutenzione, mi accucciavo nel mio alloggio con i pensieri rivolti a sud, riempivo d’acqua un pentolino di alluminio per prepararmi una tazza di tè ed attendevo la sera. Ripensavo a quanto strana fosse questa mia personale specie d’esilio. Rimuginavo sulla sua definizione e su quali aspetti della mia lontananza vi rientrassero e quali no. Ero certamente più lontano da casa di quanto si potesse mai immaginare, ed esisteva una ragione importante fuori o dentro di me, conosciuta o sconosciuta, per cui non potevo farvi ritorno. Sapevo di dover rimanere lì.

Era quello il momento per prendere il taccuino e scrivere. Annotavo di tutto, gli scarsi avvenimenti, l’avvistamento di animali, le condizioni meteorologiche. I primi tempi trascorsi in quella foresta, attorno a me vedevo solo verde e non udivo altro che vento. A poco a poco scrutando in mezzo alle foglie, imparai ad osservare il tempo che passava, si fermava, spariva e ritornava. Tutto il mondo lì attorno viveva, comunicava e parlava con me al punto che talvolta non era neppure necessario governare le ore con un libro. Leggevo poco, ma scrivevo molto, per paura di dimenticare la mia lingua.

Scrivevo ripetutamente il mio nome, professor Pietraviva, per non scordarlo nell’eventualità che un futuristico Stanley fosse capitato sotto al mio Ginkgo, gridando “Mr. Livingstone, I presume?”.

Da quando ero arrivato godevo di un privilegio rimasto esclusivo di pochi esploratori nella storia del pianeta. Annidato nel folto della chioma di un albero potevo assistere alla formazione dei boccioli delle prime magnolie e redigere la cronaca della loro fioritura. Il volo degli uccelli da un ramo all’altro era ancora alquanto inesperto e il loro canto selvaggio e stonato. Si sarebbero armonizzati col tempo alle sinfonie sempre più elaborate del loro ecosistema. Nel tardo pomeriggio allo smorzarsi del grande caldo mi sporgevo dal mio ramo e scrutavo il sottobosco, in attesa del passaggio quotidiano del branco degli Edmontosaurus. Erano dinosauri pacifici, dall’avanzare placido carico di preistorica saggezza, avevano lo sguardo mite ed un grosso becco d’anatra con cui brucare. Durante il giorno pascolavano in prossimità della laguna al limitare della foresta, verso sera migravano verso l’interno. Nel corso dell’ultimo decennio avevamo allacciato una forma di amicizia, onestamente alquanto sbilanciata a mio vantaggio. Come li avvistavo scendevo dal Ginkgo e mi mischiavo al loro branco; in questo modo camminavo per la foresta ed esploravo i dintorni, raccogliendo qua e là qualche provvista. Mi univo a loro anche per una forma di sicurezza personale, confidavo infatti che i dinosauri carnivori avrebbero preferito un saporito erbivoro ad uno smilzo accademico.

Con questo ed altri piccoli accorgimenti finalizzati a conservarmi in vita, mi ritenevo sufficientemente scaltro tanto da essermela cavata fino a quel punto. Mi domandavo spesso se anche gli altri scienziati, partiti per il tardo Cretaceo come me per studiare la grande estinzione, fossero stati in grado di sopravvivere nelle lande preistoriche con la mia stessa facilità. Sebbene con tutto il cuore sperassi nella loro buona sorte in una missione tanto speciale quanto impegnativa, fino al momento in cui avevo lasciato l’Antropocene non avevo avuto notizia che nessuno di loro avesse fatto ritorno.

Era cominciato tutto a Milano dieci anni prima, con la pubblicazione di un mio pezzo su un giornale indipendente. Se si fosse trattato del mio solito articolo di fisiologia vegetale, nessuno vi avrebbe dedicato così tanta attenzione. Con quella misera cartella dattiloscritta denunciavo la recente soppressione di un corso di studi in storiografia, seguito da molti studenti delle facoltà umanistiche, perché giudicato “non rilevante ai fini della formazione del laureato”. La mia argomentazione era stata ritenuta troppo critica nei confronti del nuovo rettore dell’università nominato direttamente dal prefetto locale. Ero stato così convocato nell’ufficio del direttore del mio dipartimento, con insolita urgenza. Discutemmo con la porta chiusa, senza la presenza di testimoni. Tenuto conto del ragguardevole prestigio accademico delle mie attività di ricerca, ero stato selezionato per una missione sul campo dalla massima rilevanza scientifica.

Mi ritrovai così recluso dentro al sogno del professor Marlowe, un eccentrico geologo che aveva ereditato un’importante catena di alberghi e resort. Le sue pubblicazioni trattavano principalmente delle grandi estinzioni di massa, con lo scopo ultimo di approfondire le dinamiche di quella in atto, la sesta in ordine cronologico, innescata dalle attività umane e dal cambiamento climatico da esse provocato. Il professor Marlowe aveva così cominciato a finanziare spedizioni negli ultimi secoli del Cretaceo, sessantacinque milioni di anni prima, per documentare la catastrofe che provocò la quinta grande estinzione. Poche ore fatali che avevano cambiato il mondo. Naturalmente non si conoscevano le coordinate spazio-temporali di tale evento. Si sapeva solo che poteva essere avvenuto in un momento imprecisato nell’arco di cinquecentomila anni.

Una sera ritornai tra le fronde del Ginkgo con un piccolo tesoro nel mio fagotto, due uova di dinosauro. Non era un evento comune scoprire un nido incustodito, i genitori di quasi tutte le specie presidiavano le loro covate difendendole con inaudita ferocia, dal più docile degli erbivori ai terrificanti Albertosaurus, nei quali mi ero imbattuto fortunatamente una volta sola.

Nelle ultime settimane non ero riuscito a dormire bene. Le notti si facevano una dopo l’altra sempre meno buie, era comparso nel cielo un nuovo lume. Dapprima fioco e quasi indistinguibile dalle altre stelle, in seguito sempre più preponderante e mostruoso, fino a prevaricare la vecchia Luna e la maggioranza degli altri astri. Il presagio di uno sconvolgimento tanto sovrumano era in verità quel barlume di speranza che per tanti anni avevo sperato si accendesse prima o poi. Quel sole notturno, come una divinità dell’altro mondo, aveva destato dentro di me una fede prima sconosciuta. Non avevo mai creduto in nessun dio, fino a che esso non mi si era manifestato. Un fuoco nel deserto, sebbene privo di parola, a rivelarmi che il mio destino era sempre stato con me e si sarebbe presto compiuto.

Posi le uova di dinosauro a bollire nel pentolino, unica possibilità che avevo per cuocere il cibo. Il respiro della laguna al limitare della foresta, poco prima che iniziasse l’orizzonte, mi increspò la peluria del collo e mi lasciai così sedurre dal suo fresco invito alla pace. Il mio sguardo tuttavia era sempre rivolto verso sud, non avevo né tempo né attenzione per lasciarmi trastullare. Avevo collocato il mio piccolo insediamento ai margini di un mare poco profondo, su una terra che sarebbe stata modellata molti milioni di anni dopo dal lento scorrere del Mississipi. Se le teorie si fossero dimostrate esatte, l’impatto si sarebbe verificato nella penisola dello Yucatán; mi ero dunque scelto un punto d’osservazione abbastanza lontano da non venirne bruciato.

La brezza cessò all’improvviso, come se fosse stata aspirata via, le foglie ammutolirono senza più il vento a dar loro voce, una luce abbagliante congelò la foresta tramutando tutto in freddo e immobile cristallo. Avevo a portata di mano un paio di occhiali protettivi. Li indossai.

Mi slacciai l’orologio dal polso, nell’istante in cui udii l’immenso boato lo schiacciai contro il tronco per romperci dentro quel devastante secondo. Assordato dall’esplosione ed accecato dal bagliore, persi il senso dell’orientamento nello spazio e nel tempo, mi accoccolai dentro la mia tenda e attesi lì, nascosto, che la furia del disastro passasse. Mi risvegliai sotto una pioggia di cenere, in un mondo che dopo quella notte non aveva più visto sorgere il sole.

L’impatto del meteorite era avvenuto il 26 aprile, alle ore 23:31, nell’anno 65.124.816 a.C.

Impacchettai tutti i miei averi, i miei resoconti, i gusci delle uova di dinosauro e i miei ricordi, legai tutto saldamente al portapacchi della macchina del tempo. Mi sistemai al posto di guida e regolai lo specchietto retrovisore. Rimasi impressionato nel rimirare il mio volto privo di barba, sbigottito dal nuovo aspetto del me stesso di domani, impreparato a compiere quel viaggio mai pianificato. Di ritorno dall’esilio si apriva davanti a me il futuro, una vita ancora da vivere per metà.